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Stan Lee (1922-2018)

Stan Lee (Sicilia Report)

Per quanto il fanciullino di pascoliana memoria che, fortunatamente, trova tuttora buon albergo nel mio cuore, si sia nutrito precipuamente nel corso degli anni, a parte svariate fiabe e racconti, di quanto dell’universo Disney sia stato elaborato da artisti quali Carl Barks e Floyd Gottfredson, da appassionato di fumetti non posso accogliere che con tristezza la morte di Stan Lee (Stanley Martin Lieber all’anagrafe, New York, 1922), avvenuta ieri, lunedì 12 novembre, a Los Angeles. L’uomo (The Man) e Il sorridente (The Smilin’), come era noto fra addetti ai lavori ed affezionati lettori il celebre fumettista, nonché editore e produttore (cinematografico e televisivo), ha avuto infatti il grande merito, coadiuvato da disegnatori quali Jack Kirby e Steve Dikto, di far sì che i supereroi scendessero  dall’Olimpo dell’ineffabile invincibilità e venissero a contatto, trovandosi del tutto avvolti nelle sue spire, con un nemico che, pur se non propriamente imbattibile, dava comunque loro una bella gatta da pelare, ovvero la rituale quotidianità, con tutte le sue problematiche da “logorio della vita moderna” per dirla con la reclame di un Carosello d’antan.
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Zibaldone di pensieri cinematografici (e televisivi)

1Un po’ per mestiere, un po’ perché spinto dal bisogno atavico di entrare in contatto con il buio della sala cinematografica, senza tralasciare la spinta elargitami da un’innata curiosità, mi ritrovo a prendere visione praticamente di ogni proposta filmica offerta dai cinema di zona, non indulgendo in particolari sofismi preventivi.
Certo, in tal modo è più frequente imbattermi in profonde delusioni, pellicole che per svariati motivi non riescono ad entusiasmarmi o a trasmettermi alcunché, a parte il valore “didattico”, in positivo o in negativo, offerto dalla messa in scena complessiva (modalità di regia e scrittura, interpretazioni attoriali, l’aspetto tecnico). Fra le recenti visioni ad avermi lasciato il classico amaro in bocca, vi sono Città di carta e I Fantastici Quattro: iniziando dal primo film, la trasposizione dell’omonimo bestseller di John Green (Paper Towns, 2008, Dutton Books, edito in Italia da Rizzoli) ha probabilmente sofferto di un adagiamento sugli allori offerto dal successo del precedente Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars, Josh Boone, 2014), anch’esso tratto da un romanzo del citato Green. Gli sceneggiatori, infatti, sono gli stessi (Michael H. Weber, Scott Neustadter), mentre la regia ora è di Jake Schreier. Continua a leggere

Ant-Man / Mission: Impossible-Rogue Nation, intrattenimento, azione ed ironia

Ant-ManLa visione di due film a pochi giorni di distanza, Ant-Man e Mission: Impossible-Rogue Nation, ha fatto sì che, una volta tanto, uscissi dalla sala cinematografica con il sorriso sulle labbra e la testa sgombra, momentaneamente, dai quotidiani affanni, lieto di aver assistito a delle buone realizzazioni, capaci d’intrattenere in virtù di una spettacolarità non del tutto spaccona ed esibizionista, anzi piuttosto funzionale alla narrazione e, soprattutto, permeata da una buona dose d’ironia. Ant Man nella sua struttura ad incastro con le precedenti e future pellicole incentrate sull’universo fumettistico Marvel, mi ha ricordato i serial in stile cliffhanger realizzati per il cinema, propri della Hollywood degli albori, mentre Mission: Impossible-Rogue Nation nella sua esibita miscela, “agitata non mescolata”, di humour, azione e tensione, ha sollecitato la rimembranza delle migliori gesta bondiane.
Iniziando da Ant-Man, nutrivo non pochi dubbi sulla buona riuscita del film, viste le difficoltà di realizzazione, che hanno comportato il passaggio di consegne dall’originario Edgar Wright (il cui nome risulta comunque fra gli sceneggiatori, insieme a Joe Cornish, Adam McKay e Paul Rudd) a Peyton Reed. Continua a leggere

