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Il bandito (1946)

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Italia, 1946. Fanno ritorno, su vagoni altrimenti destinati al trasporto bestiame, i reduci della II Guerra, prigionieri in Germania; tra di loro Ernesto Bruneri (Amedeo Nazzari) e Carlo Pandelli (Carlo Campanini), che insieme sono scampati a tante tragiche disavventure ed ora fremono per riabbracciare i loro cari, la madre e la sorella il primo, l’amata figlioletta Rosetta il secondo.
Giunti a destinazione, la città di Torino recante tra le sue vestigia le profonde ferite del conflitto, edifici devastati e la novità stridenti di insinuanti motivi jazz che giungono da qualche locale lungo le vie, ognuno proseguirà per la propria strada:se Carlo potrà far ritorno dai familiari in campagna, Ernesto non incorrerà in altrettanta fortuna, rinvenendo la sua abitazione ormai distrutta ed apprendendo poi come le sue congiunte siano morte.
Per lui la vita si fa dunque difficile, cerca inutilmente un lavoro, l’indifferenza regna sovrana, nell’ufficio dove si provvede all’assegnazione dei sussidi parole come pietà ed umanità non trovano spazio tra carte bollate e timbri d’ordinanza, solo l’affettuosa corrispondenza  con Carlo sembra infondergli un minimo di gioiosa speranza. Vagando di notte lungo le strade di una città ormai a lui estranea, il nostro non può fare a meno di notare una bella ragazza e l’insegue, finendo col  ritrovarsi in un bordello, chiedendo dunque un incontro con lei. Continua a leggere

Amici miei (1975)

1L’è stanco il Perozzi (Philippe Noiret), giornalista, dopo un’intera notte passata in redazione a pigiare sui tasti della macchina da scrivere. Eppure la voglia di rincasare latita e si prospetta una di quelle giornate in cui ci si sente un po’ “zingari”, presi dalla voglia di assecondare un vagare senza meta. Al riguardo non gli può essere certo d’aiuto il suo figliolo, ormai adulto, serio ed irreprensibile, che, probabilmente, non lo ha mai perdonato per le continue assenze e la separazione dalla madre.
D’altronde con la carne della sua carne non vi è alcuna sintonia, infatti il solo pensiero di cotanto legame “ti fa venir subito voglia d’essere vegetariano”… No, in un giorno come questo occorre rintracciare i tuoi più cari amici, quelli capaci di gettare un’intera giornata lavorativa alle ortiche o lasciare mogli e prole in ambasce, per il solo piacere di stare in compagnia, trascorrere qualche ora a far ciò che più ti garba, assecondare la genialità scaturita al momento, mettere in atto qualsiasi trovata goliardica idonea a scacciare, fosse solo per un attimo, l’uggiosa ripetitività del quotidiano. Un tocco di spensierata allegria all’ombra delle responsabilità che la vita comporta, nella necessità, comunque, di farvi fronte. Continua a leggere

31mo Torino Film Festival: in anteprima il restauro di “8 ½”

8Il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, Rti-Gruppo Mediaset e Medusa Film hanno annunciato nei giorni scorsi la presentazione del restauro digitale di 8 ½, diretto nel ‘63 da Federico Fellini, pronto a tornare in sala in una versione a 2K, realizzata dai laboratori DeLuxe Digital Roma, a partire dal negativo originale.
La prima proiezione mondiale del film restaurato avverrà nel corso del Torino Film Festival, mercoledì 27 novembre.

Vincitore del Premio Oscar nel ‘64 per il Miglior Film Straniero e i Migliori Costumi (Piero Gherardi), e insignito di numerosi altri riconoscimenti, nazionali internazionali, 8 ½ può vantare una fotografia, in bianco e nero, realizzata da Gianni Di Venanzo e l’interpretazione di Marcello Mastroianni nei panni di Guido Anselmi, regista in crisi ossessionato dai fantasmi del passato e da molteplici figure di donne: la moglie Anouk Aimée, l’amante Sandra Milo, l’attrice Claudia Cardinale, l’inquietante Barbara Steele, Rossella Falk e tante altre. La sceneggiatura fu scritta da Fellini stesso, insieme a Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Brunello Rondi.

