Archivi tag: Bryan Singer

Brevi considerazioni su “Bohemian Rhapsody”

(Movieplayer)

Era da tempo che, all’uscita di una sala cinematografica, non provavo un senso di delusione pressoché totale, musiche escluse, come quello lasciatomi dalla visione di Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer e Dexter Fletcher (quest’ultimo, per quanto non accreditato,  ha sostituito il primo, ultimandone le riprese, con modalità egualmente anodine). Premetto che non sono un fan sfegatato dei Queen, dei quali ho apprezzato, e continuo ad apprezzare, da semplice appassionato di musica, le loro composizioni, così come ho sempre ammirato l’indole piacevolmente istrionica e vulcanica del loro leader, Freddie Mercury, al secolo Farrokh Bulsara, quindi non ne faccio una questione di rispetto filologico riguardo il succedersi degli eventi nelle modalità delineate da una sceneggiatura (Anthony McCarten, Justin Haythe) piuttosto accomodante. Continua a leggere

X-Men- Giorni di un futuro passato

12023. Il mondo è sconvolto dalla guerra messa in atto dagli esseri umani tramite dei robot noti come Sentinelle volta ad annientare i Mutanti, ormai prossimi all’estinzione. Lo schema difensivo messo in atto da Kitty Pride/Shadowcat (Ellen Page), consistente nell’inviare Alfiere (Omar Sy) indietro nel tempo per avvertire i compagni del pericolo, appare insufficiente a scongiurare una definitiva debacle, per cui il Professor X (Patrick Stewart) e Magneto (Ian McKellen) si trovano d’accordo nel delineare un piano che potrebbe risolvere la situazione: inviare la coscienza di Logan /Wolverine (Hugh Jackman), l’unico mutante in grado di resistere al logorio dei viaggi temporali in virtù delle sue predominanti caratteristiche (pazienza a parte …), nel 1973, quando, in seguito ad un attentato subito dal dr. Bolivar Trask (Peter Dinklage), il governo statunitense aveva dato il via al Progetto Sentinelle, ideato proprio dal citato Trask, sulla base di una serie di studi che confermavano una futura predominanza dei Mutanti sul genere umano. Logan dovrà dunque rintracciare i giovani Professor X (James McAvoy) e Magneto (Michael Fassbender) e spiegargli cosa avverrà nel futuro, in particolare quanto possa essere importante al riguardo il ruolo di Raven/Mystica (Jennifer Lawrence)…

Patrick Stewart e Ian McKellen (Movieplayer)

Patrick Stewart e Ian McKellen (Movieplayer)

Settimo film della saga cinematografica dedicata al mondo degli X-Men, i Mutanti nati nel settembre 1963 per i tipi della Marvel (testi di Stan Lee, disegni di Jack Kirby), comprendendo nel novero anche i due spin- off dedicati a Wolverine (X-Men le origini-Wolverine, 2009, Gavin Hood; Wolverine-L’immortale, 2013, James Mangold), a mio avviso non particolarmente riusciti, X-Men-Giorni di un futuro passato vede il ritorno alla regia di un redivivo, in senso strettamente artistico, Bryan Singer, il quale accompagnò nel 2000 il debutto dei suddetti supereroi sul grande schermo, dando vita anche ad un riuscito sequel tre anni più tardi.
Sulla base di una complessivamente solida sceneggiatura, opera di Simon Kinberg, che ha lavorato attingendo dall’omonimo fumetto del 1981, scritto da Chris Claremont per i disegni di John Byrne, il buon Singer ha messo in atto una pellicola divertente, a tratti compiaciuta, ma capace di fare la differenza nel staccarsi dal consueto baillame delle mirabilie effettistiche in offerta speciale (prologo a parte, piuttosto banale anche nella resa visiva) e delineare quindi un valido e coerente impianto drammaturgico. Continua a leggere

