The Shape of Water- La forma dell’acqua

(BadTaste)

Baltimora, Stati Uniti d’America, 1962.
Elisa Esposito (Sally Hawkins), muta (le sono state recise le corde vocali, abbandonata, infante, sul greto di un corso d’acqua), conduce un’esistenza tranquilla e soddisfacente.
Lavora come inserviente all’interno di un laboratorio governativo, dove può contare sull’affettuosa amicizia di Zelda (Octavia Spencer), anche lei addetta alle pulizie, la quale le confida ogni particolare della vita insieme al pigro marito; abita in un appartamento sito sopra una sala cinematografica e trova nel dirimpettaio Giles (Richard Jenkins), pittore omosessuale che sbarca il lunario grazie alle illustrazioni pubblicitarie, un confidente sincero ed affettuoso. Un giorno viene introdotto in laboratorio una sorta di polmone d’acciaio, al cui interno si agita  una misteriosa creatura anfibia (Doug Jones), catturata in Amazzonia, dove pare fosse venerata come un dio dagli indigeni. Siamo in piena Guerra Fredda e il “mostro” potrebbe rivelarsi utile riguardo gli esperimenti per un lancio nello Spazio, rispondendo così colpo su colpo a quanto già messo in atto dall’Unione Sovietica; delle “pubbliche relazioni” con “l’uomo pesce” viene incaricato il colonnello Strickland (Michael Shannon), uomo violento e calcolatore, che vede nella Creatura una potenzialità da sfruttare per una ulteriore affermazione della propria carriera.

Sally Hawkins

Quell’essere marino ha però delle doti particolari, che vanno al di là della resistenza in acqua o al di fuori di essa, vedi l’adattarsi alla psicologia di quanti si relazionano con lui, come intuirà ben presto Elisa, che vi instaurerà un intenso rapporto di comprensione ed amore, dal sentore reciproco … Presentato, in Concorso, alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conseguito il Leone d’Oro, recente vincitore, fra gli altri riconoscimenti, di 4 premi Oscar*, The Shape of Water, diretto da Guillermo del Toro (anche autore della sceneggiatura, insieme a Vanessa Taylor), si palesa alla visione come un’opera mirabile nella sua concreta forza propulsiva di fiaba “adulta” e particolarmente diretta, ulteriore affermazione della poetica propria del suo autore, il quale rende il genere cinematografico, a lui caro, del monster movie (Creature from the Black Lagoon, Jack Arnold, 1954, fra le ispirazioni primarie) quale opportuno espediente per visualizzare sullo schermo una suggestiva e poetica confluenza fra fantasia e realtà, idonea a rappresentare un viscerale grido volto a sostenere la diversità quale valore da preservare, insieme all’amore, puro, incondizionato, rivolto ad un essere vivente in quanto tale, considerato nella sua essenzialità esistenziale, al di là di qualsiasi catalogazione di genere.

Michael Shannon e Michael Stuhlbarg

Opportuni antidoti, che si vorrebbero efficaci sempre e comunque, rivolti ad un’esistenza dove l’arida e preordinata programmaticità di un progresso pressoché materiale, in nome del profitto e della prevaricazione, sembra aver sbarrato le porte all’ancestrale necessità dell’essere umano di nutrirsi dei propri sogni e di lottare per renderli reali. L’abilità del regista si riversa poi nel mescolare, in soluzione di continuità, più generi all’interno dell’arco narrativo (noir, commedia romantica, musical), rendendo il tutto  “fluttuante” grazie ad ampi movimenti di macchina (dalla steadicam al dolly), introducendoci fin dai titoli di testa, con l’accompagnamento della voce narrante di Giles, in un’atmosfera “acquosa” ed onirica, dominata visivamente da tonalità per lo più monocromatiche ed opache, tendenti al verde-bluastro con variazioni verso l’arancio-giallo.
Quanto scritto si deve all’ottimo lavoro svolto sulla fotografia da Dan Lausten, del tutto in armonia con le accurate scelte scenografiche (Paul Denham Austerberry), le quali rendono con un certo realismo, ad esempio, la freddezza dell’appartamento di Elisa, appena riscaldato dalla luce proveniente dalla sottostante sala cinematografica, con la stanza da bagno a costituire un vero e proprio luogo a sé stante, l’impatto più caloroso offerto invece dalla dimora di Giles o il laboratorio che ricorda le oscure segrete di un vecchio maniero.
Rilevante la datazione storica al 1962, l’America di John Fitzgerald Kennedy all’apice della Guerra Fredda, fra tendenze innovative (il sostegno dato dal Presidente  al movimento volto all’emancipazione della popolazione di colore) e sopravvivenza di antichi retaggi discriminanti.

