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The Shape of Water- La forma dell’acqua

(BadTaste)

Baltimora, Stati Uniti d’America, 1962.
Elisa Esposito (Sally Hawkins), muta (le sono state recise le corde vocali, abbandonata, infante, sul greto di un corso d’acqua), conduce un’esistenza tranquilla e soddisfacente.
Lavora come inserviente all’interno di un laboratorio governativo, dove può contare sull’affettuosa amicizia di Zelda (Octavia Spencer), anche lei addetta alle pulizie, la quale le confida ogni particolare della vita insieme al pigro marito; abita in un appartamento sito sopra una sala cinematografica e trova nel dirimpettaio Giles (Richard Jenkins), pittore omosessuale che sbarca il lunario grazie alle illustrazioni pubblicitarie, un confidente sincero ed affettuoso. Un giorno viene introdotto in laboratorio una sorta di polmone d’acciaio, al cui interno si agita  una misteriosa creatura anfibia (Doug Jones), catturata in Amazzonia, dove pare fosse venerata come un dio dagli indigeni. Siamo in piena Guerra Fredda e il “mostro” potrebbe rivelarsi utile riguardo gli esperimenti per un lancio nello Spazio, rispondendo così colpo su colpo a quanto già messo in atto dall’Unione Sovietica; delle “pubbliche relazioni” con “l’uomo pesce” viene incaricato il colonnello Strickland (Michael Shannon), uomo violento e calcolatore, che vede nella Creatura una potenzialità da sfruttare per una ulteriore affermazione della propria carriera. Continua a leggere

Mangia, prega, ama

47614New York.Elizabeth Gilbert (Julia Roberts), giornalista di successo, bella casa ed un marito (Billy Crudup) che le vuole bene, è profondamente insoddisfatta, piange spesso, cerca di pregare, pensa e ripensa ad un simpatico sciamano conosciuto durante un servizio giornalistico a Bali, che le ha fornito una sorta di profezia sulla sua vita. Dopo aver divorziato, si tuffa in una nuova storia con un attore off Broadway (James Franco), ma i tormenti interiori sono sempre vivi e pungenti. Deciderà allora di concedersi un anno sabbatico alla ricerca del proprio Io, tra Italia, India e Indonesia, concludendo il proprio viaggio dove tutto ha avuto inizio. Qui troverà una personale felicità, di spirito e di corpo, rispettivamente grazie allo sciamano di cui sopra e al portoghese Felipe (Javier Bardem).

Imbarazzante. Non riesco a trovare altro aggettivo per descrivere il disagio nel vedere per ben 140’ la sempre affascinante Julia Roberts cercare di stare a galla, tra lacrimucce d’ordinanza, sorrisi forzati, ammiccamenti, mossette varie, in quel pantanoso coacervo di luoghi comuni, ovvietà, discorsi filosofeggianti allegramente e spietatamente “bignamizzati” che risulta essere Mangia, prega, ama. Sconcertante. Non vi è altra definizione per descrivere il contributo come regista di Ryan Murphy, che pur padroneggiando la macchina da presa con pregevole eleganza ( la serie tv Nip e Tuck, il suo esordio cinematografico Correndo con le forbici in mano), non riesce mai a far sì che gli attori superino la monodimensione, creando un minimo di empatia, sostituita da una sin troppo esplicita ruffianeria. Solamente Richard Jenkins, almeno a parer mio, riesce ad imprimere una certa vivida e dolente forza alla propria interpretazione, nel raccontare il fallimento della sua vita e i forti motivi che lo hanno spinto al ritiro in India. Colpa anche di una sceneggiatura (sempre Murphy, con Jennifer Salt), che enfatizza la retorica del soggetto, l’omonimo bestseller autobiografico di Elizabeth Gilbert, elevando la banalità a livello di stile, rendendo il tutto buono per qualche talk show televisivo pomeridiano o anche di seconda serata, magari incentrato su un dotto cazzeggio esistenziale.

Irritante. Ancora un aggettivo funzionale a descrivere ciò che mi ha suscitato il vedere Roma e Napoli spennellate in uno stantio acquerello anni ‘50: nella capitale ecco il popolo italico al suo meglio, gente sempre gesticolante, caciarona, giovinastri intenti a tastare i sederi delle belle figliole di passaggio, tampinandole in perenne allupamento.Taccio volentieri su una improbabile affittacamere dall’accento “broccolino” che spiega all’allibita Julia come riscaldare l’acqua per lavarsi, perché lo scaldabagno non funziona e sulla lezione del cicerone Luca Argentero sul “dolce far niente” in cui saremmo specialisti. Napoli non merita altro che la visione del classico vicolo tutto panni stesi e scugnizzi ed una dissertazione sulla pizza: protesto vivamente, unendomi a molti, per la mancanza del mandolino, “efficacemente” sostituito dalla amena musichetta che introduce l’episodio. Non se la passano meglio New York, tra grattacieli in panoramica, lussuosi appartamenti abitati da persone che sembrano non aver altro da fare nella vita se non partecipare ai soliti party con la gente che conta, l’India con il suo Ashram pseudo hippy, ma con le stanze per la meditazione dotate di aria condizionata, mentre per Bali andare alla voce “guida turistica”, sintetizzata ad uso e consumo dell’ovvio.

Il tutto contornato da una fotografia (Robert Richardson) che parte dai chiaroscuri di New York per arrivare ai toni caramellati, stucchevolmente da cartolina, delle successive ambientazioni. Il tema della scoperta di sé, per quanto non nuovo, avrebbe in sostanza meritato ben altra caratterizzazione, interpretativa, visiva e, soprattutto, di scrittura, volta a coinvolgerci intimamente e non a portarci al tedio tra semplicismi culturali ed una evidente disarmonia tra ciò che si voleva esprimere e quanto si è, malamente, espresso.