L’uomo d’acciaio (3D)

vvvDecisa a far ripartire da zero il mito del supereroe “alieno fra noi” (nato nel 1932 ad opera di Jerry Siegel e Joe Shuster, pubblicato dalla National Periodical Publications, poi DC, il 10 giugno 1938, sul n. 1 di Action Comics), la Warner Bros nel mettere in campo L’uomo d’acciaio si è affidata alla regia di Zack Snyder, assicurandosi la presenza di Christopher Nolan come produttore, nonché autore del soggetto insieme a David S. Goyer, sceneggiatore definitivo, dopo il fallimentare tentativo datato 2006 (Superman Returns, diretto da Bryan Singer), che si riallacciava idealmente alla saga cinematografica avviata da Richard Donner nel ’78, proseguita da R. Lester (’80 e ’83) e conclusa, malamente, da Sidney J.Furie (‘87).

Christopher Reeve  (Superman, '78)

Christopher Reeve (Superman, ’78)

Sinceramente, sia come cinefilo che appassionato di fumetti, sono rimasto deluso dalla visione del film, perché quanto sulla carta (e dai primi trailer) sembrava delinearsi come un’efficace ed inedita rilettura delle origini di Kal- El, piuttosto nolaniana nei toni realisti e nel visualizzare i tormenti interiori del protagonista, lontana dalla versione scanzonata e un po’ ingenua offerta anni fa da Donner e, soprattutto, Lester, alla resa definitiva sul grande schermo ha visto frantumarsi di colpo queste buone intenzioni. Ho trovato infatti la narrazione poco omogenea, complice una sceneggiatura gracile nel conferire un minimo di spessore drammaturgico alle varie tematiche delineate e comunque destinata ben presto a soccombere in nome di una spettacolarità sin troppo roboante ed esibita, in particolare nel lungo, interminabile, finale.

tttSnyder è un regista dalle intuizioni felici, vedi l’uso della macchina a spalla, le cui riprese si rivelano funzionali a farci entrare in relazione con i disagi esistenziali del protagonista, che, complice la particolare fotografia, tendente al grigio, di Amir M. Mokri, conferiscono un curioso effetto documentaristico, ma non ancora capace di resistere alla distanza, in opere di lunga durata.
Supplisce alle lacune narrative con barocchismi visivi al limite dell’ umana sopportazione (buoni per uomini d’acciaio, appunto …), con l’aggravante di un 3D, aggiunto in fase di postproduzione, del tutto inutile, che mal si adatta alle scelte registiche di cui sopra. La sensazione definitiva è quella di aver assistito ad un episodio pilota di quanto ci verrà proposto in seguito, prassi cinematografica ormai sin troppo abituale in quel di Hollywood, che può suddividersi in tre atti, dalla resa visiva ed emozionale di portata variabile.

Russell Crowe

Russell Crowe

S’inizia con un bel prologo in quel di Krypton, un tempo pianeta prospero ma ormai prossimo all’implosione causa sfruttamento eccessivo delle risorse naturali: Lara Lor-Van (Ayelet Zurer), assistita dal marito Jor-El (Russel Crowe), ha appena dato alla luce un maschietto, Kal- El, prima creatura concepita naturalmente dopo tanto tempo, atto di ribellione al rigido determinismo istituzionale, in virtù del quale ogni bambino viene al mondo “creato” geneticamente e predisposto al compito che dovrà svolgere una volta adulto.
Scelta dolorosa ma necessaria, il neonato verrà inviato tramite apposita navicella su un avamposto di Krypton “che sembra popolato da creature intelligenti”, ovvero la Terra, insieme ai codici genetici di cui aveva cercato d’appropriarsi il generale Zod (Michael Shannon), mettendo in atto un golpe nel tentativo estremo di salvare il pianeta, ma prontamente condannato all’esilio, insieme ai suoi sgherri, nella Zona Fantasma.

