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Te absolvo

Piemonte, un piccolo paese fra le colline del Monferrato, giorni nostri.
Per sostituire il parroco Andrea Caracci (Toni Garrani), sospeso a divinis in seguito alla relazione con una donna del luogo, Veronica (Karolina Cernic), dalla quale ha avuto una bambina, è arrivato un giovane prete, Paolo Biancorè (Igor Mattei). Il primo incontro fra i due, all’osteria, non sembra nascere sotto buoni auspici, Paolo fatica a comprendere l’atteggiamento di Andrea, il quale non solo ha celebrato il “matrimonio riparatore” fra Veronica e il sacrestano Fausto (Fabio Fazi), provvedendo poi a battezzare la neonata, ma appare inoltre deciso nel continuare ad assumere il proprio ruolo: la sua vocazione non è certo svanita, anzi, ha dato amore e messo una vita al mondo, poco importa se la gente, oltre a giudicare la sua condotta, diserta la messa, lui fa affidamento più sui testi delle Scritture che sui regolamenti ecclesiastici e, soprattutto, sulla presenza tangibile, concreta, di Dio, rinvenibile tanto nella terra dei declivi tutt’intorno, quanto in ogni gesto quotidiano volto alla comprensione reciproca e alla speranza condivisa. Continua a leggere

Ricordando Paolo Villaggio: “Fantozzi” (1975)

Paolo Villaggio

Considerando i precedenti, ho creduto che la notizia della morte di Paolo Villaggio fosse la solita bufala, ma, mano a mano che veniva riportata sul web dalle più importati testate, trovava purtroppo conferma: il popolare attore cinematografico e scrittore (Genova, 1932) è morto oggi, lunedì 3 luglio, a Roma. Villaggio, dopo i trascorsi d’impiegato all’Italsider della sua città natale, entrò nel mondo dello spettacolo sul finire degli anni Sessanta, esordendo dapprima nel cabaret e poi in televisione, dove portò al debutto le sue “creature” mostruosamente trasfigurate dal reale attraverso toni comici e grotteschi, quali il meschino ragioniere Giandomenico Fracchia, l’apparentemente simile Ugo Fantozzi, anch’esso ragioniere, ma ancor più tragicamente inferiore rispetto al collega, il terribile Professor Otto von Krantz  (esordirono tutti in Quelli della domenica, 1968), prestigiatore la cui inettitudine andava di pari passo con una presunta ed esibita autoritarietà (Chi viene voi adesso?, rivolto al pubblico alla ricerca di una vittima sacrificale da coinvolgere nei suoi maldestri giochi di prestigio). Una figura quest’ultima che ispirò l’alemanno interpretato da Villaggio in Brancaleone alle Crociate (Mario Monicelli,1970), sua seconda prova cinematografica  dopo I quattro del Pater Noster (Ruggero Deodato, 1969), esternando anche sul grande schermo una particolare capacità nel portare in scena, e far percepire agli spettatori, l’aspetto più sordido dei personaggi interpretati, come si nota  nel film di Marco Ferreri Touche pas la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1974). Continua a leggere

“Bootleg”, le lezioni-concerto di Claudio Sottocornola si confermano un raffinato incontro tra performance ed analisi storico-sociologica

