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Io sono Tempesta

(Movieplayer)

Roma, tempi nostri. Numa Tempesta (Marco Giallini), facoltoso imprenditore (gestisce un fondo di un miliardo e mezzo di euro), vive in un lussuoso albergo, che ha comperato in attesa di poterlo rivendere. Salutista, di bell’aspetto e dotato di un naturale carisma, il nostro conduce una vita solitaria, a parte i rapporti di lavoro ed il momentaneo “conforto” offerto da tre “radiose” escort, studentesse in Psicologia, per quanto, manifestando una certa anaffettività, appaia piuttosto distaccato nel relazionarsi col prossimo.
Certo, vi è sempre il denaro a svolgere il compito di opportuno mediatore e congruo placebo per ogni malanno, ma i fantasmi di un recente passato, i rimproveri paterni in particolare, sono pronti a riapparire ogni notte, impedendogli di dormire. Tempesta intende dare vita ad un grande progetto, trasformare una zona brulla del Kazakistan in un centro residenziale, è riuscito a convincere gli investitori, però i suoi legali lo informano di come una condanna inflittagli qualche anno addietro sia ora divenuta esecutiva: unica alternativa alla galera, trascorrere un anno all’interno di un centro d’accoglienza, prestando opera d’assistenza e conforto ai bisognosi. Con i consueti modi affabili e compiacenti, l’uomo d’affari cercherà d’ingraziarsi la direttrice del centro, Angela (Eleonora Danco), ma quest’ultima, fervente cattolica ed attivista di ferro, ha dedicato dieci anni della sua vita all’attività di volontariato, gli darà parecchio filo da torcere. Continua a leggere

Non c’è più religione

religione_jpg_1400x0_q85Porto Buio, piccola isola dell’Italia meridionale, deve la sua fama al presepe vivente, una rappresentazione allestita ogni anno con alacre cura e partecipata dedizione. Per quanto ricorra ancora il mese di Marzo si stanno già svolgendo le prove sotto la solerte guida di suor Marta (Angela Finocchiaro), proscenio lo spiazzo antistante la locale chiesa. Sorge però un problema, il bambino destinato ormai da anni a rivestire i panni del neonato Redentore “ha fatto lo sviluppo” e nella mangiatoia non ci sta più …
Che fare, visto che sull’isola, forse unica tendenza in linea con l’andamento nazionale, il tasso di natalità è pari allo zero?
Un’idea risolutrice, per quanto non propriamente ben accolta dalla comunità, viene sostenuta con baldanza dal neoeletto sindaco Cecco (Claudio Bisio), nativo di Porto Buio e qui tornato dopo una fallimentare esperienza politica su al Nord: rivolgersi alla comunità tunisina che risiede in un’isola poco distante, tra l’altro rappresentata da Bilal (Alessandro Gassmann), alias Marietto, suo amico in gioventù, così come di suor Marta, convertitosi all’Islam per amore di Aida (Nabiha Akkari), ora sua moglie. Qui problemi di natalità non sembrano esserci, la collaborazione è garantita ma Bilal impone al sindaco tutta una  serie di do ut des, dalla vendita del pane arabo alla previsione di un luogo per pregare, passando per la condivisione del Ramadan e, soprattutto, alla rappresentazione della nascita di Gesù seguendo la narrazione descritta nel Corano … Continua a leggere

Suburra

locandina1000Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Giancarlo di Cataldo e Carlo Bonini (Einaudi, 2013), anche collaboratori alla sceneggiatura opera di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, Suburra, diretto da Stefano Sollima, è, ad avviso di chi scrive, un riuscito ed agghiacciante noir, dalla narrazione tesa ed avvincente, i cui meriti sono da rinvenire in primo luogo nel solido mestiere registico espresso dal suo autore e secondariamente nel riferimento, fedele o meno, alle note vicende di malaffare che affliggono la Capitale. Per quanto gli eventi oggetto del racconto siano circostanziati in un arco temporale ben definito (dal 5 al 12 novembre 2011), il grande merito di Sollima, assecondando la scelta espressa in fase di scrittura volta ad eliminare la controparte “buona” del testo originario (il tenente colonnello Marco Malatesta) è quello di aver allestito una messa in scena tanto suggestiva quanto efficacemente simbolica, idonea a mettere in luce, attraverso la rivalorizzazione del genere cinematografico, la triste, angosciante, contemporaneità di un mondo dove i confini espressi dalla consueta dicotomia Bene/Male sono ormai stati superati da tempo. Continua a leggere

Amore universale

gggg“Bisogna amarla veramente molto l’umanità! Molto, molto. Perché gli uomini presi uno per uno sono insopportabili”.