Diane Lane e Kevin Kostner

Diane Lane e Kevin Kostner

Giorni nostri: ormai adulto, Kal- El (Henry Cavill) vaga per l’ America, svolgendo vari lavori, una sorta di deserto emotivo alla continua ricerca di se stesso, cresciuto negli anni con premura ed affetto da babbo e mamma Kent (Kevin Costner e Diane Lane) come un bambino qualsiasi, chiamato Clark, nella cittadina di Smallville.
Da una serie di flashback non seguenti un preciso ordine temporale, apprendiamo i suoi trascorsi da emarginato, nell’intuizione di una pesante diversità e nella difficoltà di gestire i suoi poteri, combattuto tra la necessità di offrirli a mondo e la paura delle reazioni degli umani.
Una volta assunta la consapevolezza del proprio essere alieno, grazie ad un confronto con il fantasma (interattivo) del padre celeste, al’interno di un’astronave kryptoniana nascosta da millenni fra i ghiacciai terrestri, per il nostro, sulle cui tracce si è intanto attivata la valente giornalista del Daily Planet di Metropolis, Lois Lane (Amy Adams), giungerà il momento della scelta definitiva, anche perché il redivivo generale Zod sta per attaccare la Terra, meditando tremenda vendetta…

Henry Cavill

Henry Cavill

Buone le interpretazioni offerte dai “comprimari di lusso” Crowe, Costner e Lane, più di quanto offerto dal protagonista Cavill (fisico atto alla bisogna, ma espressività monolitica), mentre nutro qualche riserva sul personaggio di Lois, reso tanto dallo script che dalla Adams con una certa superficialità, e sulla caratterizzazione da villain programmato delineata da Shannon. Ho avvertito la mancanza, in particolare, “della materia di cui è fatto Superman”, trattata fra le righe e “sublimata” sbrigativamente da pedestri riferimenti cristologici (la discesa dalle stelle, il confronto fra due padri che vogliono entrambi il bene del figlio, da esprimersi comunque con una scelta, il vagare prima dell’assunzione del carico definitivo, a 33 anni, con tanto di Getsemani preparatorio, un colloquio fra Clark ed un prete all’interno di una chiesa).

Amy Adams

Amy Adams

Mi riferisco al supereroe che accetta di concretizzarsi come tale per supplire alle mancanze del genere umano, a ciò che quest’ultimo non riesce a mettere in atto più per mancanza di potenzialità che volontà: Kal-El ha compreso, da essere superiore, che questo mondo, più che di ribellione volta alla vana ricerca di un significato, ha semplicemente bisogno di un atto d’accettazione complessivo, ferma restando la lotta contro ogni ingiustizia, nel rispetto d’ogni forma d’esistenza.
Almeno questa è la mia interpretazione del personaggio conseguente alla lettura delle sue avventure su carta, chiaro che ognuno avrà la sua, ci mancherebbe, ma resto del’idea che in campo cinematografico l’uomo d’acciaio sia ancora alla ricerca, se non altro, di un valido compromesso fra il disinvolto ed ironico svolazzare degli anni ’80 e un approfondimento meno meccanico e preordinato alla spettacolarizzazione fine a se stessa, atto a conferire opportuno risalto ad ogni ambiguità e sfumatura caratteriale.
Michael Shannon

Michael Shannon

Il cacciatore di giganti (3D)

il-cacciatore-di-giganti-3d-L-LjnOiQDiretto da Bryan Singer, sceneggiato da Darren Lemke, Chistopher McQuarrie e Dan Studney, Il cacciatore di giganti si basa su due racconti popolari inglesi (Jack and the Beanstalk / Jack the Giant Killer, il primo dei quali noto in Italia come Jack e il fagiolo magico o Jack e la pianta di fagioli) e va ad inserirsi nella scia tracciata dalla tendenza hollywoodiana di riprendere fiabe del passato e connotarle di caratteristiche proprie dei generi fantasy ed avventura, spesso inserite, non senza qualche stridore, in una narrazione caratterizzata in origine da una certa essenzialità narrativa, incentrata su emotività e senso del puro incanto.

Nicholas Hoult

Nicholas Hoult

Sinceramente il film non mi ha del tutto convinto, nella ferma sensazione di un certo disagio espresso da Singer nell’integrare sequenze reali con quelle rese in digitale o performance capture, le quali finiscono per prendere presto il sopravvento, offrendo in definitiva una caratterizzazione essenzialmente ludico-visiva.
Un kolossal rutilante e roboante, facile all’oblio a “festa finita”, quando si scende dall’ ottovolante senza che dentro ti rimanga alcuna emozione sincera a livello di afflato propriamente fanciullesco, con in più la rabbia per un 3d che poteva essere tranquillamente evitato, fornendo come unico apporto aggiuntivo alla visuale classica dello spettatore in sala il reciproco rapporto visivo giganti/esseri umani.