Claudio Sottocornola

Lo scorso 5 giugno Claudio Sottocornola ha inaugurato in rete l’iniziativa Bootleg, grazie alla quale proporrà sul web (a cadenza mensile) lezioni-concerto, conferenze, presentazioni di libri e mostre.
L’avvio è stato affidato alle ultime due lezioni- concerto tenute da Sottocornola all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo, Viva l’Italia (14 gennaio 2017) seguita da E ti vengo a cercare (5 maggio 2017), rivolgendo così ad un vasto pubblico la visione musicale propria del filosofo del pop come lo definisce da tempo la stampa nazionale, ma che personalmente ho sempre inteso considerare come un moderno cantastorie, un “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso.
La lezione-concerto, nel suo esprimersi qui e ora, va a costituire un raffinato incontro tra analisi sociologica e performance, dove l’elemento musicale suggerisce una nuova modalità d’interpretare la vita, affidandosi anche al suo incessante scorrere, quest’ultimo caratterizzato ulteriormente dai vari accadimenti comportanti più di un mutamento in corso d’opera.
Le capacità affabulatorie e l’abilità vocale di Sottocornola permettono d’individuare le caratteristiche di ogni canzone proposta, reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, offrendo risalto ad ogni sfumatura del testo e al contempo lasciando spazio ai propri sentimenti, ai propri ricordi, alle suggestioni più intime, permettendo così all’indagine metodologica  di concretizzarsi, avvolta da una certa fluidità, quale concreto trait d’union tra la Storia e il vissuto personale. Continua a leggere

Working Class, scorre in musica il nostro continuo divenire

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Con l’appuntamento di martedì 31 luglio, Immagine della donna nella canzone, che ha come tema portante l’evoluzione della femminilità nel costume e nella società attraverso la canzone e le sue interpreti, Working Class, trasferimento dal territorio al web delle lezioni concerto tenute da Claudio Sottocornola dagli anni’90 in poi, è giunto alla sua conclusione.
E’quindi ora possibile tirare le somme e valutare concretamente l’estrema attualità del discorso storico- artistico -filosofico di Claude, l’alter ego, moderno cantastorie, del professore di Filosofia, nel voler fornire un’inedita visualizzazione del ‘900, sia nella sua portata tragicamente storica (le due Guerre Mondiali, i totalitarismi, la nascita della democrazia, le istanze giovanili, la crisi dei valori) che concretamente sociologica, foriera di cambiamenti per le generazioni che man mano si sono susseguite.
La musica più che stile di vita diviene per Claude una nuova modalità d’ interpretare la vita, spinto com’è tanto dalla passione che dalla volontà di mettere in scena attraverso le canzoni gli anni della propria giovinezza, con le sensazioni e i ricordi visualizzati sul palco a farsi efficaci tavole viventi.

Il tutto nell’essenzialità scenica a lui cara, avvalorata da modalità di ripresa arricchite da un montaggio funzionalmente accurato nel collegare la scaletta alle diverse esibizioni, garantendo un’estrema scorrevolezza all’indagine metodologica che si palesa come un efficace punto d’incontro tra la Storia e la “sua” storia, con il proprio vissuto personale.

working-class-scorre-in-musica-il-nostro-cont-L-EVV7k9Claude diviene “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso: sfrutta capacità affabulatorie e abilità vocale nell’individuare le caratteristiche di ogni canzone, proposta e reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, dando valenza al testo colto in ogni sua sfumatura quale pista ideale da cui far decollare i propri sentimenti, i propri ricordi, le più intime suggestioni.

Ecco l’Italia della Grande Guerra (Decenni), età storica individuata, da un punto di vista musicale, come periodo in cui le canzoni iniziano a costituire, in una certa qual misura, un repertorio musicale; la matrice folk, piuttosto forte, viene mitigata da quella operistica, più aulica e “alta” e tale miscellanea tra le due contrapposte realtà viene concretizzata dalla canzone napoletana, prima, e da quella romana poi, senza dimenticare le varie tradizioni regionali.

Trio Lescano

Trio Lescano

La diffusione della musica leggera è affidata ai locali quali il tabarin o la rivista, con un progressivo alleggerimento dell’impianto operistico, ma siamo ancora lontani dall’avere un linguaggio musicale effettivamente nazionale, essendo evidente il ricorso ad una certa classicità d’estrazione letteraria.
Le cose non cambiano dopo il Ventennio fascista ed il Secondo Conflitto; intorno agli anni ’50 il nostro paese, pur avendo conosciuto, grazie all’intuizione di cantanti quali Natalino Otto, Alberto Rabagliati o il Trio Lescano, fenomeni come il jazz o lo swing, per quanto italianizzati, assiste ad una reazione conservatrice, una sorta di voglia di quiete domestica, ben simboleggiata dalle canzoni del Festival di Sanremo, melodiche, a mezza tinta, improntate ai buoni sentimenti, per quanto qua e là si potesse notare qualche atto di coraggio rappresentato da testi surreali (Papaveri e papere, I pompieri di Viggiù, La casetta in Canadà) o fortemente ironici, come Tu vuò fa’ l’americano di Renato Carosone.

