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Domani è un altro giorno

(MyMovies)

Roma, oggi. Giuliano (Marco Giallini), noto attore teatrale, estroverso ed aperto alla vita, divorziato e con un figlio studente universitario a Barcellona, vive solo, insieme all’amato cane Pato.
Le sue condizioni di salute non sono delle migliori, il cancro ai polmoni  che lo ha colpito circa un anno addietro non intende regredire, anzi sta per estendersi a tutto il corpo, tanto che il nostro ha ormai preso la decisione di interrompere qualsiasi trattamento ed attendere così il giorno della dipartita. Nulla sembra potergli far cambiare idea, neanche la contrarietà espressa dalla sorella Paola (Anna Ferzetti) o la presenza dell’amico di lunga data Tommaso (Valerio Mastandrea), giunto dal Canada, vincendo la paura dell’aereo, dove vive con la sua famiglia ed insegna robotica all’università; soggiornerà nella Capitale per quattro giorni, tempo bastevole per ritrovare l’intesa di un tempo, quella complicità, anche silente, propria di due caratteri del tutto diversi, Tommaso è piuttosto introverso e alquanto laconico, la capacità  di ridere l’uno dell’altro nel rammentare le loro esperienze passate, provando ad allontanare la tristezza incombente sforzandosi di vivere al meglio il presente, in nome di una fraterna amicizia indelebile a fronte di qualsivoglia avversità, che sarà sublimata da Giuliano in un atto finale da attore consumato … Continua a leggere

Un ricordo di Carlo Vanzina

Carlo Vanzina(TgCom24)

Ci lascia Carlo Vanzina, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore (Roma, 1951), morto oggi, domenica 8 luglio, nella sua città natale.
Insieme al fratello Enrico, sceneggiatore, ha firmato più di sessanta film, soprattutto commedie, pur cimentandosi a volte, con risultati alterni, in diversi generi  (per esempio il thriller nel 1983, Mystère, e nel 1985, Sotto il vestito niente, film quest’ultimo che ebbe anche una sorta d’ideale seguito, Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata, 2011).
Credo vadano riconosciute, tanto a Carlo quanto ad Enrico, figli di Steno (Stefano Vanzina), anche nell’ambito delle realizzazioni più becere e raffazzonate, una non comune capacità d’osservazione delle mutazioni in atto nella società, in particolare a livello di costume, pur rimproverandogli una spesso compiaciuta, e compiacente, messa alla berlina degli italici vizi, all’insegna di un cialtronesco “malcostume mezzo gaudio”, senza esprimere il coraggio di un vero e proprio affondo; evidente, poi, in molti loro titoli (almeno sino al triste subentro delle varie derive triviali ed escatologiche) un’allegra e coinvolgente spontaneità che assumeva la consistenza, pur flebile, di un richiamo  sincero alla genuinità primigenia di un cinema “sanamente” popolare, certo memori di quanto il citato padre fosse stato un  maestro nell’accostare  situazioni comiche tipiche della commedia tradizionale a una pungente e talvolta amara satira di costume. Continua a leggere

Un ricordo di Isabella Biagini

Portrait of Italian actress and showgirl Isabella Biagini. Turin, 1970s (Photo by Mondadori Portfolio by Getty Images)

Eccelsa imitatrice, attrice e showgirl dotata di grande fascino al pari di una ironia del tutto naturale e spesso dissacrante anche, se non soprattutto, quando era rivolta verso se stessa, calata nel personaggio della “fatalona sexy” tutta curve e poco cervello di cui assecondava i canonici cliché , Isabella Biagini (Concetta Biagini all’anagrafe, Roma, 1943) ci ha lasciato lo scorso sabato, 14 aprile. Il mondo dello spettacolo l’aveva vista esordire ragazzina sul grande schermo, una piccola parte ne Le amiche, 1955, di Michelangelo Antonioni, anche se la grande notorietà sopraggiunse grazie alla televisione, quando venne ingaggiata per un ruolo comico in seguito alla sua partecipazione ad un concorso per annunciatrici, dove si fece notare, secondo quanto riportato da varie fonti, per aver suscitato fra gli astanti una certa ilarità. Proprio in tv, nel cast di spettacoli come Sim, sala, bim – Special, 1976, Bambole, non c’è una lira, 1977, C’era una volta Roma, 1979, o, ancora prima, di commedie musicali (Non cantare, spara, 1968, con il mitico Quartetto Cetra) la Biagini diede il meglio di sé, cantando, ballando e proponendo imitazioni memorabili (una su tutte quella di Mina), mentre al cinema riciclò il consueto ruolo di “procace svampita” in titoli rientranti per buona parte nel filone dell’italica commedia sexy, con qualche valida eccezione (andando a memoria mi sovvengono Slalom, Luciano Salce, 1965, l’episodio Lo smoking del film Amore all’italiana, Steno, 1966).