Il ministro Cesare Botero (Nanni Moretti) rivolto ad un suo collaboratore, nel film Il portaborse (‘91, regia di Daniele Luchetti, anche sceneggiatore con Sandro Petraglia e Stefano Rulli).
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linus“Io amo l’umanità… E’ la gente che non sopporto!”
(Linus, Peanuts, Charles M. Schulz, 1922-2000)

Educazione siberiana

educazione-siberiana-L-tIrr5ZIn un piccolo borgo nel sud–ovest della Russia, Fiume Basso, regione della Transnistria (la Moldavia attuale), vive una comunità di siberiani, gli Urka, discendenti dei deportati da Stalin in quel lembo di terra sconosciuto ai più. Siamo nel 1985, quattro ragazzini, circa 10 anni, Kolima, Gagarin, Mel e Vitalic, apprendono un particolare tipo d’educazione, “il vivere da onesti criminali”, espressa dalle parole di nonno Kuzja (John Malkovich), sorta di codice etico cui non manca una convinta ispirazione spirituale, affidando alla benedizione della Vergine Maria l’esecuzione dei precetti propri del loro “credo”.

educazione-siberiana-L-w3JUTIUccidere solo se necessario, rispetto per tutte le creature viventi (eccetto banchieri, poliziotti ed usurai: rubare a queste persone è permesso, spiega Kuzja), il denaro non deve diventare l’unica ragione di vita (“un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare”) ed è atto sacrilego tenerlo in casa, rifiuto della droga (uso e smercio), condanna dello stupro: queste alcune delle regole imperanti in quel microcosmo, oltre alla fede nella picca, il coltello a serramanico con il quale si recide il cordone ombelicale al momento della nascita e che accompagna quindi il cammino dell’uomo sulla terra, raccontato poi dai tatuaggi man mano presenti sul suo corpo.

John Malkovich

John Malkovich

In un arco temporale di dieci anni, dove la Storia avrà il suo ruolo fondamentale (la caduta del Muro di Berlino e annesse conseguenze), Kolima e Gagarin, del gruppo quelli più legati da una profonda amicizia, dovranno affrontare diverse prove nel passaggio dall’adolescenza al’età adulta, confrontandosi entrambi, tra l’altro, con l’amore (la “voluta da Dio” Xenja, Eleanor Tomlinson, ragazza con disturbi mentali) e la realtà del carcere, superandole con diverse modalità, rispettivamente forgiando la propria individualità nel solco della tradizione, il rispetto ferreo delle regole impartitegli, e, viceversa, su un codice improntato sulla convinzione che “il giusto non è mai esistito”. Un differente percorso esistenziale, sofferte scelte di vita, per poi ritrovarsi infine faccia a faccia in un drammatico confronto finale …

Vilius Tumulavicius e Arnas Federavicius

Vilius Tumulavicius e Arnas Federavicius

Tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin (2009, Einaudi Editore), Educazione siberiana, diretto da Gabriele Salvatores, anche sceneggiatore insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia, è un film che ha avuto l’effetto, certo benefico (meglio del restare indifferenti), di offrirmi varie sensazioni, spesso contrastanti, tanto da farmi attendere qualche giorno prima di riportarle ordinatamente su carta, dando il giusto peso sia all’emozione che alla concretezza. Mi hanno sicuramente affascinato la più che valida messa in scena, assicurata da una regia di polso, sostenuta da una bella fotografia (Italo Petriccione) capace di mutare intensità luminosa e gradazione del colore a seconda del girato (esemplare al riguardo la scena della giostra, simbolico momento di sospensione temporale in una spensieratezza di cui i protagonisti non hanno mai potuto godere, luce viva fra il grigiore seriale dei palazzi di quartiere, sulle note di Absolute Beginners, David Bowie) ed infine il montaggio di Massimo Fiocchi, piuttosto fluido nell’assecondare il flusso temporale sviluppato su tre piani differenti e sfalsati tra loro.

