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L’impostore (The Imposter, 2012)

113 giugno 1994, Sant’ Antonio, Texas. Nicholas Barclay, un ragazzino di 14 anni, scompare improvvisamente da casa, senza lasciare alcuna traccia di sé. I familiari, come la sorella Carey o mamma Beverly, attoniti ed incapaci di fornire una spiegazione al riguardo, sembrano ormai rassegnati al peggio. Tre anni e quattro mesi più tardi dal tragico evento, il 7 ottobre 1997, a Linares, in Spagna, la polizia locale riceve una misteriosa telefonata, relativa al rilascio di un ragazzo rapito. Incredibile a dirsi, ma dopo tanto tempo e ad una distanza a dir poco notevole dal luogo della scomparsa, Nicholas sarebbe, anzi è, ancora vivo. Certo il suo aspetto ha adesso qualcosa di diverso, il colore degli occhi ad esempio, per non parlare dell’ accento… Ma in fondo è trascorso tanto tempo e le sevizie cui racconta di essere stato sottoposto (rapito insieme ad altri coetanei da una setta di schiavisti del sesso, sarebbe stato oggetto anche di cruente sperimentazioni) sembrerebbero giustificare certe mutazioni, niente che preoccupi comunque la sua famiglia, pronta a riaccoglierlo senza porsi tante domande. Ma proprio quando la reintegrazione, anche sociale, appare pressoché definitiva, un investigatore privato …

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The Lone Ranger

taorminafilmfest-2013-L-dqrkehThe Lone Ranger rappresenta il tentativo, non particolarmente riuscito, espresso dalla Disney di conferire nuova linfa vitale tanto al genere western che al personaggio del Cavaliere Solitario, il cui mito si è mantenuto ben saldo negli Stati Uniti (era l’eroe di Fonzie/Henry Winkler, nella serie tv Happy Days), dalla sua nascita nel 1933 in radio (l’emittente Wxyz di Detroit, testi di George W. Trendle e poi di Fran Stiker), per passare nel ’38 ai fumetti (le strisce di Fran Stiker ed in seguito Charles Flanders) ed approdare sugli schermi televisivi (la serie tv della CBS, dal ’49 al ’57, cui seguirono i cartoni animati, ’66-’68 e 1980) e cinematografici (i due serial del’39, e i lungometraggi datati’56, ’58,’81). Costituisce inoltre un buon paravento della citata major per provare a dar vita ad un nuovo franchise, una replica di quanto messo in atto con la saga de I pirati dei Caraibi, quattro film dal 2007 al 2011, tanto da confermarne lo stesso team: il regista Gore Verbinsky (ha diretto i primi tre), gli sceneggiatori (Ted Elliott, Terry Rossio, cui si aggiunge Justin Haythe), il produttore Jerry Bruckeimer, l’attore feticcio Johnny Depp, da un po’ di tempo a questa parte freak buono per tutte le stagioni.

Armie Hammer e Johnny Depp

Armie Hammer e Johnny Depp

Omaggio alle citate origini, la narrazione ha inizio nel 1933, a San Francisco, presso un parco divertimenti: un ragazzino vestito da cowboy mascherato entra nello stand dedicato all’epopea del vecchio West, dove si sofferma sul manichino rappresentante un nativo americano, “il buon selvaggio”, il quale invece appare vivo e vegeto.
Stupore e meraviglia, altri non è che Tonto (Depp), l’indiano Comanche amico e compagno d’avventure del mitico difensore di lealtà e giustizia che non vede l’ora di poterne raccontare le gesta, almeno così come le ricorda lui: nel lontano 1868, in un Texas prossimo a conoscere il progresso tramite la costruenda ferrovia, il futuro “uomo con la maschera” era John Reid (Armie Hammer), avvocato dalle idee illuminate, pronto ad applicare le regole scritte nei codici in sostituzione della legge fai da te propria di un paese di frontiera, almeno fino a quando suo fratello Dan (James Badge Dale), un ranger, non veniva ucciso dal bandito Butch Cavendish (William Fichtner), al centro di un intricato complotto di potere …

