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Cyrano mon amour

Parigi, dicembre 1895. Al Théâtre de la Renaissance è in scena La princesse lontaine, opera in versi a firma di un giovane poeta, Edmond Rostand (Thomas Solivérès) ed interpretata dalla divina Sarah Bernhardt (Clémentine Célarié).
La piece si rivela un fiasco assoluto, la gente, sottolinea l’impresario allo sconsolato autore, predilige le commedie, come quelle scritte da Georges Feydeau (Alexis Michalik), baciate infatti dal successo. Dopotutto siamo in un’epoca di grande fermento innovatore, solo 5 anni fa, per esempio, l’ Éole di Clément Ader spiccava il primo volo, per quanto breve e già si sta diffondendo un’inedita forma di spettacolo, grazie alle “sale di proiezione di vedute animate”, quindi Edmond, confortato dalla moglie Rosemonde (Alice De Lencquesaing), si rimette presto al lavoro, in cerca di una nuova ispirazione.
A due anni di distanza il nostro attraversa però una crisi creativa, i debiti si fanno pressanti, i figli ora sono due e neanche la consorte sembra potergli offrire un briciolo di fiducia; sarà la sua amica Bernhardt a spronarlo, facendogli conoscere un famoso attore, Constant Coquelin (Olivier Gourmet), cui dovrà proporre il suo nuovo lavoro da interpretare, anche se l’illuminazione vera e propria giungerà grazie a Monsieur Honoré (Jean-Michel Martial), gestore di un Café nonché raffinato cultore di letteratura: narrare le gesta di un irruente moschettiere guascone, oltre che fine poeta, prendendo spunto dalla figura storica dell’estroso Savinien Cyrano de Bergerac, filosofo, scrittore, drammaturgo e soldato. Continua a leggere

“I bambini di Rue Saint-Maur 209”/ “Chi scriverà la nostra storia”: la memoria contro l’oblio

Secondo la tradizione e cultura ebraica quando un ebreo rende visita ad un defunto deposita sulla tomba una pietra, a testimonianza del proprio passaggio, rappresentando così legame e memoria: ritengo che identico simbolismo possa essere raffigurato da due film di recente uscita, I bambini di Rue Saint- Maur 209 e Chi scriverà la nostra storia, entrambi dei documentari, con diverse modalità narrative e differenti stili di regia, ma mossi da identico anelito: far sì che nella quotidiana realtà, al cui interno ormai “udiamo senza intendere e  guardiamo senza vedere” (cit. Isaia, Mt.), persi nel nostro individualismo materiale ed ideologico, la Storia possa divenire definitivamente maestra di vita (Cicerone) e trovi i suoi scolari (Antonio Gramsci). Solo così sarà possibile abbattere le sempre più spesse barriere dei calcolati oblii, costruite mattone su mattone da pressanti  negazionismi e revisionismi, cementando il tutto con la sempre viva tentazione di sentirsi più uguali degli altri, non potendo colmare in altro modo la propria mediocrità di essere umano per non riuscire a percepire nell’altro, nel “diverso”, una proiezione di sé; Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi (…), come ebbe modo di scrivere Umberto Eco nella famosa lettera rivolta al nipote. Continua a leggere

César 2019, le candidature

Ieri, mercoledì 23 gennaio, nel corso della consueta conferenza stampa che si è tenuta al ristorante Fouquet, Champs-Elysees di Parigi, sono state rese note dal presidente de  l‘Académie des Arts et Techniques du Cinéma, Alain Terzian, affiancato dall’attore Kad Merad, le candidature relative ai premi César 2019 (44ma edizione), i cosiddetti “Oscar francesi”, assegnati annualmente dalla citata Académie alle migliori pellicole e alle principali figure professionali del cinema transalpino. In testa, con 10 candidature ciascuno, L’affido – Una storia di violenza (Jusqu’à la garde) di Xavier Legrand e 7 uomini a mollo (Le grand Bain) di Gilles Lelouche. Seguono poi En liberté! di Pierre Salvadori e The Sisters Brothers di Jacques Audiard, appaiati a quota 9, mentre La douleur di Emmanuel Finkiel ne ottiene 8. Fra i candidati al Miglior Film Straniero troviamo anche l’italiano Andrea Pallaoro, con Hannah.
Robert Redford riceverà il César alla carriera; la cerimonia di premiazione, dedicata a Charles Aznavour, avrà luogo venerdì 22 febbraio, alla Salle Pleyel, a Parigi, condotta da Kad Merad e presieduta da Kristin Scott Thomas.
Qui l’elenco completo delle candidature.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

(Movieplayer)

Presentato, in Concorso, alla 75ma Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove il protagonista, un intenso Willem Dafoe, ha conseguito la Coppa Volpi come miglior attore, Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, diretto da Julian Schnabel (anche autore della sceneggiatura insieme a Jean- Claude Carriere e Louise Kugelberg), è un film dall’impostazione piuttosto personale, che rifugge dal biopic propriamente detto. Propende infatti, pur attingendo da lettere e biografie, a smarcarsi dalla classica caratterizzazione agiografica sullo sfondo di eventi storicamente accertati, prediligendo piuttosto un simbiotico legame fa la visione del mondo attinente all’artista olandese e quella del regista, del resto pittore anch’esso. Si va quindi a materializzare l’idea dell’Arte quale espressione di una creatività resa vitale dall’ispirazione dirompente e febbrile, comportante una percezione inedita della realtà, intimistica ma condivisibile, da elargire a quanti sapranno intuirla ed apprezzarla; si esprime, inoltre, la necessità di un anelato, ma non del tutto soddisfatto, contatto umano, confidando infine nella Natura quale benigna alleata nel comunicare compiutamente il personale fervore artistico. Continua a leggere