Federico Felllini e Marcello Mastroianni

Federico Felllini e Marcello Mastroianni

Proprio in questa pellicola iniziava a divenire più evidente nella filmografia di Fellini quella particolare sospensione fra sogno e visionarietà, suggestivamente delineata dalle musiche di Nino Rota, che assumerà carattere prevalente nel successivo Giulietta degli spiriti, anche se già ne La strada il regista aveva dato vita ad un inedito e più compiuto percorso cinematografico, nel visualizzare sullo schermo in chiave onirica e favolistica le proiezioni del proprio inconscio più recondito. Il restauro di 8 ½ segna l’inizio di una collaborazione tra la Cineteca Nazionale e Rti-Gruppo Mediaset, proprietaria di una delle più importanti library cinematografiche italiane, per la preservazione e la valorizzazione del patrimonio filmico nazionale.

Amici miei – Come tutto ebbe inizio

3452“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e validità d’esecuzione”: questa frase del Perozzi (Philippe Noiret, doppiato da Renzo Montagnani), volta a commentare una feroce burla del Necchi (Duilio Del Prete) improvvisata al momento in una scena del mai dimenticato Amici miei, ’75, di Mario Monicelli (subentrato a Pietro Germi, autore del soggetto, morto dopo le prime riprese), mi è d’aiuto nell’uscire dall’imbarazzo che provo nel commentare la visione di Amici miei – Come tutto ebbe inizio, suo prequel.

L’intuizione appartiene agli sceneggiatori del citato originale, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, i quali anni orsono avevano caldeggiato l’idea di portare le celebri “zingarate” indietro nel tempo; la decisione, ancora prima che dei produttori, è frutto del regista Neri Parenti, il quale, volendo dar vita al classico sogno nel cassetto, magari smarcandosi dai soliti prodotti di cassetta (perdonatemi il gioco di parole), ha infuso vita al progetto, collaborando alla sceneggiatura insieme al citato De Bernardi, cui si sono aggiunti in fase di scrittura Fausto Brizzi e Marco Martani, tradendo, purtroppo, gli altri due necessari requisiti, fantasia e validità d’esecuzione, quest’ultima almeno solo in parte, salvata dalla ricca e curata scenografia messa in atto da Francesco Frigeri e dai costumi di Alfonsina Lettieri.

Una voce narrante ci introduce nella Firenze del 1487, sospesa tra il chi vuol esser lieto sia di Lorenzo il Magnifico e gli atti di contrizione del Savonarola, con l’incombente minaccia del morbo della peste prossimo a giungere in città; cinque amici, il consigliere comunale Duccio Villani di Masi (Michele Placido), l’oste Cecco Alemari (Giorgio Panariello), il cerusico Jacopo (Paolo Hendel), lo sfaccendato Manfredo Alemanni (Massimo Ghini) e il nobile Filippo (Christian De Sica) sfuggono alle responsabilità lavorative o familiari, ingegnandosi nell’escogitare una serie di scherzi sia a danno del prossimo, sia, ancora più ferocemente, di loro stessi, esorcizzando in tal modo la paura del tempo che passa; tra i primi particolarmente terribile quello ordito contro il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), mentre tra i secondi quello contro Cecco, complice il Magnifico in persona…

Più che del paventato “reato di lesa maestà”, il film si macchia di “lesa attualità”, retrodatando, con timoroso rispetto e presuntuosi eccessi filologici (la supercazzola finale su tutto), anche pesantemente didascalici (la voce fuori campo), le gesta dei cinque bischeri, decontestualizzandole col pretesto di conferirgli valore universale, evitando così qualsiasi riferimento con il reale (limitato, bonariamente, al “popolo grullo cui gli si fa credere ciò che si vole” o “all’essere buco” del cerusico): identica operazione e consunto spunto narrativo messi in atto con i film natalizi (la “premiata ditta” è quella, lo dico senza pregiudizi di sorta), girati in location lontane e dal fascino “esotico”.

Le stesse burle, per quanto ben orchestrate, richiamano altrettante situazioni di nostrane commedie d’antan, strappando qualche sorriso e lasciando un sentore malinconico, tra volgarità, prevedibili, e un vago senso di straniamento che accompagna dapprima i protagonisti, semplici figurine di carta che si stagliano sullo sfondo, e poi noi spettatori. Detto per inciso, già i due sequel (Amici miei atto II, ’83, di Monicelli e Atto III, ’85 di Nanni Loy, entrambi con Montagnani nel ruolo di Necchi, sostituendo Del Prete) per quanto divertenti e ben diretti, avevano perso quell’aura di magica spensieratezza ed allegra spontaneità propri dell’originale.