X-Men- Giorni di un futuro passato

12023. Il mondo è sconvolto dalla guerra messa in atto dagli esseri umani tramite dei robot noti come Sentinelle volta ad annientare i Mutanti, ormai prossimi all’estinzione. Lo schema difensivo messo in atto da Kitty Pride/Shadowcat (Ellen Page), consistente nell’inviare Alfiere (Omar Sy) indietro nel tempo per avvertire i compagni del pericolo, appare insufficiente a scongiurare una definitiva debacle, per cui il Professor X (Patrick Stewart) e Magneto (Ian McKellen) si trovano d’accordo nel delineare un piano che potrebbe risolvere la situazione: inviare la coscienza di Logan /Wolverine (Hugh Jackman), l’unico mutante in grado di resistere al logorio dei viaggi temporali in virtù delle sue predominanti caratteristiche (pazienza a parte …), nel 1973, quando, in seguito ad un attentato subito dal dr. Bolivar Trask (Peter Dinklage), il governo statunitense aveva dato il via al Progetto Sentinelle, ideato proprio dal citato Trask, sulla base di una serie di studi che confermavano una futura predominanza dei Mutanti sul genere umano. Logan dovrà dunque rintracciare i giovani Professor X (James McAvoy) e Magneto (Michael Fassbender) e spiegargli cosa avverrà nel futuro, in particolare quanto possa essere importante al riguardo il ruolo di Raven/Mystica (Jennifer Lawrence)…

Patrick Stewart e Ian McKellen (Movieplayer)

Patrick Stewart e Ian McKellen (Movieplayer)

Settimo film della saga cinematografica dedicata al mondo degli X-Men, i Mutanti nati nel settembre 1963 per i tipi della Marvel (testi di Stan Lee, disegni di Jack Kirby), comprendendo nel novero anche i due spin- off dedicati a Wolverine (X-Men le origini-Wolverine, 2009, Gavin Hood; Wolverine-L’immortale, 2013, James Mangold), a mio avviso non particolarmente riusciti, X-Men-Giorni di un futuro passato vede il ritorno alla regia di un redivivo, in senso strettamente artistico, Bryan Singer, il quale accompagnò nel 2000 il debutto dei suddetti supereroi sul grande schermo, dando vita anche ad un riuscito sequel tre anni più tardi.
Sulla base di una complessivamente solida sceneggiatura, opera di Simon Kinberg, che ha lavorato attingendo dall’omonimo fumetto del 1981, scritto da Chris Claremont per i disegni di John Byrne, il buon Singer ha messo in atto una pellicola divertente, a tratti compiaciuta, ma capace di fare la differenza nel staccarsi dal consueto baillame delle mirabilie effettistiche in offerta speciale (prologo a parte, piuttosto banale anche nella resa visiva) e delineare quindi un valido e coerente impianto drammaturgico. Continua a leggere

Captain America-The Winter Soldier

Captain-America-Dopo un film introduttivo (Captain America-Il primo vendicatore, Joe Johnston, 2011), volto ad illustrare genesi, evoluzione, morte e resurrezione del prode Cap, seguito da una riuscita reunion superomistica (The Avengers, Joss Whedon, 2012), il supereroe patriottico per antonomasia (nato nel 1941 ad opera di Joe Simon e Jack Kirby, per i tipi della Timely Comics, poi Marvel) ritorna al cinema per una nuova avventura, Captain America-The Winter Soldier, mantenendo, con l’esclusione di Whedon, gli stessi sceneggiatori del citato episodio pilota (Stephen McFeely e Christopher Markus, che si sono ispirati al fumetto opera di Ed Brubaker, testi, e Steve Epting, disegni) ed affidando la regia ai fratelli Russo, Anthony e Joe.
La felice combinazione fra intuizioni di scrittura ed abilità registica fa sì che nella resa scenica si riesca a coniugare, con una certa efficacia, spettacolarità e realismo, oltre a rendere avvertibile, avvolto in un clima da spy story anni’70, un pathos dal graduale bilanciamento, capace di sfruttare classicamente i tre tempi chiave. Ecco quindi una sorta di prologo introduttivo volto ad illustrare la situazione che man mano dovrà essere affrontata, cui fa seguito una forte tensione drammatica, scaturente da ben congegnate rivelazioni e soppesati colpi di scena, idonea a dar fuoco alle polveri sino a giungere all’epica risoluzione finale, per quanto non propriamente definitiva. Continua a leggere

Thor: The Dark World (3D)

1La saga cinematografica Marvel dedicata ai suoi supereroi, in particolar modo dopo The Avengers (2012, Joss Whedon), si è caratterizzata, pressoché definitivamente, come un punto d’incontro tra due diversi tipi di serializzazione, quella di stampo fumettistico e quella più propriamente televisiva, opportunamente adattate per il grande schermo seguendo quelle che, ad avviso di chi scrive, possono ormai ritenersi delle consolidate linee di base. Ecco quindi un plot narrativo capace di andare incontro a diverse istanze e garantire un apprezzamento generalizzato, una regia spesso anonima o comunque fedele nel seguire le impostazioni di scrittura, il tentativo di conciliare toni epici e superomistici con una certa dose di ironia, un incedere lento e preparatorio, fra flashback, tormenti interiori e scaramucce varie, alla fase cruciale, concentrata in genere verso un finale in crescendo, dominato da scene d’azione allo stato puro ed un uso mirato dell’effettistica digitale (con l’impiego di un 3D, aggiunto in fase di postproduzione, a far da fumo negli occhi).