Grisbì (Touchez pas au grisbi, 1954)

Parigi, 1953, ristorante di Madame Bouche (Denise Clair). Max (Jean Gabin) ed il suo socio, nonché caro amico, Henri Riton (René Dary), stanno cenando insieme a due ballerine di burlesque, Lola (Dora Doll) e Josy (Jeanne Moreau).
A loro si unisce il giovane Marco (Michel Jourdan). Max e Riton sono due gangster, circa un mese addietro, come riportano i giornali, hanno realizzato un grosso colpo, una rapina all’aeroporto di Orly, che ha fruttato 50 milioni in lingotti d’oro.
Per il primo, uomo di mezz’età, il grisbì, la refurtiva, rappresenterebbe una congrua “pensione”, dopo anni di loschi affari gestiti con oculatezza e circospezione, non rifuggendo comunque una condotta all’insegna del bel vivere. In particolare Max, avveduto ed accorto, è incline a rispettare un personale codice di comportamento morale, al contrario di Riton, a volte troppo ingenuo, oltre che piuttosto sensibile a cedere alle lusinghe del fascino femminile. Infatti sarà proprio Josy, messa al corrente dell’ingente somma rubata, a riservargli una brutta sorpresa, svelando tutto al violento spacciatore Angelo (Lino Ventura), col quale intrattiene una relazione. Continua a leggere

Un ricordo di Charles Aznavour

Charles Aznavour (Il Fatto Quotidiano)

Ci ha lasciato ieri, lunedì 1° ottobre, Charles Aznavour, cantante, compositore ed attore francese di origine armena (Shahnour Vaghinagh Aznavourian, Parigi 1924); inserito dai genitori fin da giovane nel mondo del teatro parigino, Aznavour iniziò ad esibirsi già a nove anni, per poi essere scoperto da Edith Piaf, nel 1946, che lo portò con sé in tournée, conoscendo infine il grande successo nel 1956, grazie alla canzone Sur ma vie, che gli assicurò l’inserimento fra i migliori chansonnier francesi, imponendosi per la sua caratteristica voce roca ma anche per la profondità dei testi, nella declamazione dell’ amor fou, estremo, passionale, distante da qualsivoglia conformismo. La sensibilità espressa nel canto, unita ad una certa poliedricità, la si può rinvenire anche nelle numerose interpretazioni attoriali di Aznavour nell’ambito cinematografico e televisivo, a partire dal 1936 (La guerre des gosses, non accreditato, diretto da Jacques Daroy), assumendo progressivamente notorietà di pubblico e critica (l’Étoile de Cristal che gli fu conferito come Miglior attore francese del 1960 per la sua interpretazione di un epilettico in La tête contre les murs, Georges Franju, 1959); personalmente serbo nel mio cuore l’intensa interpretazione del sarto armeno Kachoudas  ne Les Fantômes du chapelier (1982, Claude Chabrol, dall’omonimo romanzo di Georges Simenon). Affido il ricordo di Aznavour al video che potete rinvenire qui in chiusura, l’esecuzione di Comme ils disent, 1972, una canzone che, forse per la prima volta, trattava il tema dell’omosessualità senza alcun sarcasmo o disprezzo, ma nell’ essenzialità manifesta di una normalità che mette da parte scandali o perbenisti pudori di facciata.

 

Bande à part (1964)

Parigi, anni ’60. Franz (Sami Frey) ed Arthur (Claude Brasseur), due spiantati perdigiorno, percorrono le vie cittadine a bordo di una malmessa Simca cabriolet; sono diretti a Joinville, così da perlustrare i dintorni di una villa dove, a detta della comune amica Odile (Anna Karina), conosciuta frequentando una scuola d’inglese, il maggiordomo di sua zia Vittoria nasconderebbe all’interno di un armadio un’ingente quantità di danaro, che intenderebbero rubare. Odile, ragazza ingenua, sognatrice e romantica, anche lei come i due sfaccendati con l’aria da “duri” alla ricerca di un proprio posto nel mondo, accetta senza particolare riserve il corteggiamento, sfacciato e disinvolto, esternatole da Arthur, mentre Franz appare più ambiguo ed umbratile; si aggregherà dunque a loro per portare il piano a compimento, facilitandone l’ingresso nella dimora, ovviamente di notte, come imposto dalla tradizione dei romanzetti da quattro soldi o di certi filmetti americani, giusto il tempo di acquistare un libro alle bancarelle poste lungo la Senna e di una veloce visita al Louvre, tutta di corsa, così da battere, per due secondi, il record stabilito al riguardo da un turista americano, meno di dieci minuti. Non ogni cosa, però, andrà per il verso giusto, la notizia della somma di denaro è infatti giunta alle orecchie dello zio di Arthur, cui fa certo gola; il furto, in fondo, è un “lavoro” serio, non basta certo ingegnarsi nel mettere in pratica le fantasie scaturite dalla visione dei film al cinematografo, calza da donna calata sul viso e revolver in pugno … Continua a leggere