Caccia al tesoro

Napoli, oggi. Domenico Greco (Vincenzo Salemme) è un attore teatrale non propriamente baciato dal successo.
I suoi tentativi di trasporre in dialetto napoletano opere quali L’avaro di Molière, infatti, sono falliti miseramente ed ecco giungere puntuale l’ufficiale giudiziario ad intimargli lo sfratto dal teatro causa protratta morosità nel pagamento dell’affitto. Domenico vive, a scrocco, a casa della cognata Rosetta (Serena Rossi), la vedova di suo fratello, il cui figlio di 9 anni è gravemente malato di cuore: è appena giunta una lettera dagli Stati Uniti che comunica la possibilità di un intervento chirurgico idoneo a salvare la vita del ragazzino, ma il costo ammonto a 160mila euro… Non resta che affidarsi a San Gennaro, chiedendo la grazia di un miracolo… Il santo prontamente risponde, almeno è quanto sembra a Domenico e Rosetta, invitandoli a prelevare una pietra preziosa dalla mitra facente parte del famoso tesoro. Ma le sue parole sono state udite anche da Ferdinando (Carlo Buccirosso), pure lui intento a chiedere i favori del venerabile visto che naviga in cattive acque dopo la separazione dalla moglie, il quale obbliga i due a prenderlo come socio per trafugare il prezioso copricapo.
I tre si danno dunque da fare per organizzare il colpo, peccato però che non solo il tesoro sia stato trasferito a Torino per un’esposizione, ma per di più sulle sue tracce vi sono anche i romani Cesare (Max Tortora) e Claudia (Christiane Filangieri), mariuolo di professione lui, ladra per necessità lei.
La caccia al tesoro è appena iniziata e fra travestimenti, truffe più o meno ingegnose, inseguimenti, avrà termine a Cannes, coinvolgendo anche un temibile boss della camorra… Continua a leggere

Febbre da cavallo (1976)

Roma, anni ’70. Bruno Fioretti (Gigi Proietti), detto Mandrake per via del “sorriso magico” e delle “innate doti trasformistiche”, attore ed indossatore squattrinato, racconta al giudice (Adolfo Celi) di come insieme ai suoi amici Armando Pellicci Er pomata (Enrico Montesano) e Felice Roversi (Francesco De Rosa), posteggiatore abusivo, si siano ritrovati in un’aula di tribunale.
Tutto ebbe inizio all’ippodromo di Tor di Valle, meta abituale dei tre, accaniti scommettitori alle corse dei cavalli, sempre in attesa di beccare il risultato vincente, visto che le dritte di Pomata, ex driver e sedicente “computer equino”, al momento disoccupato e convivente con la nonna (Nerina Montagnani) e la sorella Giuliana (Marina Confalone), non vanno mai a buon fine. Intorno a loro ruotano poi altre figure, sempre orbitanti nel giro dell’ippica, come l’avvocato De Marchis (Mario Carotenuto), proprietario del cavallo Soldatino, gran mangiatore di biada ma in costante digiuno di vittorie, il conte Dallara (Gigi Ballista), la cui cavalla Bernadette è invece foriera di molteplici soddisfazioni, o il macellaio Otello Rinaldi (Ennio Antonelli), alias Manzotin, fortunato scommettitore e vittima delle ben orchestrate mandrakate, truffe perpetrate dai “tre moschettieri” per procurarsi i soldi  necessari a raggiungere ippodromi di altre città e puntare sull’ennesimo equino dato per vincente. Continua a leggere

Roma, al via la mostra “Steno, l’arte di far ridere. C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora”

Steno

Sarà inaugurata oggi, martedì 11 aprile, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dove potrà essere visitata fino al 4 giugno, la mostra Steno, l’arte di far ridere. C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora, dedicata al regista e sceneggiatore Stefano Vanzina, in arte Steno, in occasione del centenario della nascita (19 gennaio 1917).  Autore tra i più prolifici ed eclettici del panorama italiano, Steno fu maestro nell’accostare nei suoi film situazioni comiche tipiche della commedia tradizionale a una pungente e talvolta amara satira di costume che rifletteva perfettamente l’evoluzione della società italiana alle soglie, durante e dopo il boom economico. Continua a leggere

Totò sceicco (1950) – Un ricordo del “principe della risata” fra bazzecole, quisquilie e pinzillacchere

Antonio De Curtis/ Totò (Wikipedia)

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis, principe di Bisanzio, in breve Antonio De Curtis e in arte Totò (Napoli, 1898-Roma,1967): grazie alle repliche televisive dei suoi film ed alla loro riedizione in vhs prima e in dvd poi, non vi è generazione che non abbia conosciuto il suo talento, l’innata, travolgente, stralunata vis comica scaturente tanto da un corpo da marionetta estremamente snodabile, quanto da ogni gesto e parola, con un uso raffinato della mimica, esaltata quest’ultima da una mobilità facciale ai limiti dell’incredibile.88x31

Attivo dal primo dopoguerra sulle scene della rivista, Totò fece il suo debutto cinematografico nel 1937 (Fermo con le mani!, Gero Zambuto), protagonista assoluto ma non propriamente convinto della possibilità di adattare la sua maschera, del tutto personale, rodata da anni di varia attività teatrale, a canovacci o sceneggiature.
Abituato a prendere spunto da una situazione di partenza e lavorarci d’istinto più che affidarsi ad un testo da mandare a memoria (basti pensare allo sketch C’era una volta il mondo, 1947, noto con il titolo L’onorevole in vagone letto, riproposto in Totò a colori, 1952, diretto da Steno, inizialmente piuttosto breve ma che di replica in replica raggiunse i cinquanta minuti), avvertiva in particolare la mancanza di un contatto diretto con il pubblico, idoneo a condurlo verso il territorio a lui congeniale dei  lazzi e dell’improvvisazione. Continua a leggere