Ma è anche il periodo della musica da night, con cantanti come Peppino di Capri e il suo connubio America- Napoli (Don’t Play That Song), Bruno Martino o Fred Buscaglione, il quale in particolare introduce toni fumettistici, aggressivi e moderni, anticonvenzionali anche nelle classiche canzoni d’amore, come fa notare Claude intonando Guarda che luna, per poi passare all’erotismo soffuso, denso di toni intimistici di Addormentarmi così di Teddy Reno. Il Nostro sottolinea poi, sulle note de La vie en rose (Edith Piaf), l’influenza della canzone francese, dal tono più amaro, dissacrante e caustico, con un modo di cantare e d’imporsi sulla scena, improntato ad una certa teatralità di stampo attoriale, interpretativo del testo, stile che da noi troverà tra i suoi maggiori esponenti Massimo Ranieri, sul finire degli anni ’60 (Rose rosse).

Domenico Modugno

Domenico Modugno

Occorrerà attendere la fine degli anni ’50, il 1958 per la precisione, perché l’ancora viva impostazione melodico-operistica venga drasticamente “sovvertita” e per di più all’interno del suo “tempio”, nello scenario del Festival di Sanremo, da Domenico Modugno, con Nel blu dipinto di blu, che recepisce, soprattutto nell’arrangiamento, la “lezione” dei moderni urlatori, mediandola con la classica impostazione melodica. Non a caso Claude ne sottolinea l’importanza eseguendo inoltre Meraviglioso e Resta cu’mme, evidenziandone la duttilità tra innovazione e tradizione esecutiva.

Sono i giovani i primi a percepire i mutamenti di costume (Teen Agers di ieri e di oggi) propri degli anni del Boom economico (Anni ’60), quando vi era la netta sensazione “che le cose andavano bene e sarebbero andate sempre meglio”.

Rita Pavone

Rita Pavone

Le nuove generazioni aprono la strada ai nuovi balli (molto bello il medley composto da Let’s Twist Again, La partita di pallone, Il ballo del mattone), intuiscono la nuova immagine femminile portata da Rita Pavone, così diversa dalla diva tradizionale, capace di esprimere efficacemente i primi tormenti amorosi giovanili (Cuore), efficace contraltare del candido Non ho l’età espresso da Gigliola Cinquetti qualche anno prima, apprezzano il ruspante proto-femminismo di Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più).

Intorno alla seconda metà degli anni ‘60, i ragazzi iniziano a vedere le loro insoddisfazioni verso un mondo che incomincia ad andar loro stretto, espresse nei testi dei Cantautori, come Fabrizio De Andrè, esponente della “scuola genovese”, con il suo ispirarsi ai cantautori francesi nell’amore manifestato verso il testo, spesso critico, pungente, e il suo farsi cantore degli emarginati, degli offesi dalla vita, di quanti sono vittime delle istituzioni, guardando al passato per metaforizzare il presente (Geordie).

 Gianni Morandi

Gianni Morandi

D’altronde, sottolinea Claude, iniziano ad avvertirsi i tuoni lontani della contestazione giovanile (Pete Seeger, Where Have All The Flowers Gone?); è prossimo il Maggio francese, cantanti come Gianni Morandi iniziano ad essere visti come emblema del disimpegno e sono quasi costretti ad allontanarsi dalla loro leggerezza, spostandosi verso tematiche più impegnative ( C’era un ragazzo che come me). In Inghilterra sul finire degli anni ’60 prende vita il “rock progressivo”, che troverà consacrazione definitiva negli anni ’70, corrente il cui obiettivo è perseguire una finalità estetica, andando oltre il puro intrattenimento, con richiami alle sonorità proprie della musica classica e del jazz.