Eleanor Tomlinson

Eleanor Tomlinson

Molto valide le interpretazioni degli attori, anche se riguardo Malkovich ho avuto il sentore di una professionale adesione a quanto richiesto, mentre più spontanee, genuine in certo qual senso, mi sono apparse quelle di Arnas Federavicius e Vilius Tumulavicius (Kolima e Gagarin da adulti) ed efficace quella di Eleanor Tomlinson, piuttosto intensa nell’esprimere la fragile dualità di una donna-bambina. Ciò che non mi ha convinto pienamente risiede soprattutto nella caratterizzazione dello sviluppo narrativo previsto in fase di scrittura, un’adesione solo formale allo spirito del romanzo, alla sua linea di base, epurando, pur in un impianto da buon noir, i toni più realistici e violenti.
Un tentativo di compromesso tra un respiro epico, alla Leone per intenderci, restando in casa nostra, ed un’impostazione più accomodante, volta ad essenzializzare il tutto sui temi cari al regista, partendo dalla visualizzazione di quanto riportato su uno scritto: un racconto di formazione, l’amicizia virile minata dall’amore per la stessa donna (espresso nella scelta di non manifestarlo e nell’ incapacità di farlo al di là della violenza), personaggi in bilico tra diversi percorsi di vita, il mantenimento della propria dignità.

Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores

Si delinea quindi, come già scritto, un gran risalto della messa in scena ed uno stile dichiaratamente antirealistico, che si alimenta anche di imperfezioni e discontinuità (se la suddetta sequenza della giostra è a mio avviso la più bella di tutto il film, altre gridano vendetta, vedi il volo delle colombe al ralenti o la suonata di piano nel bel mezzo di un alluvione).
Un taglio spesso stridente con quanto raccontato, arrivando a spersonalizzarsi nel mancare una vera e propria immedesimazione, renderla effettiva e, soprattutto, riuscire a condividerla con gli spettatori. In conclusione, un film da vedere, una benvenuta internazionalizzazione del nostro cinema, capace d’esprimere immagini e contenuti al di là del consueto “due camere e cucina”, potendo fare affidamento sul’abilità di un regista come Salvatores, sulla sua mai sopita voglia di sperimentare ed innovare, a costo di lasciare spiazzati ad ogni nuova realizzazione.

Nastri d’ Argento 2012: Paolo Sorrentino regista del miglior film

Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino

In attesa della cerimonia ufficiale di consegna, in programma stasera al Teatro Antico di Taormina, la tradizionale Notte delle stelle, sono stati resi noti i vincitori dei Nastri d’Argento 2012, premio conferito dai giornalisti iscritti al Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani. Sinceramente mi ha un po’ stupito la vittoria di Verdone e del suo Posti in piedi in paradiso nella sezione “Miglior Commedia”, a mio avviso, come ho avuto modo di scrivere dopo aver visto il film, una pellicola piuttosto impacciata nel trovare un concreto amalgama tra umorismo, toni drammatici e riflessione sociale. E il personaggio della Ramazzotti non è certo tra le sue migliori interpretazioni. Speravo trovassero spazio il coraggio e la “sana” imperfezione de La kryptonite nella borsa, esordio alla regia dello sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo, un film estremamente delicato nel guardare il mondo ad altezza di bambino, con una buona dose d’ironia e toni intimistici.

Regista del miglior film italiano: Paolo Sorrentino (This Must Be The Place).

Miglior regista esordiente: Francesco Bruni (Scialla!).

Migliore Commedia: Posti in piedi in paradiso, Carlo Verdone.

Miglior produttore: Domenico Procacci, per Diaz.

Miglior attrice protagonista: Micaela Ramazzotti (Posti in piedi in Paradiso, Il cuore grande delle ragazze).

Miglior attore protagonista: Pierfrancesco Favino (A.C.A.B. e Romanzo di una strage).

Miglior attore non protagonista: Marco Giallini (Posti in piedi in paradiso e A.C.A.B. ).

Miglior attrice non protagonista: Michela Cescon (Romanzo di una strage).

Miglior soggetto: Ferzan Ozpetek e Federica Pontremoli (Magnifica presenza).

Migliore sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Stefano Rulli e Sandro Petraglia (Romanzo di una strage).

Migliore fotografia: Luca Bigazzi (This Must Be the Place).

Migliore montaggio: Benni Atria (Diaz).

Migliore scenografia: Stefania Cella (This Must Be the Place).

Migliori costumi: Alessandro Lai (Magnifica presenza).

Migliore sonoro in presa diretta: Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini (Diaz).

