Archivi tag: Francesco Piccolo

Il traditore

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Presentato, in Concorso, al 72mo Festival di Cannes, Il traditore, diretto da Marco Bellocchio (anche autore della sceneggiatura insieme a Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo), si palesa alla visione come un film suggestivo e potente, tanto dal punto di vista narrativo quanto figurativo, idoneo a riallacciarsi agli stilemi propri del più puro cinema d’impegno civile, i quali vengono d’altronde messi in scena filtrati dalle modalità di racconto proprie di un autore che negli anni per il tramite delle sue opere ha sempre affrontato la realtà ricercando al riguardo modalità espressive sempre inedite, fra rigore formale ed estrema lucidità. Scremando qualsiasi tentazione volta all’esaltazione ideologica e mantenendosi distante dalla  retorica, Bellocchio visualizza la complessa figura di Tommaso Buscetta, “il boss dei due mondi”, interpretato con mimetica immedesimazione, fisica ma soprattutto psicologica, da Pierfrancesco Favino, il quale rende sullo schermo le ambiguità proprie di un essere umano che di “eroico” aveva certo ben poco, a parte l’improntitudine opportunistica di volgere ogni situazione, avversa o meno, a proprio vantaggio, nell’intento di garantire l’incolumità per sé e per i propri familiari. Continua a leggere

Ella & John- The Leisure Seeker

Wellesley, Massachusetts, Stati Uniti d’America, agosto 2016.
Gli anziani coniugi Spencer, Ella (Helen Mirren) e John (Donald Sutherland), hanno rimesso in moto il loro vecchio Winnebago, un camper risalente agli anni ’70 soprannominato The Leisure Seeker (“il cercatore di svago”) e si sono messi in viaggio lungo la Route 1, destinazione Key West, così da visitare la dimora che fu di Ernest Hemingway. Una decisione improvvisa, i figli, ormai adulti, Will (Christian McKay) e Jane (Janel Moloney) non ne sapevano nulla, presa da Ella: ormai consapevole tanto dell’incedere inesorabile del cancro sul suo corpo quanto dell’incipiente demenza senile dell’amato coniuge, ha inteso in tal modo elargire un ultimo regalo ad entrambi, ripercorrere quelle strade attraversate da giovani in compagnia dei loro bambini.
La lucidità di Ella, la sua indomita energia, anche nel relazionarsi con le persone, cui dispensa una discreta logorrea, riescono a compensare la mente in affanno di John, ex professore di letteratura, il quale alterna rari barlumi di lucidità a tutta una serie di vagheggiamenti, improvvisi squarci su un passato ritenuto presente  o il declamare stralci tratti dalle opere dei suoi scrittori prediletti.
Il loro in fondo è un atto di ribellione, in primo luogo verso quella prole, Will in particolare, fin troppo asfissiante nell’esternare preoccupazioni varie e poi nei confronti di una società orfana di quei valori fondamentali di cui si rendono portatori e che ora hanno assunto le sembianze di un mero simulacro a sostegno del “nuovo che avanza”. Un viaggio lungo una vita, un capolinea affidato alla libertà di scelta …  Continua a leggere

Gli sdraiati

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Milano. Giorgio Selva (Claudio Bisio) è un affermato giornalista, conduce per la Rai il programma Lettere dall’Italia.
Separato da qualche anno dalla moglie Livia (Carla Chiarelli), architetto, ha ottenuto l’affido condiviso del figlio Tito (Gaddo Bacchini), diciassettenne, studente liceale.
La convivenza fra i due uomini è simile a quella di una coppia di tigri in gabbia, entrambe attente a marcare il territorio: Giorgio cerca continuamente di approcciarsi a Tito, prova a comprenderne sentimenti e stato d’animo, ma finisce spesso con l’asfissiarlo imponendo determinate regole, alcune sacrosante, in nome del vivere civile, altre attraversate da un sottile filo di paranoia; il giovane invece appare abulico, svogliato, sembra aver adottato una sorta di autismo esistenziale nei confronti del genitore, mentre il suo reale carattere, le personali modalità d’approccio alla vita, emergono nel rapporto con un fidato gruppo di amici così come attraverso il confronto col nonno materno, Pinin (Cochi Ponzoni), tassista.
Interrogarsi sul perché di quell’incerto dialogo, sospeso fra il claudicante e il sussultorio, per Giorgio vuol dire anche riflettere sulla propria persona, se e quanto abbia fallito nel fornire a Tito un modello ispiratore.
La sua aura di professionista irreprensibile risulta infatti minata dal riapparire di fantasmi lontani, per esempio Rosalba (Antonia Truppo), incontrata casualmente in occasione di un colloquio con gli insegnanti, un tempo domestica di casa Selva, nonché sua amante, mamma di Alice (Ilaria Brusadelli), coetanea del figlio e probabile sua morosa. Continua a leggere

Oscar 2018: l’Italia candida “A Ciambra”

Jonas Carpigano at arrivals for 25th Gotham Independent Film Awards, Cipriani Wall Street, New York, NY November 30, 2015. Photo By: Derek Storm/Everett Collection

La Commissione di Selezione per il film italiano da candidare all’Oscar istituita dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali),  lo scorso 4 agosto, su invito dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, riunita davanti a un notaio e composta da Nicola Borrelli, Cristina Comencini, Carlo Cresto-Dina, Felice Laudadio, Federica Lucisano, Nicola Maccanico, Malcom Pagani, Francesco Piccolo ha designato oggi, martedì 26 settembre, il film A Ciambra di Jonas Ash Carpignano a rappresentare il cinema italiano alla selezione del Premio Oscar per il miglior film in lingua non inglese. L’annuncio delle candidature è previsto per il 23 gennaio 2018, mentre la cerimonia di consegna degli Oscar si terrà a Los Angeles domenica 4 marzo 2018.