Comunque, tra la sperimentazione propria di alcuni gruppi musicali, come La Premiata Forneria Marconi, Il Banco del Mutuo soccorso, Le Orme (Gioco di bimba) e le provocazioni miste ad un certo vittimismo generazionale (Ma che colpa abbiamo noi de I Rokes), mantengono sempre la loro valenza cantanti come Mina (Se telefonando, E se domani), forte di una notevole estensione vocale, della sua femminilità e di una certa studiata gestualità, che le consentono una carismatica caratterizzazione interpretativa del testo, o come Lucio Battisti, che insieme al paroliere Mogol conferisce un’ulteriore trasformazione alla musica italiana, delineando con una certa aggressività la problematicità e la conflittualità dei rapporti amorosi (Eppur mi son scordato di te).

Mina

Mina

Non si può dimenticare, sempre nell’ambito degli Anni ’60, l’aggressività scenica della “ragazza del Piper”, Patty Pravo, con la sua voce impalpabile, non propriamente intonata, ma così affascinante nelle sue modalità esecutive, provocatoriamente altera nei confronti del pubblico, anche nel cantare brani non proprio nelle sue corde per la loro “normalità” (Se perdo te), l’ America vista nell’ottica dei Presley nostrani, con Bobby Solo (Se piangi, se ridi) e Little Tony (Quando vedrai la mia ragazza) o il romanticismo misto a malinconia, che sa guardare alla tradizione con occhi nuovi, del Gino Paoli di Sassi o di Sapore di sale, tra i primi esempi di brano estivo non certo disimpegnato, o, con ancora maggiore forza suggestiva, di Umberto Bindi(La musica è finita).

Patty Pravo

Patty Pravo

Si passa così attraverso gli anni ’70, soffermandosi su tappe significative quali il neoromanticismo di Riccardo Cocciante(Margherita) che innesta efficacemente su un tema melodico tradizionale, quelli un po’ cupi dell’ angoscia di un amore tormentato, sino al delirio, il gusto dei cantanti per la morale e il significato (Lucio Dalla, Il gigante e la bambina, testo di Ron), i ritornelli lunghi e ariosi di Claudio Baglioni (E tu), che si contrappongono al travestitismo esibito di Renato Zero (Mi vendo).

Negli edonistici anni ’80, il culto per l’immagine impone repentini cambiamenti nel look, al servizio della dimensione scenica e della trasgressione, emergono quindi personaggi come Loredana Bertè, Rettore, e, soprattutto Anna Oxa, un po’ l’emblema di questo velocizzato cambio estetico, dal punk delle origini alla mise estremamente tradizionale, per quanto eccentricamente hollywoodiana (Quando nasce un amore). Si contrappongono a tutto ciò, come alternativa più autentica e sincera, le emozioni intense di un Vasco Rossi alla ricerca di un senso della vita, capace di visualizzare la necessità di un amore concretamente puro (Albachiara), i percorsi esistenziali di Claudio Baglioni (Strada facendo), la voglia di riscatto personale che si fa inno generazionale espressa da Eros Ramazzotti (Terra promessa).

Luciano Ligabue

Luciano Ligabue

Sfruttando la sua duttilità e la sua capacità di personalizzazione, Claude ci conduce agli anni ’90 e a quelli del “doppio zero”, ecco il tramonto degli ideali di un tempo, i giovani avvertono senso e fatica di un benessere imposto e generalizzato, l’amore, i sentimenti in genere, diventano forza e problematicità insieme (Ci vorrebbe il mare, Marco Masini), si ritrovano nuove motivazioni per fronteggiare la giungla urbana grazie anche a nuove modalità d’espressione musicale, quali un passaggio ritmato di voci gridate, il rap, che dai ghetti dei giovani di colore d’America arriva da noi (Bella, Jovanotti) o l’energia ed il vitalismo espressi dal rocker Ligabue, capace di riproporre (Certe notti) il tema del viaggio caro alla poetica dei Sixties.