Eleanor Tomlinson

Eleanor Tomlinson

Ho comunque apprezzato il valido assunto di partenza, espresso già in fase di scrittura, accogliere e rendere proprio il senso più puro della fiaba, facendo leva sul sentore fantastico e sulle potenzialità d’arricchirsi nel corso del tempo di inediti particolari, che la connotano ulteriormente, anche considerando le diverse modalità d’acquisizione, sino a divenire leggenda.
Singer, in buona sostanza, insieme agli sceneggiatori, si è calato nei panni di un moderno menestrello per narrare una storia antica in una forma nuova, inserendo all’interno di una struttura narrativa semplice, lineare, la spettacolarità propria degli effetti speciali, cercando di conferire inedita caratterizzazione alle illustrazioni proprie di un libro di fiabe, tra rimandi e citazioni.

Ewan McGregor

Ewan McGregor

In quel di Cloister, villaggio medievale inglese, l’orfano Jack (Nicholas Hoult) è incaricato dallo zio di vendere cavallo e carretto al mercato, finendo col cederli ad un misterioso fraticello per un sacchetto di fagioli, dopo tutta una serie di disavventure, rese meno dolorose dall’incontro con la principessa Isabelle (Eleanor Tomlinson), promessa sposa dal padre sovrano regnante (Ian McShane), nonostante manifesta contraria volontà, a Lord Roderick (Stanley Tucci).
La fanciulla sarà protagonista, insieme a Jack e l’esercito reale, di un’incredibile avventura, resa possibile proprio grazie a dei semplici legumi …

Stanley Tucci

Stanley Tucci

Pur nel suddetto impianto classico, la narrazione non riesce a conferire il giusto risalto a temi quali perseveranza e graduale consapevolezza del proprio valore, all’interno di un percorso formativo, nell’affrontare l’ignoto fra voglia d’avventura e conoscenza (la pianta di fagioli e la sua scalata).
Non giovano al riguardo né un Hoult piuttosto amebico nell’esprimere il dualismo fra innocenza di uomo comune e il carisma dell’eroe, né l’interpretazione, altrettanto incolore, offerta dalla Tomlinson relativamente al parallelo femminile Isabelle, altra metà della mela in fieri, fra pose e atteggiamenti da Merida, la “collega” di Ribelle-The Brave, il cartoon Disney-Pixar.

Bill Nighy

Bill Nighy

Così, alla fine, risaltano i toni da macchietta del pur “bravo cattivone” Tucci, perfetto “nano fra i colossi” nell’esprimere la sua brama di potere, o la cattiveria digitale di Fallon (Bill Nighy), il generale bicefalo dei giganti nel mondo di Gantua, senza dimenticare il comunque non disprezzabile tono ironico da guascone di Ewan McGregor nei panni della guardia reale Elmont. Il piglio è certo scanzonato, a volte inutilmente greve (i giganti zozzi, moccolosi e tendenti a darsi un po’ di arie, facendo di metafora opportuno uso), e il buon Singer indovina qualche sequenza (il confronto tra l’infanzia, e poi l’adolescenza, di Jack ed Isabelle, evidenziando l’identica volontà di conoscere il mondo, con la fantasia a fare da comune denominatore riguardo quanto entrambi, per motivi diversi, non possono permettersi) e altre decisamente meno (il maldestro prologo sulle origini dei giganti).
La narrazione procede farraginosa, a sbalzi, con tre finali, l’ultimo sorprendentemente geniale nell’unire fiaba, leggenda e realtà in una sorta di circolarità, peccato non faccia presagire nulla di buono, almeno se sceneggiatura e regia manterranno questi livelli di alternanza tra valide idee malamente espresse ( ex aequo fra le due) e resa visiva da lunapark: ucci ucci sento odor di seguitucci