Richard Jenkins e Hawkins

Merito della sceneggiatura, che d’altronde può apparire abbastanza ordinaria nella classica proposizione di un amore “differente”, è di aver reso la Creatura (ottima la performance in costume di Doug Jones) non qualcosa di propriamente mostruoso o belluino, ma un organismo sprigionante una potenzialità deistica nel far emergere dall’animo delle persone con cui si trova a confrontarsi la loro primigenia essenza, benigna o maligna.
L’effettiva portata della sua ragion d’ essere può dunque essere compresa soltanto da altrettanti individui “egualmente diversi”, visti dagli altri in tal guisa conseguentemente alla loro difformità (il trittico unitario composto dal mutismo di Elisa, l’omosessualità di Giles, la diversa etnia di Zelda, ma anche l’umanità da buon scienziato espressa dal dottor Hoffstelter, Michael Stuhlbarg), in nome di un ambiguo canone che vede la “normalità” quale precipuo canone di riferimento, concetto quest’ ultimo personificato dal carrierismo d’assalto del colonnello Strickland (reso con sinistra mostruosità da Shannon), intento a marcare il territorio in forza di una sicumera esistenziale del tutto coincidente con quella lavorativa, sul cui altare ha sacrificato ogni genuina emozionalità che non sia la sopraffazione dell’altrui volere (sarebbe già sufficiente al  riguardo osservare il suo comportamento in camera da letto).

Hawkins e Octavia Spencer

Un minimo di sentimento a tratti affiora in questo uomo fortemente “testosteronico” e dall’animo incancrenito, in particolare una volta specchiatosi nella spontaneità emotiva propria della silente Elisa (una Hawkins particolarmente intensa, vivida e gioiosamente carnale), il cui congiungimento con la Creatura troverà  sublimazione, ancor prima che nell’elegiaco finale (quando, ma sì, spoiler, sarà la Bestia a salvare la Bella), nella splendida sequenza in cui la stanza da bagno si trasformerà in un piccolo oceano, ma anche nell’altrettanto simbolica sequenza sulle note di You’ll Never Know. Qui, volgendo nell’occasione un plauso alla colonna sonora di Alexandre Desplat (non memorabile ma consona al girato ed incisiva, anche nella proposizione di brani d’epoca), va in scena un travolgente numero da vecchio musical (credo l’ispirazione venga, andando a memoria, da quanto eseguito da Fred Astaire e Ginger Rogers in Follow the FleetSeguendo la flotta, 1936, Mark Sandrich), dove, pur all’interno di un sogno ad occhi aperti, si manifesta come realisticamente plausibile e del tutto naturale ciò che alla vista  di molti potrebbe apparire aberrante o essere tacciato, malevolmente, di “devianza”.

Nell’alternanza, come su scritto, di diversi generi cinematografici, a comporre un concreto corpo unico, esaltato anche dalle ottime interpretazioni dell’intero cast (in particolare, già detto delle prove offerte da Hawkins, Shannon e Jones, gli sguardi e i gesti soppesati di Jenkins, così come quelli della Spencer, valgono più di tante parole), in The Shape of Water si staglia nitidamente un concetto tanto semplice ed “ordinario”, quanto potenzialmente valido, ma qui gioca un suo ruolo anche la buona volontà di ciascuno, a riportare gli animi più foschi ed esacerbati lungo i binari di una ritrovata armonia emotiva, verso se stessi e nei confronti di quanti s’incontrano lungo il cammino, almeno all’interno di quel luogo magico che è la sala cinematografica: così come l’acqua prende la forma del recipiente che la contiene, in egual modo una persona può accogliere l’altro, adattandosi alla sua inevitabile diversità; ognuno di noi rappresenta qualcosa di preziosamente unico ed esprime questa sua esclusività offrendo ospitalità a quella altrui, mantenendo reciproca individualità. Nel felice scambio sinergico offerto dal rapporto fra senso del fantastico ed incedere quotidiano, avallando conoscenza e mistero, l’autore, nel coniugare la caratterizzazione visiva a quella narrativa,  delinea in definitiva un intenso e del tutto particolare inno alla vita, ai suoi valori più intensamente umanistici, questi ultimi da (ri)scoprire giorno per giorno, come antidoto ad ogni stortura creata da certe sovrastrutture, impalcate in virtù di convenzioni e rigidi parametri comportamentali. Chapeau, señor Del Toro.

*Miglior Film; Miglior Regia, Guillermo del Toro; Miglior Colonna Sonora, Alexandre Desplat; Migliore Scenografia, Paul Denham Austerberry

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