Il bandito (1946)

(Pinterest)

Italia, 1946. Fanno ritorno, su vagoni altrimenti destinati al trasporto bestiame, i reduci della II Guerra, prigionieri in Germania; tra di loro Ernesto Bruneri (Amedeo Nazzari) e Carlo Pandelli (Carlo Campanini), che insieme sono scampati a tante tragiche disavventure ed ora fremono per riabbracciare i loro cari, la madre e la sorella il primo, l’amata figlioletta Rosetta il secondo.
Giunti a destinazione, la città di Torino recante tra le sue vestigia le profonde ferite del conflitto, edifici devastati e la novità stridenti di insinuanti motivi jazz che giungono da qualche locale lungo le vie, ognuno proseguirà per la propria strada:se Carlo potrà far ritorno dai familiari in campagna, Ernesto non incorrerà in altrettanta fortuna, rinvenendo la sua abitazione ormai distrutta ed apprendendo poi come le sue congiunte siano morte.
Per lui la vita si fa dunque difficile, cerca inutilmente un lavoro, l’indifferenza regna sovrana, nell’ufficio dove si provvede all’assegnazione dei sussidi parole come pietà ed umanità non trovano spazio tra carte bollate e timbri d’ordinanza, solo l’affettuosa corrispondenza  con Carlo sembra infondergli un minimo di gioiosa speranza. Vagando di notte lungo le strade di una città ormai a lui estranea, il nostro non può fare a meno di notare una bella ragazza e l’insegue, finendo col  ritrovarsi in un bordello, chiedendo dunque un incontro con lei.

Amedeo Nazzari e Carlo Campanini (Lombardiabeniculturali)

Scoprirà con doloroso sgomento come la donna non sia altro che la sorella Maria (Carla Del Poggio), qui nota col nome di Iris, ed intende portarla via con sé, ma incontrerà presto le resistenze del tenutario, col quale avrà un violento scontro: un colpo di pistola ucciderà accidentalmente Maria e la reazione di Ernesto porterà alla morte del protettore. Ferito ed inseguito dalle forze dell’ordine, l’uomo troverà rifugio in casa di Lydia (Anna Magnani), ammaliante donna di mondo che aveva già avuto modo di conoscere casualmente, finendo presto con l’abbracciare la carriera di bandito, reclutato nella banda capeggiata da Mirko (Mino Doro), dedita alla borsa nera ed altri loschi affari, al quale presto andrà a sostituirsi, anche riguardo il godere dei favori di Lydia…
Terzo lungometraggio di Alberto Lattuada, autore abile nel conciliare raffinata sensibilità visiva ed attenzione alla narratività cinematografica propriamente detta, Il bandito è un film che risulta composto da una commistione tra differenti stilemi da non sottovalutare ed in certo qual modo anticipatrice di varie realizzazioni successive, ad opera di altri cineasti e/o sceneggiatori.
Scritta dallo stesso regista insieme a Piero Tellini, Tullio Pinelli, Ettore Maria Margadonna, Mino Caudana ed Oreste Biancoli, l’opera evidenzia in primo luogo un piglio fortemente neorealista  dall’aspra e toccante consistenza documentaristica.

Anna Magnani e Mino Doro

Emblematiche al riguardo le sequenze iniziali: l’incedere della locomotiva proveniente dai campi di concentramento tedeschi, i particolari delle scritte sui vagoni ripresi in rapida successione, i commenti degli uomini al loro interno, rendono subito evidente quale immane tragedia si sia abbattuta sull’umanità e di come la speranza di poter riprendere la vita precedente venga impedita da un tessuto sociale costretto a ripartire da zero ed ormai indurito dai recenti orrori, i cui strascichi si rendono sempre più pressanti, tra le macerie incombenti, materiali e morali, rese quest’ultime dalla noncuranza dei più, intenti a pensare a come sopravvivere ed andare avanti con ogni mezzo possibile, non necessariamente lecito, livellando la residua moralità alle incombenti necessità esistenziali. La fotografia in bianco e nero di Aldo Tonti nel suo abbracciare luci ed ombre (memorabile il primo piano di Nazzari, avvolto simbolicamente  a metà da entrambe, nel riconoscere la sorella all’interno del postribolo) insinua una strisciante inquietudine di stampo espressionista, mentre l’iter narrativo dall’iniziale rincorrersi di oggettività e soggettività relativamente alla visualizzazione del reale, vira gradualmente verso la costruzione propria di un valido noir, sfruttando le suggestioni già offerte dal cinema francese e da quello americano.

Ecco allora il “gioco” esternato da frequenti, intensi, primi piani  ed il susseguirsi dei classici campo e controcampo, così da far risaltare la psicologia propria dei personaggi, per poi virare ad una conclusione a tinte forti, al cui interno l’unico barlume di speranza trova rappresentazione in un altruistico e spontaneo gesto d’umanità, quest’ultimo esternato dal protagonista già in altri frangenti, proprio di chi è riuscito, moderno eroe, a mantenere intatta la propria indole primigenia sotto la coltre, imposta e necessaria, della meschinità profittatrice.
Valido l’apporto delle interpretazioni attoriali: Nazzari, indubbia presenza scenica ed apporto divistico “popolare”, appare a suo agio in ruolo che diverrà per lui consueto, l’uomo dai saldi principi morali, con un personale ideale di giustizia, sopraffatto dagli eventi e costretto quindi ad una condotta del tutto differente da quella abituale; la Magnani nell’insolito ruolo di una conturbante e perfida femme fatale, senza dimenticare il personaggio reso da Campanini, che ben rappresenta  un’Italia sì ferita e sconvolta, ma che, confortata anche dagli affetti familiari e protetta dalla primordialità dell’ambiente contadino, prova a riprendere in mano la propria vita. In conclusione Il bandito è un film certo da riscoprire, in particolare, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, per il connubio, complessivamente armonico, tra diversi generi cinematografici, coniugando efficacemente “il realismo delle  cose” all’alta densità drammatica propria del racconto cinematografico tout court.

Rielaborazione ed approfondimento del testo allestito per la puntata di “Sunset Boulevard” andata in onda il 13/05/2019  su Radio Gamma   

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