Helena Bonham Carter

Helena Bonham Carter

L’incedere si rivela presto bislacco e sconclusionato, pur se la scenografia appare piuttosto curata, così come scelte registiche capaci d’assecondare validamente le scene d’azione, fra una citazione e l’altra dei vecchi western, classici e spaghetti, con echi di quest’ultimi piuttosto evidenti nella colonna sonora (Hans Zimmer), anche se i vari richiami (Ford, Leone, Corbucci), non offrono la magnetica (e funzionale) forza sincretica di un Tarantino nella loro riproposizione.
Nuoce alla narrazione lo stare a metà fra epicità e toni scanzonati, tanto da girare per due ore buone intorno al proprio ombelico, costituito da una serie di stramberie che non sempre riescono a trovare un minimo di coerenza stilistica e tali restano sino alla fine, vedi il personaggio di Red Harrington con gamba d’avorio “assassina” interpretato da Helena Bonham Carter.
Tra dialoghi non proprio memorabili, qualche vuoto e troppe lungaggini (la nascita dell’eroe ha una gestazione di circa un’ora, altri trenta minuti sono incentrati sulla genesi di Tonto), The Lone Ranger offre una serie di quadri alternativamente validi ma non riesce a miscelare adeguatamente ironia, dramma e senso dell’avventura.

William Fichtner

William Fichtner

Quando finalmente script e regia trovano una strada da percorrere insieme, verso il finale, ecco 45 minuti circa da antologia, tra la reiterazione dell’ouverture del Guglielmo Tell rossiniano (leitmotiv del ranger sin dagli esordi) e splendide acrobazie a cavallo su di un treno in corsa, con felici inquadrature alternate dei vari protagonisti, dando vita ad una sorta di cartoon dal vivo (la memoria corre infatti alla serie animata).
Non bastano però a conferire una validità complessiva al film, per quanto a tratti pienamente godibile, né giovano al riguardo il gigioneggiare di Depp, un villain da cartolina illustrata “benvenuti nel vecchio West” offerto da Fichtner o l’ambiguità sottilmente politica resa con un certo manierismo da Tom Wilkinson nei panni di Latham Cole, l’ideatore del progetto ferrovia volto ad unire materialmente il paese.
Hammer rende bene l’idea di eroe controvoglia, ma l’approfondimento del personaggio appare sacrificato sull’altare Depp, vero protagonista, nel bene e nel male. Menzione speciale per Silver, magnifico cavallo albino dotato di una personalità tutta sua, funzionale aura divina e zoccoli ben saldi sulla terra.

tlrNell’indecisione fra realtà e leggenda prevale la fantasia di ciascuno, espressa al livello più puro, bambino o adulto tornato tale, come sembra voler suggerire il finale, quell’universo lontano dove eroi come Lone Ranger possono cavalcare indomiti e perpetrare le loro gesta, lontani dal selvaggio franchising, stagliandosi sul tramonto di una cristallina incolumità, propria di un mondo dove un duello al sole, un certo romanticismo e i mai domi ideali di lealtà e giustizia, esprimono ancora la loro valenza ed originaria purezza. Hi-yo Silver! Away!

Django Unchained

django-unchained-L-RrDLxTScritto e diretto da Quentin Tarantino, Django Unchained è un film dai molti contrasti, sicuramente violento, ma anche divertente, scanzonato e non scevro da validi spunti di riflessione, ancora una volta limpida espressione di uno spirito libero nel riproporre i vari generi, il western in tal caso, ed usarli come mezzo per riscrivere la Storia ed attualizzarne la portata a livello di nemesi imperitura. Certo, il nostro si prende più di una licenza, tra anacronismi e il citazionismo di vari stilemi: quest’ultimo, nella sua abbondanza, sembra bloccare a volte lo spontaneo fluire proprio delle precedenti realizzazioni, tanto come sceneggiatura che scelte di regia “pura”, pur nell’evidente esigenza autoriale di rendere proprio quanto metabolizzato negli anni, da bravo “masticatore pop”.