Chris Hemsworth ed Anthony Hopkins

Chris Hemsworth ed Anthony Hopkins

A dare un minimo di caratterizzazione cinematografica intervengono a supporto qualche valida intuizione registica sparsa qua e là o interpretazioni attoriali capaci di conferire un gigionismo “piacione” ad un naturale carisma (Robert Downey Jr. e il suo Iron Man).
Non si distacca dalla suddetta impostazione Thor:The Dark World.
Il nostro eroe, dopo un esordio fra le mani di Kennet Branagh (2011), il quale aveva dato vita ad un innocuo e luccicante trastullo, tentativo ameno di conciliare il Bardo con l’universo pop (illusione d’autore alla luce di un cospicuo guiderdone), giunge ora in quelle di Alan Taylor, valido regista (attivo soprattutto in televisione, The Sopranos, Il trono di spade), mentre lo script è affidato a Christopher Yost, Stephen McFeely e Christopher Markus.
La storia prende piede tramite un flashback introdotto dalla voce narrante di Odino (Anthony Hopkins), che ci riporta indietro nel tempo, alla battaglia ingaggiata, e vinta, da suo padre Bor contro gli Elfi Oscuri guidati da Malekith (Christopher Ecclestone) per sottrarre loro un misterioso elemento, l’Aether, idoneo a condurre il mondo verso l’oscurità.

Tom Hiddleston ed Hemsworth

Tom Hiddleston ed Hemsworth

Si torna poi al presente, quasi due anni dopo gli eventi di New York che hanno visto costituirsi il gruppo dei Vendicatori: mentre il perfido Loki (Tom Hiddleston) viene affidato da papà Odino alle asgardiane galere, suo fratello Thor (Chris Hemsworth) è impegnato a concludere con successo la missione volta a portare la pace nei Nove Regni. Ma, complice l’ormai prossimo allineamento dei pianeti e la conseguente mescolanza fra le varie dimensioni, il citato Aether, nascosto ma non distrutto, è pronto, così come il redivivo Malekith e la sua armata, a riemergere dall’ignoto, impossessandosi del corpo di una vecchia conoscenza, cara al Dio del tuono, la scienziata Jane Foster (Natalie Portman) …
Piuttosto scomposto, ora esagitato, ora confuso, Thor:The Dark World soffre in particolar modo di una sceneggiatura chiaramente in divenire, soggetta a vari mutamenti in corso d’opera, col risultato di dar vita a dei singoli siparietti cui un minimo di diligenza registica tenta di conferire dimensione unitaria. Continua a leggere

Iron Man 3 (3D)

iron-man-3-3d-L-irWR2NIron Man 3, dopo le prime due apprezzabili realizzazioni a firma di Jon Favreau, 2008 e 2010, segna il passaggio di consegne a Shane Black, autore di regia e sceneggiatura (coadiuvato riguardo quest’ultima da Drew Pearce) e, soprattutto, vede la Disney in qualità di distributrice, come il precedente The Avengers (2012, Joss Whedon), al quale la pellicola in esame si riallaccia direttamente, in primo luogo a livello contenutistico, per via di un’ironia strafottente e dissacrante, di cui si rende portavoce il protagonista Robert Downey Jr., nei doppi panni di Tony Stark e dell’ “uomo di latta”, volta a mitigare la pomposità retorica propria dell’eroe (ora in lotta più che altro con se stesso), fra invincibilità e purezza adamantina. Black, però, a differenza di Whedon, tende a far prevalere sulla connotazione estetica da comic movie quella propria di vari film d’azione a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, dei quali riprende molti stilemi (Arma letale, per esempio, ’87, diretto da Richard Donner, del quale è stato autore di soggetto e sceneggiatura).

Robert Downey Jr.

Robert Downey Jr.

Nel rispetto del mantra proprio della Marvel (sui cui albi Iron Man nasce nel ’63, testi di Stan Lee e Larry Lieber, matite di Don Heck e Jack Kirby), in base al quale tutti gli eventi che si verificano all’interno di un film o franchise avranno le loro influenze e conseguenze dirette su quanto avverrà dopo, il plot narrativo riprende elementi propri della saga Extremis ( 2005-2006, scritta da Warren Ellis, per i disegni di Ady Granov) e prevede un prologo che ci riporta indietro nel tempo, al capodanno del ’99, quando Tony era nient’altro che un dandy miliardario col pallino delle invenzioni, intento a partecipare ad una conferenza e relativo party in Svizzera, in compagnia della botanica Maya Hansen (Rebecca Hall).
Avvicinato da un tale Aldrich Killian (Guy Pearce), alla ricerca di un finanziamento per un suo rivoluzionario progetto, Tony, apparentemente interessato, gli dava appuntamento sul terrazzo, per poi lasciarlo in attesa, richiamato com’era dalle ragioni del cuore.

