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Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls, 2017)

Inghilterra, giorni nostri. Conor O’ Malley (Lewis MacDougall), ragazzo di 12 anni, “troppo grande per essere un bambino, troppo giovane per essere un uomo”, introverso ed umbratile, soffre per le condizioni di salute della madre, Elizabeth (Felicity Jones), alle prese con l’invadenza incipiente del cancro, ormai allo stadio terminale: ne osserva silente il repentino decadimento fisico, covando un torvo rancore nell’avvertire imminente il momento in cui dovranno dirsi addio.
Soggetto al pesante dileggio dei compagni di scuola, Conor viene affidato alle cure della nonna materna (Sigourney Weaver), dal carattere ruvido e scostante. Il padre (Tony Kebell), andato via da qualche anno, vive in America, con una nuova compagna, dalla quale ha avuto una figlia. Il giovane riesce a trovare un minimo di conforto nel disegno e nella musica, ma le sue notti sono scosse da violenti incubi, culminanti nell’apparizione, a mezzanotte e sette minuti, di un gigantesco albero, un tasso, dalle sembianze umane, il quale si farà vivo più volte per raccontargli tre storie, pretendendo però in cambio che Conor gliene narri a sua volta una quarta; se la pianta gli ha fatto intendere che il viaggio terreno può essere attraversato dall’incorrere in apparenze e compromessi, niente è come sembra, bensì propenso a conformarsi alle umane rappresentazioni, anche il ragazzo dovrà dimostrarsi pronto ad esternare una personale verità, da tempo soffocata … Continua a leggere

Zibaldone di pensieri cinematografici (e televisivi)

1Un po’ per mestiere, un po’ perché spinto dal bisogno atavico di entrare in contatto con il buio della sala cinematografica, senza tralasciare la spinta elargitami da un’innata curiosità, mi ritrovo a prendere visione praticamente di ogni proposta filmica offerta dai cinema di zona, non indulgendo in particolari sofismi preventivi.
Certo, in tal modo è più frequente imbattermi in profonde delusioni, pellicole che per svariati motivi non riescono ad entusiasmarmi o a trasmettermi alcunché, a parte il valore “didattico”, in positivo o in negativo, offerto dalla messa in scena complessiva (modalità di regia e scrittura, interpretazioni attoriali, l’aspetto tecnico). Fra le recenti visioni ad avermi lasciato il classico amaro in bocca, vi sono Città di carta e I Fantastici Quattro: iniziando dal primo film, la trasposizione dell’omonimo bestseller di John Green (Paper Towns, 2008, Dutton Books, edito in Italia da Rizzoli) ha probabilmente sofferto di un adagiamento sugli allori offerto dal successo del precedente Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars, Josh Boone, 2014), anch’esso tratto da un romanzo del citato Green. Gli sceneggiatori, infatti, sono gli stessi (Michael H. Weber, Scott Neustadter), mentre la regia ora è di Jake Schreier. Continua a leggere