Vasco Rossi

Vasco Rossi

Siamo ormai arrivati, spiega Claude, ad un mondo globalizzato, con la contaminazione di Africa, Oriente e della citata America, a far sì che l’inglese diventi lingua musicale internazionale. Ma globalizzazione non deve necessariamente far rima con omologazione: qui la figura del cantastorie e del filosofo diventano un tutt’uno, nella salvaguardia, pur in un gusto pop, delle nostre radici e della nostra identità, con la necessità, ben supportata dal progetto Working Class, di contestualizzare il nostro patrimonio musicale perché non vada perduto, recuperando il passato per meglio comprendere il nostro presente: Dimmi che non vuoi morire, brano scritto da Vasco Rossi e cantato da Patty Pravo sul palco di Sanremo, diviene allora un simbolico ed efficace trait d’union tra la trasgressione degli anni ’60 e la modernità del linguaggio musicale contemporaneo, un richiamo a ciò che siamo stati, ai nostri cambiamenti, al nostro continuo divenire.

Claudio Sottocornola: domani in rete la terza parte del progetto Working Class, “Anni ’60”

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Domani, giovedì 31 maggio, sul sito http://www.claudiosottocornola-claude.com, sarà disponibile in video la terza parte del progetto web Working Class, ideato dal “’filosofo del pop” Claudio Sottocornola: dopo il grande interesse suscitato, arriva anche su su Youtube il percorso attraverso le canzoni nella Storia recente italiana che, a partire dall’ultimo giorno di ogni mese, da marzo (ultimo appuntamento il 31 luglio), propone un nuovo live, mix delle sue famose lezioni-concerto sul territorio.

Anni ‘60 segue a Teen-agers di ieri e di oggi e Decenni, già in rete, e rappresenta l’occasione per entrare nel vivo del repertorio più amato da Sottocornola, che non ha mai nascosto di considerare quel mitico decennio, anagraficamente associato per lui agli anni dell’infanzia, un periodo aureo e irripetibile della Storia del secondo Novecento, quando “si affacciavano alla ribalta… personaggi come Bob Dylan e Allen Ginsberg, Andy Warhol e Lou Reed, dove cinema, letteratura, rock e arte varia si fondevano nell’elaborazione di un modello culturale che sarebbe diventato planetario”. Anche se la musica che arrivava in Italia risultava edulcorata rispetto ai contenuti più caustici e corrosivi del rock anglosassone, dallo jé-jé al beat, dal flower power alla contestazione studentesca, il nostro Paese riuscì comunque ad elaborare in quegli anni una colonna sonora pop-rock e d’autore che sarà poi esportata in tutto il mondo.

claudio-sottocornola-domani-in-rete-la-terza--L-Qz4RG1Se nella prima parte si va dalla associazione di Volare con Stand by me (l’una apre e l’altra chiude il percorso), all’insistenza sul repertorio delle grandi dive di quegli anni (troviamo Cuore e Fortissimo della Pavone, insieme ad un medley con La partita di pallone e Il ballo del mattone; di Mina Se telefonando ma anche E se domani, di Patty Pravo Se perdo te), fino all’analisi della grande canzone d’autore (Sapore di sale di Paoli, La musica è finita di Bindi, Geordie di Fabrizio de André), nella seconda invece prevale l’attenzione alle nuove istanze critiche e alla fine del decennio, con brani quali Che colpa abbiamo noi dei Rokes o la beatlesiana e struggente Let it be, quasi epitaffio dell’intera decade.

Ci si sofferma così sull’inestricabile intreccio fra canzone e società, storia e costume, quotidiano ed epocale, tracciando ritratti dei grandi personaggi della canzone riletti come icone di un’intera generazione: pagine d’ intensa emozione, tutte giocate sulla stretta attualità in cui il filosofo-performer rilegge, ricolloca e reinterpreta i suoi brani prediletti, con piglio malinconico e risentito quanto basta per fa passare il messaggio che quelli erano davvero, per lui ma forse anche per noi, giorni migliori.