Gwyneth Paltrow

Gwyneth Paltrow

Si torna ai giorni nostri, Stark è intento a perfezionare le sue armature, collaudandone la risposta agli impulsi nervosi del corpo, il rapporto con la fidanzata Pepper (Gwyneth Paltrow) sembra in certo qual modo consolidato, ma le vicende di New York, aver appreso dell’esistenza di colleghi con superpoteri e di un mondo sospeso sopra le nostre teste pronto ad inviare le sue armate, lo hanno profondamente segnato, tanto da soffrire di violenti attacchi di panico.
Intanto, ecco palesarsi dagli schermi televisivi la minaccia di un nuovo nemico, il Mandarino (Ben Kingsley), che dal Medio Oriente paventa morte e distruzione, iniziando le danze con un attacco al Grauman’s Chinese Theatre di Hollywood e poi radendo al suolo la residenza di Tony, dato per morto e costretto a ripartire da zero, tra varie disavventure e clamorose rivelazioni, con al fianco un ragazzino piuttosto arguto (Ty Simpkins) e l’amico Tenente Colonnello James Rhodey Rhodes (Don Cheadle) nelle vesti di War Machine, dapprima a distanza ed infine insieme nella battaglia finale.

Ben Kingsley

Ben Kingsley

Dopo un avvio piuttosto lento nel porre le carte in tavola, tra il passato che ritorna e diviene consistente minaccia, tormenti interiori e disagi esistenziali, regia e sceneggiatura trovano un percorso comune, alternando spettacolarità (con un 3d inutile, aggiunto in fase di postproduzione), ironia non sempre ben cesellata e grezza psicologia: il conflitto fra maschera e volto, la difficoltà d’esprimere concretamente la propria identità al di fuori di ogni sovrastruttura, che verrà resa possibile tramite una visione pura, primigenia, a livello di bambino (“sono un meccanico”, così si presenta Stark al frugoletto che lo aiuterà nel cammino verso la rinascita), sconfiggendo la paura d’esprimersi realmente per quel che si è (il ricorso ossessivo ad armature sempre più sofisticate, valido rifugio ad qualsivoglia attacco di panico, le quali non a caso verranno fatte fuori nel finale). Un gioco di specchi fra apparenza e realtà comune poi agli altri personaggi (il Mandarino umanizzato in guisa di guitto d’avanspettacolo, villain ad uso e consumo del gioco domanda/offerta nella proposizione di demoni buoni per ogni destabilizzazione, l’ex nerd Killian, miracolato da subitaneo benessere, Pepper improvvisata Iron Girl), sino a coinvolgere l’intero equilibrio mondiale, e si risolve alla fine nell’affermazione di un apporto costante della mente umana come unico superpotere, sia volta verso il Bene, sia a lambire ambiguamente linee di confine col Male.

Iron Man e Tony Stark

Iron Man e Tony Stark

Da appassionato lettore di fumetti, le cui modalità di trasposizione dalle strisce al cinema mi hanno sempre affascinato ed incuriosito (il vedere materializzarsi i nostri eroi e le loro gesta, pur nella magica finzione propria del cinema, a confronto con la visualizzazione offerta dall’ immaginazione durante la lettura), ho avvertito la mancanza di un vero e proprio pathos in crescendo, con una narrazione complessiva che si snoda nella combattuta alternanza tra gag e azione allo stato puro (l’attacco alla villa in quel di Malibu, un salvataggio celeste e il classico botte da orbi finale le sequenze più riuscite), affidandone traino e collante al gigionismo, a volte trattenuto, altre meno, del buon Downey Jr., come scritto ad inizio articolo, mentre gli altri interpreti si attengono al copione e più non dimandare. In buona sostanza un bizzarro pastiche, funzionalmente spettacolare ma convincente solo a tratti nella sua disarmonia, tanto che, curiosamente, tutto diviene veloce e coinvolgente nei titoli di coda (restate seduti sino alla fine), dove ironia, epicità ed umanità trovano un congruo ensemble. Saper godere di una manciata di minuti dopo due ore di visione a corrente alternata: ed ora, caro il mio Tony Stark, ti sfido a singolar tenzone per stabilire chi tra noi due sia il supereroe …