Christoph Waltz e Jamie Foxx

Christoph Waltz e Jamie Foxx

Per quanto mi riguarda, non ho spostato lo sguardo dallo schermo sino alla fine, già rapito dalla sequenza iniziale, i titoli di testa identici nella grafica rosso sangue a quelli del Django di Sergio Corbucci (’66), riproponendone la canzone originale (di Franco Migliacci e Luis Enriquez Bacalov, cantata da Rocky Roberts), mentre assistiamo al cammino barcollante degli schiavi. Un’apertura che richiama, in certo qual modo, quella del suddetto film italiano: se Franco Nero, nordista reduce dalla Guerra di Secessione, trascinava una bara, simbolo di un doloroso passato, così uomini incatenati l’un l’altro si portano dietro, tra catene e le schiene segnate dai colpi di frusta, il feretro rappresentato dalla violenza dell’uomo sull’uomo, che fa del diverso colore della pelle una discriminante di superiorità.

 Leonardo DiCaprio

Leonardo DiCaprio

Siamo da qualche parte nel Texas, come spiega una didascalia, due anni prima della Guerra Civile, e ad interrompere il cammino di questa triste carovana è il Dr. King Shultz (Cristoph Waltz), dentista d’origine tedesca, tanto affabile nei modi e ricercato nella favella, quanto abile nell’estrarre la pistola e farvi uso idoneo per poter acquistare lo schiavo Django (Jamie Foxx), che gli sarà utile, visto che ne conosce l’identità, per rintracciare i fratelli Brittle. Il dottore, infatti, è un cacciatore di taglie e promette a Django di dargli la libertà una volta portata a termine la “caccia”.
Ma il sodalizio tra i due continuerà, un inverno a catturare insieme i criminali, sino allo sciogliersi delle nevi, quando si metteranno alla ricerca di Broomhilda (Kerry Washington), moglie dell’ormai ex schiavo, le cui tracce porteranno nel Mississippi, alla tenuta di Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), dove dovranno fare i conti, tra l’altro, col maggiordomo di colore Stephen (Samuel Lee Jackson).

Samuel Lee Jackson e Kerry Washington

Samuel Lee Jackson e Kerry Washington

Django Unchained è costruito da Tarantino nel rispetto delle tematiche a lui care, vedi l’incedere degli eventi sullo scenario di un mondo in procinto di cambiare, dove non tutto è come sembra: chi vi si trova in mezzo è costretto ad un repentino adattamento e conseguente trasformazione sino alla rinascita finale, con l’affermazione della propria personalità nella consapevolezza del suo ruolo sociale (senza dimenticare, il tema dell’amore, comunque presente fra tanta violenza).
Piuttosto felice la sceneggiatura e valido l’impianto tecnico:un’ ottima fotografia (Robert Richardson), la bella colonna sonora, che mescola di tutto e di più con la consueta nonchalance (si passa dal Requiem di Giuseppe Verdi, Dies Irae, al motivo di Lo chiamavano Trinità…, Franco Micalizzi, con in mezzo una serie di altri temi musicali ripresi dai nostri “spaghetti” ed inediti rap), il caratteristico e suggestivo montaggio (Fred Raskin).

Jamie Foxx e Franco Nero

Jamie Foxx e Franco Nero

Tutto ciò non starebbe in piedi se non vi fosse la accondiscendenza degli attori a prendere parte al gioco, per cui ecco l’ambiguità liberal di Shultz/Waltz, il percorso evolutivo di Django /Foxx (schiavo, giustiziere prezzolato, uomo libero alla ricerca di una personale vendetta ed infine rivendicatore sociale), i capricci del despota bambino Candie/di Caprio. Ultimo, ma non per importanza, lo Stephen di Jackson, in apparenza gentile come la mamy di Via col Vento (l’indimenticabile Hattie McDaniel), ma infido e perfido come Iago in Otello. E’ proprio la sua interpretazione a dare una forte valenza all’ultimo capitolo del film, altrimenti bloccato nel suddetto gioco dei rimandi e sbrigativo nel cedere il passo all’inevitabile mattanza.

django-unchained-L-ApKU2KTarantino, infatti, sembra dimenticare, a volte, l’ironia che sinora gli era stata propria (il cammeo di Franco Nero e, una scena su tutte, la messa in ridicolo dei membri di un proto Ku-Klux- Klan, sberleffo anche a La nascita di una Nazione di David Wark Griffith, 1915) o il valido simbolismo di molte inquadrature (gli schizzi di sangue sulle piante di cotone), unito alla scelta di non evidenziare le atroci violenze sugli schiavi, a sottolineare la ritrosia della Storia nel rammentare determinati eventi e il cui ricordo causerà invece l’improvviso scatto di Shultz, il quale darà avvio alla carneficina di cui sopra.
A mio avviso un bel film, da vedere, dove cinefilia, gusto per lo spettacolo e valenza di una concreta denuncia sociale possono certo darsi la mano, pur a prezzo di qualche svolazzo troppo compiaciuto e una certa, insistita, strafottenza nel gestire e mescolare i vari generi, ormai giunta a lambire i confini di un calcolato manierismo. Ma sono consapevole che, proprio in virtù delle “coccole cinefile” elargite dal nostro, “Quando un critico con la penna incontra un Tarantino con la macchina da presa, quello con la penna è un uomo morto …”

