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New York, il MoMA dedica una retrospettiva ad Ugo Tognazzi

Ugo Tognazzi (GettyImages/Il Fatto Quotidiano)

La retrospettiva “Ugo Tognazzi: Tragedies of a Ridiculous Man”, organizzata da Camilla Cormanni e Paola Ruggiero per Istituto Luce Cinecittà, insieme a Josh Siegel, curatore del Department of Film del MoMA, Museum of Modern Art di New York, ripercorrerà, dal 5 al 30 dicembre,  la carriera del grande attore attraverso 25 interpretazioni memorabili (tra le quasi 150 realizzate nel corso della sua vita), dirette da Pupi Avati, Marco Ferreri, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Pier Paolo Pasolini, Dino Risi, Antonio Pietrangeli, Elio Petri, Ettore Scola, Luigi Zampa. La sera del 5 dicembre, sarà presente la figlia Maria Sole Tognazzi e l’inaugurazione verrà affidata alla proiezione del film Tragedia di un uomo ridicolo, così da ricordare anche Bernardo Bertolucci, scomparso lo scorso 26 novembre e al quale fu dedicata la retrospettiva al MoMA del 2010/2011. Continua a leggere

Totò sceicco (1950) – Un ricordo del “principe della risata” fra bazzecole, quisquilie e pinzillacchere

Antonio De Curtis/ Totò (Wikipedia)

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis, principe di Bisanzio, in breve Antonio De Curtis e in arte Totò (Napoli, 1898-Roma,1967): grazie alle repliche televisive dei suoi film ed alla loro riedizione in vhs prima e in dvd poi, non vi è generazione che non abbia conosciuto il suo talento, l’innata, travolgente, stralunata vis comica scaturente tanto da un corpo da marionetta estremamente snodabile, quanto da ogni gesto e parola, con un uso raffinato della mimica, esaltata quest’ultima da una mobilità facciale ai limiti dell’incredibile.88x31

Attivo dal primo dopoguerra sulle scene della rivista, Totò fece il suo debutto cinematografico nel 1937 (Fermo con le mani!, Gero Zambuto), protagonista assoluto ma non propriamente convinto della possibilità di adattare la sua maschera, del tutto personale, rodata da anni di varia attività teatrale, a canovacci o sceneggiature.
Abituato a prendere spunto da una situazione di partenza e lavorarci d’istinto più che affidarsi ad un testo da mandare a memoria (basti pensare allo sketch C’era una volta il mondo, 1947, noto con il titolo L’onorevole in vagone letto, riproposto in Totò a colori, 1952, diretto da Steno, inizialmente piuttosto breve ma che di replica in replica raggiunse i cinquanta minuti), avvertiva in particolare la mancanza di un contatto diretto con il pubblico, idoneo a condurlo verso il territorio a lui congeniale dei  lazzi e dell’improvvisazione. Continua a leggere

Perché indagare …

Alberto Sordi

Alberto Sordi

“Buongiorno contessa Elvira, moglie mia defunta! Ammazza quant’eri brutta, ahò… Eh, tutto è trascorso così rapidamente … T’innamorasti subito di me, di Alfonso, il tuo parrucchiere …
C’avevo allora il negozietto da barbiere che mi aveva messo su mio fratello Giuseppe, ti ricordi? Rammento la prima volta che ti vidi: te volevo fà a barba! E tu ridesti … E quel sorriso suggellò il nostro amore. Poi sposi: questa casa fu mia, tutto mio. Ma in due eravamo in troppi e tu lo capisti, ah se lo capisti! Ti colpii qui, ti ricordi? Poi tu proponesti qualche cosa che io al momento non capii: Andiamo a fare una gita in montagna! Ma come in montagna? In montagna, andiamo in montagna! Andiamo in montagna. E infatti lassù, fra i canti, l’allegria, l’euforia e il grappin … Il crepaccio! Sparisti nel crepaccio! Ma come sparisti nel crepaccio? Perché? Ma chi t’ha data a’ spinta? Mah! Perché indagare …”

immIl saluto mattutino, appena destatosi, rivolto dal “conte” Alfonso Pasti (Alberto Sordi) alla moglie Elvira, defunta, come ci tiene a precisare, la cui scomparsa in circostanze “misteriose” durante una gita in montagna gli ha permesso di entrare in possesso di una discreta fortuna, presto dilapidata fra vanagloria e sogni troppo grandi per essere gestiti in mancanza di qualsiasi oculatezza.
La scena è tratta dal film Arrivano i dollari!,’57, adattamento di un racconto di Fulvio Pazziloro ad opera di un nutrito gruppo di sceneggiatori (Giovanni Grimaldi, Ruggero Maccari, Giuseppe Mangione, Gigliola Falluto) e diretto da Mario Costa.

Sordi e Turi Pandolfini

Sordi e Turi Pandolfini

Un tentativo di commedia corale, incentrata sulle figure dei cinque fratelli Pasti, improvvisamente eredi delle sostanze di uno zio morto in Sudafrica, in attesa dell’arrivo della moglie di quest’ultimo e del notaio, per conoscere le disposizioni testamentarie.
In realtà nel corso della narrazione, pur con un’attenta regia e più di una situazione divertente, finiscono per prevalere e costituire asse portante gli apporti individuali dei vari attori: dal tombeur des femmes Piero/Sergio Raimondi all’avaro Giuseppe/Nino Taranto, passando per lo sfaticato Cesaretto/Mario Riva intento a tormentare il geloso fratello Nicoletto/Riccardo Billi, ma in particolare dell’ Albertone nazionale, che fra grettezza e cinismo delinea il memorabile ritratto di un uomo meschino e opportunista.

Forte con i deboli (indimenticabile il rapporto col maggiordomo Giovanni/Turi Pandolfini, costretto ad indossare il collare del cane, magna e cocce de’ noci …) e debole con i forti, le caratteristiche del personaggio, man mano stemperate in una dimensione più circoscritta, delineeranno un ben preciso tipo d’italiano, sino ai giorni nostri, dove saranno necessari pochi adattamenti perché possa inserirsi in una dimensione più “moderna” e attuale.