“Storia di un impiegato”

Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè

L’Istituto Superiore d’ Istruzione Tecnica “E. Maiorana”- Istituto Tecnico Industriale di Roccella Jonica- Istituto Tecnico Agrario di Caulonia Marina, Dirigente Scolastico Vito Pirruccio, organizza per i giorni 23 novembre, ore 20:30, e 25 novembre, ore 9.00 e ore 11.30, presso il Teatro Fuori Squadro di Caulonia Superiore, lo spettacolo teatrale-musicale Storia di un impiegato, liberamente ispirato all’omonimo album di Fabrizio De Andrè (’73, Produttori Associati).

Il coordinamento del progetto è a cura delle professoresse Emilia Franconeri e Tiziana Fuda, con il sostegno dell’ Ente Finanziario Provincia di Reggio Calabria, Settore Istruzione Università e Ricerca e la fattiva collaborazione dell’ Amministrazione Comunale di Caulonia. Inoltre da ricordare l’apporto concreto di Attilio Tucci, Assessore Provinciale alle Politiche Sociali e Giovanili.

Presentato dall’Istituto Tecnico Agrario di Caulonia Marina, lo spettacolo vede Alberto Gatto, noto regista calabrese, teatrale e cinematografico, curarne allestimento e regia, proponendo una scena su due ambienti divisi immaginariamente: da una parte un tribunale nel quale si sta celebrando un processo, filo conduttore dell’ intera messinscena, dall’altra un piccolo appartamento, dove si svolgono delle vicende parallele al suddetto processo.

A far da cornice una serie di canti e balli sulle note di brani di Fabrizio De Andrè, non solo relativi all’ album che dà il titolo alla rappresentazione, frammisti ad altri ispirati alla tradizione popolare calabrese. Riguardo i primi, accanto a canzoni quali La Canzone del Maggio, La bomba in testa, Al ballo mascherato, Sogno numero due, Il bombarolo, vi saranno Don Raffaè, Volta la carta, Bocca di rosa, mentre per i secondi, ecco Agapimu, Riturnella, Veni sonnu di la muntagnella, Chi mi amasti a fari, Guarda chi dispettu chi mi fici a luna.

Relativamente a tale parte musicale, canto e ballo sono a cura di Roberta Papa, organetto e arrangiamenti musicali di Antonio Orlando. Al tamburello Roberto de Angelis. Ovviamente coinvolti anche gli alunni dell’Istituto:musicisti Domenico Comito, Arcangelo Cossu, Marco Ierinò, Domenico Mazzitelli, Giovanni Vartolo, Valentino Chiera, Davide Franco, Antonio Macrì Morabito; coro composto da Sabrina Franco, Chiara Capocasale, Manuela Pezzaniti, Federica Mercuri, Ilenia Cirillo, Domenico Luciano, Nicola Luciano, Andrea Vasile; assistente alla regia Martina Cavallo; scenografia Davide Polizzotto, Paola Fuda e Valerio d’Anna, attori Michele Ventrice, Chiara Ursino, Alex Chiera, Arianna Tassone, Alessio Mercuri, Maria Grazia Ursino.
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Alberto Gatto, impegno e talento

Alberto Gatto

Alberto Gatto

Alberto Gatto (Siderno, 1985), regista teatrale e cinematografico, è stato allievo per due anni dei corsi di regia e recitazione tenuti da Ugo de Vita presso Cinecittà Campus , la scuola diretta da Maurizio Costanzo, e si è diplomato nel 2009 in regia e sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale d’Arte Cinematografica di Bologna.

