Le notti di Cabiria (1956)

(Movieplayer)

Roma, anni ’50. Un uomo ed una donna si rincorrono, fino a giungere alle sponde di un fiume. Sembrerebbe un normale gioco fra innamorati, ma all’improvviso lui, dopo averla derubata della borsetta, la spinge violentemente in acqua, abbandonandola al suo destino. Fortunatamente intervengono alcune persone, che riescono a trarla in salvo: “è una che fa la vita”, si affretta a dire un ragazzino accorso con gli altri sul posto, conosciuta col nome di Cabiria (Giulietta Masina), Maria Ceccarelli all’anagrafe, vive in una casetta di mattoni grezzi al 19mo chilometro della strada verso Ostia, alla Borgata San Francesco. L’uomo che stava con lei, Giorgio, rappresentava fino a qualche ora fa l’ennesima illusione di un’esistenza “normale”, un compagno di vita a fianco e la possibilità di un mutamento di rotta, forse definitivo, almeno nella speranza coltivata da questo buffo scricciolo che comunque, nonostante l’amarezza ed un attimo di disillusione, non si dà certo per vinta, riprendendo insieme alla corpulenta amica Wanda (Franca Marzi) il consueto iter lavorativo serale lungo la Passeggiata Archeologica. Un’attività svolta in solitaria, senza alcuna protezione esterna, che per lei va a rappresentare una sorta di cammino necessario verso l’emancipazione e l’autodeterminazione; eccola infatti cambiare zona e recarsi a Via Veneto, dove sarà abbordata dal fascinoso divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari), a zonzo per locali notturni dopo aver litigato con l’amante Jessy (Dorian Gray), il quale la condurrà infine nella sua lussuosa villa, con tanto di piscina e maggiordomo.

Giulietta Masina (Arabeschi)

Forte di una vivida umanità e contraddistinta da una primigenia purezza che pare trasmutare tutto ciò che è sotto il suo sguardo in un’aura incantata, Cabiria funge da filtro o, meglio, da cartina di tornasole, nel far venire fuori pregi e difetti delle persone con cui si rapporta; anche Lazzari sembra propenso a lasciarsi andare, ma il ritorno di Jessy chiuderà il cassetto di questo ulteriore sogno e Cabiria dovrà trascorrere la notte bloccata in bagno, per non intralciare la riconciliazione. Nel tornare a casa incontrerà un uomo che nottetempo gira fra le campagne, per offrire cibo e generi di conforto a quanti vivono miseramente all’interno di naturali anfratti del terreno, venendo così a conoscenza di una realtà miserevole e disagiata. Dopo essersi recata con le compagne in pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore, dove chiederà alla Madonna la grazia di farle cambiare vita, non sentendosi esaudita andrà via sconsolata, rifugiandosi all’interno di un cinema. E’ in corso uno spettacolo di varietà ed un illusionista (Mario Passante) la sottoporrà ad un numero d’ipnotismo, facendole vivere in trance quell’amore a lungo vagheggiato, che sembrerà poi materializzarsi nella figura del ragioniere Oscar d’Onofrio (François Périer), il quale inizierà a corteggiarla, fino ad arrivare alla proposta di matrimonio: Cabiria è al settimo cielo, vende la sua casetta, ritira i risparmi alla Posta, ormai sicura di poter iniziare una nuova vita, ma una sera…

Amedeo Nazzari (Movieplayer)

Diretto da Federico Fellini, anche autore della sceneggiatura (in tal ultimo caso insieme ad Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Pier Paolo Pasolini riguardo i dialoghi), Le notti di Cabiria rappresenta una prosecuzione della linea narrativa tracciata dal cineasta riminese con i suoi precedenti lavori, La strada (1954) e Il bidone (1955), il primo in particolar modo, ovvero suffragare un realismo intriso di liricità e poesia, andando a raffigurare una società ormai avviata ad una compiuta definizione, al cui interno si agitano, cercando d’individuare il proprio posto in un mondo nel quale si sentono estranee, persone che hanno ancora preservato un certo candore, anche nei confronti di ogni lordura che venga loro profusa, inclini a conciliare nella loro personalità la vita nella sua interezza, assecondandone il sussultorio susseguirsi di gioie e dolori. Il personaggio di Cabiria, con già presenti alcune intuizioni relative al carattere e al particolare abbigliamento (ad esempio il bolerino di penne di pollo), fa una sua prima, breve, apparizione, ne Lo sceicco bianco (1952), ma la sua compiuta definizione si deve alla capacità propria di Fellini nell’offrire visualizzazione cinematografica a quanto percepito emozionalmente, anche a livello d’inconscio, nel venire a conoscenza di determinati accadimenti cronachistici o di particolari situazioni legate al personale vissuto quotidiano, come riportato da Tullio Kezich nel libro Federico Fellini, la vita e i film (collana Vite narrate- Universale Economica Feltrinelli, 2007): riguardo i primi, ecco la notizia del ritrovamento a Roma, il 12 luglio 1955, presso il lago di Castel Gandolfo, località Acqua Acetosa, del corpo senza testa di una donna, Antonietta Longo, cameriera trentenne, oriunda siciliana, scomparsa da giorni. Affermava di essere prossima alle nozze con “un bravo ragazzo” e quindi aveva ritirato dall’Ufficio Postale i propri risparmi, una piccola somma sparita insieme all’assassino, rimasto ignoto e quindi impunito.

