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Il bandito (1946)

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Italia, 1946. Fanno ritorno, su vagoni altrimenti destinati al trasporto bestiame, i reduci della II Guerra, prigionieri in Germania; tra di loro Ernesto Bruneri (Amedeo Nazzari) e Carlo Pandelli (Carlo Campanini), che insieme sono scampati a tante tragiche disavventure ed ora fremono per riabbracciare i loro cari, la madre e la sorella il primo, l’amata figlioletta Rosetta il secondo.
Giunti a destinazione, la città di Torino recante tra le sue vestigia le profonde ferite del conflitto, edifici devastati e la novità stridenti di insinuanti motivi jazz che giungono da qualche locale lungo le vie, ognuno proseguirà per la propria strada:se Carlo potrà far ritorno dai familiari in campagna, Ernesto non incorrerà in altrettanta fortuna, rinvenendo la sua abitazione ormai distrutta ed apprendendo poi come le sue congiunte siano morte.
Per lui la vita si fa dunque difficile, cerca inutilmente un lavoro, l’indifferenza regna sovrana, nell’ufficio dove si provvede all’assegnazione dei sussidi parole come pietà ed umanità non trovano spazio tra carte bollate e timbri d’ordinanza, solo l’affettuosa corrispondenza  con Carlo sembra infondergli un minimo di gioiosa speranza. Vagando di notte lungo le strade di una città ormai a lui estranea, il nostro non può fare a meno di notare una bella ragazza e l’insegue, finendo col  ritrovarsi in un bordello, chiedendo dunque un incontro con lei. Continua a leggere

Il moralista (1959)

567Nella storia del cinema molti sono i film a sfidare il tempo facendosi forza di una concreta attualità, sia in riferimento al periodo in cui furono girati, sia ai tempi odierni, almeno in linea di massima e come spunto per analizzare gli eventuali mutamenti verificatisi nel costume e nella società in genere; trattasi di opere frutto spesso di una felice intuizione, nate da un’osservazione critica della realtà e che risaltano per l’interpretazione offerta dai protagonisti capaci di ovviare, con felici caratterizzazioni, tanto a sceneggiature che, più in particolare, a regie prive di particolari slanci inventivi.

Quanto detto è certamente valido per il film in esame, Il moralista, regia di Giorgio Bianchi (1904-1967), sceneggiatura “a più mani” (Luciana Corda, Ettore M. Margadonna, Rodolfo Sonego, Vincenzo Talarico, Oreste Biancoli) ed un cast estremamente indovinato che ha le sue punte di diamante in Alberto Sordi, Vittorio De Sica e Franca Valeri.

Il presidente (De Sica) dell’OIMP, Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica, ha validi motivi per essere contento del nuovo segretario dell’ente, Agostino Salvi (Sordi), uomo moralmente irreprensibile, serio e morigerato, pronto a lanciarsi con la foga cieca del censore su quanto ritenga possa offendere il comune senso del pudore, procedendo a testa bassa nella sua nobile missione volta a chiudere locali pubblici su richiesta di preoccupate madri di famiglia o tagliare scene a suo dire indecenti in vari film, quando non interviene già nel titolo; il presidente vedrebbe poi di buon occhio una possibile unione del funzionario con la figlia Virginia (Valeri), di ritorno da Londra con arie da donna vissuta ed emancipata.Inviato a Monaco di Baviera a presenziare ad un importante congresso, Agostino rivelerà ben presto la sua vera natura, visto che gestisce uno squallido giro di ragazze da sfruttare in equivoci night club; anche gli altri componenti dell’associazione non sono certo immacolati, ad iniziare proprio dal presidente, incline alle grazie di una procace attricetta ben conscia di poter fare a meno di una scuola di recitazione.

Se regia e sceneggiatura mostrano più di un cedimento, visualizzando una farsa composta da più episodi in qualche modo tenuti insieme, risolta nel generico “il più pulito tra di voi ha la rogna”, rimane sempre valida la sua funzione di micidiale sberleffo alla censura imperante del periodo, d’impronta democristiana, con un riferimento più che probabile alla figura di Agostino Greggi, assessore DC al Comune di Roma ed animatore di un’associazione con fini morali.

Il ponte tra finzione e realtà è estremizzato nell’ interpretazione di un Sordi ormai conscio delle proprie capacità espressive, estremamente verosimigliante sia nell’abbigliamento che nella caratterizzazione fisica:tra vestito grigio, occhialini tondi e capelli ritti, trova la sua sublimazione nello sguardo invasato e nel sorriso ghignante di chi sa di poter farsi forza di una legittimata prevaricazione. Non sono certo da meno De Sica, imperituro e maturo dongiovanni, e la sempre brava Valeri, che evolve ulteriormente il suo personaggio di donna emancipata, almeno in apparenza, ma ben distante dal solito immaginario maschile, costretta alla solitudine. Da non sottovalutare infine, in questi tristi tempi di prostituzione dell’immagine, la valenza del film nel farci notare la nostra beata involuzione, perennemente e pericolosamente sospesi tra “vizi privati e pubbliche virtù”.