Mia madre

1Cos’è il dolore? Al di là della definizione rinvenibile in qualsiasi dizionario, la sua percezione, fisica e morale, può certo rivestirsi di varie connotazioni a seconda delle caratteristiche proprie di ciascun individuo. In Margherita (M. Buy), affermata regista, si palesa come un profondo senso d’inadeguatezza, la cui morsa attanaglia lentamente, ma sempre con maggiore forza, corpo ed anima. Nebbia che avvolge il cuore e copre lo sguardo, lascia la parvenza di un semplice sentore esistenziale volto a tutto ciò che la circonda, cose e persone, tanto nell’ambito familiare e degli affetti in genere, quanto in quello lavorativo.
Presa nelle spire di un’ansia costrittiva per non riuscire più a trasmettere nelle sue opere il senso del reale, pur affrontando nel film che sta girando pressanti problematiche quali la disoccupazione e la cessione delle fabbriche in mani straniere, tutto gli sembra finto, lontano da una concreta sensibilità propria di un vero impegno civile da esprimere con forza sullo schermo.
Né riesce a porvi rimedio ricorrendo ad accademici suggerimenti (“stai accanto al personaggio”) rivolti agli attori, in primo luogo all’estrosa star americana Barry Huggins (John Turturro), o a violente esternazioni verso la troupe, anche in forma di autocritica (“il regista è uno str***zo, cui permettete di fare tutto”). Continua a leggere

Il nome del figlio

hghTratto dalla pièce teatrale Le prénom di Alexandre De la Patellière e Matthieu Delaporte, autori anche dell’omonima trasposizione cinematografica del 2012 (da noi uscita col titolo Cena fra amici), Il nome del figlio si è rivelato alla visione una piacevole e pregevole sorpresa, vuoi per la regia di Francesca Archibugi, agile, ariosa ed inventiva, che riesce a movimentare non poco l’impatto teatrale originario, vuoi, in particolare, per una cesellata sceneggiatura, opera della stessa regista e di Francesco Piccolo.
Quest’ultima mi è apparsa perfettamente integrata tanto con ogni singola performance attoriale, quanto volta ad una compiuta coralità.
Al riguardo è avvertibile, almeno questa è stata la mia sensazione, un piacevole sapore estemporaneo, da resa recitativa immediata, pur nell’evidente accurata e certosina costruzione del film nel suo insieme, compresi tutti gli elementi tecnici, con un plauso particolare alla fotografia (Fabio Cianchetti), alla scenografia (Alessandro Vannucci), e al ben calibrato montaggio (Esmeralda Calabria). Continua a leggere

Il capitale umano

il-capitale-umano-poster-esclusivo-del-film-294762Adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen Amidon, Il capitale umano, undicesima regia di Paolo Virzì, è, in primo luogo, un pregevole lavoro di scrittura (Francesco Bruno, Francesco Piccolo e lo stesso Virzì), idoneo ad offrire sullo schermo l’efficace resa di un racconto che, partendo da singole individualità, esprime nel corso della narrazione una compiuta coralità, concretizzandosi infine come un lucido apologo, morale ma non moraleggiante, in quanto affida agli spettatori ogni giudizio relativo al comportamento dei protagonisti di fronte a determinati accadimenti. Lascia comunque uno spiraglio aperto alla speranza, rappresentata, con qualche ambiguità e tutta una serie di incertezze, dalle nuove generazioni, una volte sciolte le pastoie genitoriali costituite dall’incapacità di un confronto o da aspettative di una subitanea e sfavillante crescita a propria immagine e somiglianza, imponendo sacrifici sull’altare di falsi valori e fallaci ideali.

Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni (Movieplayer)

Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni (Movieplayer)

Rappresenta poi l’ulteriore evoluzione di un autore che sin dal suo debutto (La bella vita, 1994), ha conferito una concreta prosecuzione alla tradizione della commedia all’italiana propriamente detta, capace di conciliare dramma ed ironia, senso del grottesco e acuta disamina sociale.

Tutti questi elementi, ora, servendosi del genere noir come inedita connotazione ed affascinante strumento narrativo, contribuiscono a volgere uno sguardo beffardo ed impietoso, a tratti disincantato, nei confronti di ogni singolo personaggio, anche secondario, coadiuvato al riguardo da una vibrante prova attoriale, una particolare miscellanea nei toni che avvicina Virzì ad un regista troppo presto dimenticato, Antonio Pietrangeli, come già notato da molti. Rispetto al citato romanzo gli sceneggiatori hanno provveduto a trasporre le vicende dall’originario Connecticut alla Brianza, l’immaginario paese di Ornate, mantenendone la condizione di simbolico microcosmo rappresentativo di qualsivoglia realtà dove la ricchezza sia appannaggio esclusivo dei soliti pifferai magici, ovviamente da utilizzare per accumularne altra e conferire il proprio marchio a tutto ciò che sia acquistabile, persone comprese, ed alimentare l’illusione di poter offrire a tutti identico tenore di vita, in virtù di una rapida acquisizione di quanto al momento non sia nella loro disponibilità. Continua a leggere