Morto Patrick Swayze

Patrick Swayze

Patrick Swayze

Da tempo sofferente per un cancro al pancreas è morto a Los Angeles Patrick Swayze. Era nato ad Houston, nel Texas, il 18 Agosto 1952, sua madre era coreografa e proprietaria di una scuola di ballo ; proprio in virtù di questo, dimostrandosi sin da piccolo propenso alle attività artistiche, iniziò a prendere lezioni di danza classica.L’ attività di ballerino sembrava promettere bene, tanto che Swayze nel 1972 si trasferì a New York per completare la sua formazione presso le scuole di balletto Joffrey Ballett e Harkness Ballett ; nel 1973 esordì nel corpo di ballo per Disney on parade, interpretando il Principe Azzurro di Biancaneve; cominciò poi a lavorare a Broadway, ottenendo il ruolo di Danny Zuko in Grease.

Purtroppo cominciarono a farsi sentire le conseguenze di una infortunio avvenuto durante una partita di football negli anni del liceo, con conseguente lesione del ginocchio;dopo una serie di operazioni andate a buon fine, decide allora di intraprendere la carriera d’attore e nel 1979 si trasferisce a Los Angeles:vari lavori saltuari per mantenersi, qualche spot pubblicitario ed infine il debutto cinematografico con Skatetown, U.S.A., di W.A.Levey , un’ apparizione in un episodio della serie televisiva M*A*S*H e il grande salto con I ragazzi della 56a strada di Francis Ford Coppola, 1983, vera e propria fucina di giovani attori che da lì a poco avrebbero sfondato, come Matt Dillon o Rob Lowe.

Nello stesso anno recita con Gene Hackman in Fratelli nella notte, di Ted Kotcheff e in quello seguente in Alba rossa di John Milius, ma sarà la parte di Orry Main nella serie televisiva North and South del 1985, ambientata durante la Guerra di Secessione, a conferirgli popolarità presso il grande pubblico, in attesa della vera e propria consacrazione che avverrà nel 1987 con Dirty Dancing di Emile Ardolino, nel ruolo a lui certo congeniale di un istruttore di ballo, ottenendo una candidatura al Golden Globe .

Dopo ruoli da “duro” in film come Alba d’acciaio, 1987, di Lance Hool o Vendetta trasversale, 1989, di John Irvin, arriva l’indimenticabile ruolo di Sam in Ghost, 1990, di Jerry Zucker, che anche ormai fantasma cerca di aiutare la sua compagna Molly( Demi Moore); nel 1991 un altro ruolo di successo con Point break , di Kathryn Bigelow, per poi prendere nuove strade interpretative che lo porteranno a recitare in ruoli per lui davvero insoliti, forse desideroso di voler dimostrare sfumature recitative al di fuori dei soliti clichè, da La città della gioia, 1992, di Roland Joffè, a A Wong Foo, grazie di tutto!Julie Newmar, 1995, di Beeban Kidron, dove è la drag queen Vida Boheme.

Altri ruoli significativi nella sua carriera non vi saranno: appare nel cult Donnie Darko, 2001, di Richard Kelly e in Dirty Dancing 2, 2004, di Guy Ferland, sorta di seguito del celebre originale; il suo ultimo film è Powder Blue, di Timothy Linh Bui, dove recita accanto al fratello Don. Per tutti sarà sempre l’istruttore di ballo Johnny che danza soavemente e sensualmente con Jennifer Grey e il Sam di Ghost che alla dichiarazione d’amore di Molly risponde semplicemente “idem”, eroe romantico di poche parole, moderna incarnazione del classico “duro dal cuore tenero” di hollywoodiana memoria.