(Film al Cinema)

Riguardo invece le seconde, il regista, colpito dall’ingenuità della Longo, aveva collegato la sua storia con i racconti di Wanda, una prostituta incontrata durante le riprese del citato Il bidone, che abitava in una baraccopoli sotto l’acquedotto Felice, litigiosa con tutti e che tre volte tentò il suicidio per amore, senza mai comunque perdere la propria forza vitale. Egualmente legata alla realtà, poi, la figura dell’“uomo col sacco” incontrato da Cabiria di ritorno a casa dopo essere stata nella villa del divo, sequenza all’epoca censurata (la beneficenza deve seguire i binari “istituzionali”…): si trattava di Mario Tirabassi, un ex infermiere di Orvieto, che ogni notte si prodigava in solitaria e senza clamore alcuno nel dare assistenza ai bisognosi. Come notato da molti critici dell’epoca, Le notti di Cabiria palesa sì un andamento narrativo episodico, ma evita la frammentarietà dispersiva in virtù del personaggio di Cabiria, vero e proprio fil rouge tra le varie vicende, reso con trasporto ed umano calore empatico dalla Masina, che con la sua interpretazione riesce ad unire il sorriso e le lacrime, mediando con naturalezza fra quanto richiesto dal suo Federico, delineare una dimensione clownesca, dando vita ad una sorta di scanzonata ed irriverente marionetta e la sua felice intuizione di contemperare l’estroversione che le era propria con la drammaticità incalzante degli eventi.

(Twitter)

Il percorso intrapreso da Cabiria va dunque a sostanziarsi come una laica Via Crucis, volta all’affermazione di sé e della propria essenza vitale, che la vedranno più volte inchiodata al legno dell’amarezza e del disincanto, mentre la resurrezione non sarà rappresentata dalla possibilità di una nuova vita, o almeno di quella anelata, come richiesto in forma di grazia alla Vergine Maria, bensì dalla consapevolezza di dover proseguire la propria esistenza perseverando nella quotidiana lotta volta a far sì che la personale visione del mondo in genere possa sempre emergere, e fare la differenza, da quella melma dei rapporti umani ormai ridotti a puro e semplice mercimonio. Cabiria, quindi, lo si nota nel bellissimo finale, dove il suo sguardo è rivolto tanto ai giovani festanti, quanto, soprattutto, a noi spettatori, attraverso la mediazione della macchina da presa, vuol farci comprendere come lei, novella Pierrot, similitudine notata da molti, con quella lacrima disegnatale sul viso dal trucco che cola, non smetterà di continuare a credere alla possibilità di un amore puro e di una vita improntata a preservare il suo ancestrale candore, forse facendosi bastare le stelle e senza chiedere la luna come la citata maschera, citando una frase di Bette Davis (in Now, Voyager, 1942, diretto da Irving Rapper, tratto dall’omonimo romanzo del 1941 di Olive Higgins Prouty).

(Bresciaoggi)

Andando quindi a concludere, ne Le notti di Cabiria Fellini nel dare adito alla ritualità dell’esistenza ne avalla e trasmuta quella surrealtà propria di molte sue situazioni, anche attraverso un’aspra ironia volta al grottesco (il pellegrinaggio al Divino Amore, con fede e superstizione ad invadere i rispettivi, labili, confini, l’una spalla dell’altra) o assecondando un ritmo circense (i giovani festanti del finale), coadiuvato al riguardo dal sinergico lavoro di scenografia (Pietro Gherardi), costumi (sempre Gherardi) e fotografia (Aldo Tonti ed Otello Martelli per le sequenze aggiunte), quest’ultima prodiga di uno scintillante bianco e nero incline anche a circoscrivere eventi e situazioni con ricercati chiaroscuri, senza dimenticare il commento musicale di Nino Rota, compiutamente in sintonia con lo scorrere delle immagini, come nei film muti delle origini, ed infatti Rota compose la musica direttamente in sala, sullo scorrere del girato. Fra gli altri interpreti, da citare Amedeo Nazzari praticamente nelle vesti di se stesso, piuttosto sornione nell’accettare il sagace ritratto felliniano dei propri vezzi divistici, e l’attore francese François Périer, che andò a sostituire il paventato Leopoldo Trieste, impegnato nei suoi lavori teatrali, che regala ad Oscar quell’aura melliflua ma anche infida e serpentina propria di chi, non soddisfatto della propria condizione esistenziale, vede nel prossimo nient’altro che qualcuno da sopraffare e ridurre alla propria mercé, in nome del personale tornaconto.

(MyMovies)

Le notti di Cabiria conseguì, fra numerosi altri riconoscimenti, il premio Oscar come Miglior Film Straniero, un anno dopo che Fellini lo ricevette per La strada; nel 1966, a conferma della sua popolarità, la pellicola trovò trasposizione in un musical andato in scena a Broadway, Sweet Charity, scritto da Neil Simon e diretto da Bob Fosse, il quale a sua volta tre anni dopo ne adottò il soggetto per il film dall’identico titolo, protagonisti Shirley MacLaine e John McMartin.

Già pubblicato su Diari di Cineclub N. 95-Giugno 2021


3 risposte a "Le notti di Cabiria (1956)"

    1. Grazie di cuore per la visita ed il commento. Anche per me si tratta di un film molto amato, poi ho un debole sia per Fellini che per Giulietta Masina, per cui ho lasciato andare la penna e fatto fluire sensazioni ed emozioni.
      Un caro saluto.

      Antonio

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