Inoltre è presidente dell’ associazione culturale Bird Production, con sede a Gioiosa Marina, volta alla produzione e divulgazione di attività cinematografiche, teatrali, musicali e culturali in genere. Dopo l’attività di attore in numerosi spettacoli teatrali, nel 2005 dirige il corto Il tempo della mela e il suo primo mediometraggio, 160° Centosessantagradi, mentre tra il 2007 e il 2008 gira il corto Granosangue, con Massimo Dapporto ed Ugo De Vita, in ricordo dello zio Rocco Gatto, ucciso dalla ‘ndrangheta il 12 marzo del ‘77, cui sarà dedicato anche il successivo Il Colore del tempo, patrocinato da Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie, oggetto di selezioni ufficiali e premi in festival nazionali ed internazionali, realizzato nel luglio del 2008, durante i lavori di restaurazione del murales anti-mafia di Gioiosa Jonica, con protagonisti Ulderico Pesce, Renato Scarpa e Nino Racco.

Sempre nel 2008, dopo lo spettacolo Parole di terra, avvia lo studio di un nuovo progetto, Grido Dentro, sulle vittime dell’ignoranza, dove quest’ultima rappresenta il denominatore comune del mancato rispetto dei diritti umani, che lascia sul campo numerose vittime, il tutto rappresentato da un particolare incontro tra musica, cinema e teatro. Ultima realizzazione, il corto, prodotto da Minerva Pictures, Fuori tempo massimo (tra gli interpreti Lele Nucera, Rosa Pianeta, Salvatore Striano) incentrato efficacemente sul tema della reclusione e della speranza di un mondo diverso e di una vita migliore, con il protagonista consapevole della pena da espiare, ma capace di guardare oltre quelle sbarre che sembrano isolarlo dal mondo, grazie al progetto di realizzare un libro di fiabe per bambini, scritto proprio dai carcerati, un modo per sentirsi vicino al figlio che non credeva di avere e spingere i compagni di cella verso la positività e l’ottimismo.
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L’album di Fabrizio De Andrè

345Storia di un impiegato è un album scritto da Fabrizio de Andrè nel ’73, insieme a Nicola Piovani (musica) e Giuseppe Bentivoglio (testi). All’epoca lasciò la critica interdetta e solo ultimamente il “concept album”, facente parte di un’ideale trilogia (gli altri due sono La buona novella, ’70 e Non al denaro non all’amore né al cielo, ’71) è stato oggetto di un’attenta rivalutazione, sottolineandone, oltre i vari livelli di lettura, la sospensione tra poesia, politica, sogno, filosofia e pensiero libertario, che lo rendono a tutt’oggi un’opera estremamente unica, permeata di un forte senso di libertà, non solo da un punto di vista espressivo ed artistico.

Le canzoni sono collegate tra loro da un filo narrativo, la storia di un impiegato che, dopo aver ascoltato un canto del Maggio Francese (’68), cinque anni dopo (La Canzone del Maggio), riflette sulla possibilità di una ribellione a quel sistema in cui è ormai perfettamente integrato, in nome di un individualistico buonsenso (La bomba in testa), sognando di mettere una bomba ad una festa in maschera (Al ballo mascherato), alla quale sono presenti tutte le espressioni del potere, nelle loro varie sfaccettature; il sogno continua, l’impiegato è davanti al giudice, accusato di strage (Sogno numero due), ma subito scagionato, per aver assicurato il cambiamento di cui la società aveva bisogno per garantirsi un buon funzionamento ed inoltre egli ha diritto ad una vita tranquilla ed integrata, rendendosi però presto conto di aver preso il posto di suo padre, ucciso al ballo mascherato, garantendo continuità al sistema, nella nuova assunta consapevolezza, una volta sveglio, di esserne un ingranaggio indispensabile; ormai fuori dal sogno, l’azione da disperato (“se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”), con la previsione (Il bombarolo) di mettere una bomba in Parlamento, ma l’attentato fallisce. Una volta in galera l’impiegato ripensa al rapporto con la sua donna (E verranno a chiederti del nostro amore), teme per il suo futuro, invitandola ad operare lei stessa delle scelte e non a farsi scegliere, per poi (Nella mia ora di libertà) arrivare alla completa maturazione, definitiva, che fa sì che la sua lotta non sia più individuale, bensì collettiva, nella assunta consapevolezza che nessun potere è buono e che tutti apparteniamo alla stessa classe, quella degli sfruttati.