O Pietro, o Mario, suvvia, riposate pure tranquilli, s’è fatto tutto per celia, o che l’avevate presa per una cosa seria? Voi l’eravate adusi al moralizzar sfottendo, come recita l’antico adagio, costoro invece pensano a rimpinguar le casse di soldini belli, convinti di poterci sempre prendere per li fondelli…

La strada (1954)

23Dopo il successo de I vitelloni (‘53) e l’ episodio Agenzia matrimoniale del film L’amore in città, Federico Fellini con La strada dà vita ad un inedito e più compiuto percorso cinematografico, visualizzando sullo schermo in chiave onirica e favolistica le proiezioni del proprio inconscio più recondito. Frutto di un soggetto a lungo pensato, sin dai tempi de Lo sceicco bianco, e la cui realizzazione venne più volte rimandata, la sceneggiatura è scritta da Fellini stesso e Tullio Pinelli, con la supervisione di Ennio Flaiano.

Gelsomina (Giulietta Masina) una povera ragazza, semplice e ingenua, infantile per certi versi, orfana di padre, viene ceduta dalla madre, già con numerose bocche da sfamare, all’artista girovago Zampanò (Anthony Quinn) per diecimila lire.Se la ragazza si approccia al mondo con disincanto e stupore, forse riuscendo in virtù di ciò a vedervi quanto altri non vedono, pur non comprendendone a pieno il significato, Zampanò è invece rude e violento, avvezzo all’alcol e all’uso della forza pur di insegnare alla sventurata il mestiere e piegarla alla sua volontà.

Viaggiano attraverso l’Italia, di paese in paese, a bordo di una motocarrozzetta, esibendosi nelle piazze, l’uno in numeri da forzuto, l’altra facendogli da spalla, buffo ed improvvisato clown, sino a quando, esasperata, non trovando corrispondenza nel suo affetto, fugge via, facendo conoscenza con un funambolo, il Matto (Richard Basehart), uomo sensibile, un po’ filosofo, un po’ poeta, che le spiega come tutto nella vita abbia un significato ed una sua utilità, da un semplice sassolino ad ogni essere umano: compito di Gelsomina è stare vicino a Zampanò, aiutarlo a vedere la realtà così come la vede lei.

Gli eventi precipitano, finendo a lavorare nello stesso circo il Matto e Zampanò, che non comprende la sua ironia, litigano spesso e, dopo una serie di accadimenti, all’ennesimo diverbio, il primo troverà la morte. Gelsomina impazzisce e Zampanò, non riuscendo minimamente ad immedesimarsi nella sua sofferenza, l’abbandona in una zona desolata, mentre dorme; qualche anno più tardi, giunto al seguito di un circo in un piccolo paese, casualmente, verrà a sapere della sua scomparsa. Dopo lo spettacolo, ubriaco, solo su una spiaggia, si abbandonerà al pianto, guardandosi attorno smarrito, come un bimbo che osserva il mondo per la prima volta.

Sospeso tra crudo realismo ed elegia, dai toni lirici ed intensi, accentuati dalla musica di Nino Rota e dalla interpretazione della Masina in particolare (Quinn a volte può apparire monocorde, mentre Basehart è un po’ sopra le righe), con qualche eccesso figurativo e simbolico, il film descrive l’incontro tra esseri umani apparentemente diversi, ma in sostanza simili nella loro elementarità di vita, per quanto diversamente estrinsecata, che non riescono però mai a relazionarsi veramente o volgere verso un’ evoluzione, se non a caro prezzo.

Inconsueto incontro tra immaginazione e realtà, con reciproche confluenze ma senza una sostanziale prevalenza dell’una sull’altra, La strada è un’opera che lascia spazio a varie interpretazioni e alle più intime sensazioni, facendoci sentire protagonisti di quel buffo spettacolo che è la vita: difficile non immedesimarsi in Gelsomina, facendo nostra la sua capacità e volontà, nonostante tutto, di continuare a sognare, di fare leva sull’ immaginazione, di guardare le cose con eterna meraviglia e sperare che anche gli altri lo facciano, o in Zampanò, abbrutiti dal quotidiano, conquistati solo da quanto si vuole, e si riesce, a vedere e toccare con mano o, infine, nel Matto, sforzandoci, dopo una rapida occhiata a quanto ci sovrasta, di dare una risposta ai nostri tanti “perché”, forse non esaustiva, ma comunque bastevole per andare avanti. Tra i premi, l’Oscar come “miglior film straniero” (sino a questo momento denominato “Oscar Speciale”).