Migliore colonna sonora: Franco Piersanti (Terraferma e Il primo uomo).

Migliore canzone originale: Love is requited, scritta da Michele Von Buren, composta ed arrangiata da Andrea Guerra e cantata da Elisa (Un giorno questo dolore ti sarà utile).

Miglior film europeo: The Artist, Michel Hazanavicius.

Miglior film extraeuropeo: Drive, Nicolas Winding Refn.

Nastro speciale dell’anno: Paolo e Vittorio Taviani (Cesare deve morire).

Romanzo di una strage

334Discendente, un po’ alla lontana, di quel cinema d’impegno civile, sottogenere italico che avuto i suoi migliori rappresentanti in Francesco Rosi ed Elio Petri, Romanzo di una strage, regia e sceneggiatura (quest’ultima scritta insieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli) di Marco Tullio Giordana, è un film che ha l’indubbio merito di ricostruire per il grande schermo, con scrupoloso piglio documentaristico, un periodo buio del nostro paese, scegliendo uno stile a metà strada tra il cronachismo proprio di un’inchiesta giornalistica e la melodrammaticità tipica di un’opera lirica, come evidenziato dalla suddivisione in capitoli, otto, ognuno con un proprio titolo.

Avvolto in una cupa fotografia (Roberto Forza), tragicamente simbolica, il film non poggia, come le opere dei suoi citati predecessori, su slanci propriamente ideologici o tentativi d’analisi sociologica, preferendo una rappresentazione lineare e “naturale” nella narrazione dei fatti (la pellicola si apre e si chiude con due uccisioni, rispettivamente quella dell’agente Antonio Annarumma e del commissario Calabresi), disseminando indizi sia a nella fase precedente che in quella successiva alla Strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969, ore 16:37, Banca Nazionale dell’Agricoltura, 17 vittime, 80 feriti), punto di partenza della “strategia della tensione”, tra clamorose scoperte, intrighi di potere e depistaggi vari, un triste gioco a rimpiattino con rimpallo delle responsabilità.

Il coinvolgimento di noi spettatori è dato dall’amara constatazione che pur nella conoscenza e nell’accertamento da parte della giustizia di movente ed esecutori, morali e materiali, la punibilità non sia possibile, proprio in applicazione della legge (la non processabilità dei colpevoli, in quanto già assolti per il reato di strage con sentenza passata in giudicato), l’ambiguità beffarda del sistema, evidenziata ulteriormente dalla volontà d’incentrare la narrazione su tre figure essenziali, ognuna espressione di un intimo disagio, causato da influenze esterne, nell’applicazione coerente dei propri ideali: Luigi Calabresi, commissario di P.S., vice responsabile della squadra politica della Questura di Milano (Valerio Mastandrea, efficace e misurato), l’anarchico pacifista Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino, particolarmente intenso) e l’onorevole Aldo Moro (Fabrizio Gifuni, perfetto nel suo mimetismo), al tempo Ministro degli Esteri, figura dolente, quasi cristologica nel farsi tutt’uno con il destino del proprio paese, accettando il tradimento di uno Stato-Giuda, che al consolidamento di una democrazia preferisce la propensione verso derive autoritarie, la presa e la gestione del potere, tra agi e privilegi, rinnegando la salvaguardia e la valorizzazione della dignità di ogni essere umano in quanto tale.

Pudico nella sua antispettacolarità (la scena della strage, fuori scena, con la drammaticità conferita dall’assenza di luce e nello strazio dei funerali delle vittime, sottolineato dalla Lacrimosa di Mozart in sottofondo), attento alla capacità interpretativa degli attori (da evidenziare, in un cast estremamente valido, Michela Cescon, nel ruolo della moglie di Pinelli), il film si sostanzia come una lucida anamnesi volta ad individuare origini e natura del cancro che ha colpito società ed istituzioni e, soprattutto, le sue estese metastasi, dove la diagnosi può rinvenirsi nelle parole espresse da Luigi Lo Cascio nella parte del giudice Ugo Paolillo : “La giustizia è una cosa e le persone che dovrebbero attuarla un’altra”.

A tutti noi, chi in quegli anni c’era e li ha vissuti, chi, come lo scrivente, era appena venuto al mondo, ai giovani d’oggi, Giordana instilla la voglia d’apprendere e di capire, facendo sì che diventino nostre le parole espresse da Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 14 novembre 1974, Che cos’ questo golpe?): “Io so. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969 (…) Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.