Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls, 2017)

Inghilterra, giorni nostri. Conor O’ Malley (Lewis MacDougall), ragazzo di 12 anni, “troppo grande per essere un bambino, troppo giovane per essere un uomo”, introverso ed umbratile, soffre per le condizioni di salute della madre, Elizabeth (Felicity Jones), alle prese con l’invadenza incipiente del cancro, ormai allo stadio terminale: ne osserva silente il repentino decadimento fisico, covando un torvo rancore nell’avvertire imminente il momento in cui dovranno dirsi addio.
Soggetto al pesante dileggio dei compagni di scuola, Conor viene affidato alle cure della nonna materna (Sigourney Weaver), dal carattere ruvido e scostante. Il padre (Tony Kebell), andato via da qualche anno, vive in America, con una nuova compagna, dalla quale ha avuto una figlia. Il giovane riesce a trovare un minimo di conforto nel disegno e nella musica, ma le sue notti sono scosse da violenti incubi, culminanti nell’apparizione, a mezzanotte e sette minuti, di un gigantesco albero, un tasso, dalle sembianze umane, il quale si farà vivo più volte per raccontargli tre storie, pretendendo però in cambio che Conor gliene narri a sua volta una quarta; se la pianta gli ha fatto intendere che il viaggio terreno può essere attraversato dall’incorrere in apparenze e compromessi, niente è come sembra, bensì propenso a conformarsi alle umane rappresentazioni, anche il ragazzo dovrà dimostrarsi pronto ad esternare una personale verità, da tempo soffocata …

Lewis MacDougall (The Telegraph)

Scritto da Patrick Ness, autore dell’omonimo romanzo (2011, in Italia edito da Mondadori un anno dopo), nato da un’idea di Siobhan Dowd, morta poco prima di poter iniziare la stesura definitiva, Sette minuti dopo la mezzanotte, diretto da Juan Antonio Bayona (The Orphanage), titolo, fra l’altro, d’apertura del 19mo Future Film Festival (dove ha conseguito il Platinum Grand Prize), si sostanzia come una fiaba gotica, idonea a coniugare all’interno della messa in scena visionarietà e realismo. La ricercata, insistita, confluenza fra immaginazione e realtà appare infatti volta a far sì che la prima entità possa costituire opportuno mezzo nel rendere comprensibile la seconda, nella sua totalità, includente varie sfaccettature e tante domande destinate a restare senza risposta alcuna che non sia la dolente accoglienza di una volontà spesso incomprensibile.
Viene dunque visualizzato, con modalità piuttosto crude e dirette, foriere anche di qualche brivido, avvalendosi di  una caratterizzazione visiva ineccepibile (ottimo l’apporto della fotografia di Óscar Faura nell’avallare, simbolicamente, l’alternanza di luce ed oscurità), un particolare e suggestivo racconto di formazione, che vede delinearsi la delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ed in seguito verso l’età adulta, di un ragazzo alle prese con varie problematiche da affrontare.

MacDougall e Felicity Jones (The PlayList)

In primo luogo la necessità di essere considerato e compreso da quanti lo circondano (emblematica la sequenza in cui il compagno di classe che lo tormenta con le sue angherie lo accusa di ricercare quest’ultime, così da sentirsi al centro dell’attenzione), senza ritrovarsi abbandonato a se stesso nella scoperta ed ammissione di una verità che lo porterà infine all’elaborazione di un’inevitabile perdita, sostenuto dall’albero “mostro” (in originale ha la voce di Liam Neeson) nella materializzazione di impulsi distruttivi scatenati dalla rabbia di non riuscire ad accettare la portata effettiva dei propri sentimenti, anche nei confronti di quanti lo circondano, familiari e coetanei. Più che valide le interpretazioni dell’intero cast, dove risulta particolarmente vivida l’interpretazione di Felicity Jones nel dare spazio alla consunzione fisica del personaggio della madre, frammista alla dolcezza delle attenzioni che riversa nei confronti del figlio, ben reso da  MacDougall nel raffigurare una convulsa e tormentata presa di coscienza.

(Toronto International Film Festival)

Diretto con fluidità da Bayona, anche nell’offrire proscenio all’animazione per visualizzare le storie narrate dall’albero (lo stile, piuttosto felice, richiama ora l’acquerello ora il collage), Sette minuti dopo la mezzanotte, pur nella descritta compiutezza stilistica, registica ed interpretativa, cui si aggiungono un montaggio piuttosto serrato (Bernat Vilaplana e Jaume Martí) ed un incalzante commento sonoro (Fernando Velázquez), paga pegno ad una certa meccanicità didascalica e pedante, credo sia stato notato da molti, conseguente alle apparizioni della “Creatura” successive alla prima, ben più sinistra ed affascinante. 
Queste ultime vanno comunque efficacemente  a sostanziarsi come oniriche proiezioni mentali, in virtù delle quali Conor potrà fare i conti con le proprie ambasce esistenziali, andando oltre le consuete dicotomie buono/cattivo o giusto/sbagliato, comprendendone le inevitabili confluenze e contaminazioni all’interno del vissuto quotidiano. In conclusione, un’opera complessivamente valida, anche nella sua portata metaforica di fiaba moderna, rivolta precipuamente ma non esclusivamente al pubblico più giovane, suadente ed empatica nell’offrire congrua resa soggettiva ai tormenti tipici di una personalità in crescita, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, fino all’accettazione definitiva della propria essenza, così da comprendere, forse definitivamente, la vastità che ci sovrasta, mantenendosi in costante equilibrio su quella corda tesa che è la vita.

Pubblicato su Diari di Cineclub N° 61-Maggio 2018-

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