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La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

Los Angeles, notte. Un’auto procede a forte velocità, attraversa un incrocio noncurante delle indicazioni semaforiche e sbanda pericolosamente: la sua corsa finisce di fronte l’entrata di un edificio dove ha sede la Pacific All Risk, una compagnia assicuratrice.
Dalla vettura discende Walter Neff (Fred MacMurray), che qui lavora in qualità di agente: il suo passo è incerto, come non può fare a meno di notare il guardiano notturno che lo accompagna in ascensore.
Giunto in ufficio, madido di sudore e sofferente, si siede alla scrivania, accende una sigaretta, prende la cornetta del dittafono ed inizia a narrare, rivolgendosi al suo superiore ed amico Barton Keyes (Edward G. Robinson), la  fosca storia in cui è rimasto coinvolto, masticando amaro nell’esternare la motivazione: “L’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”. I fatti, spiega Neff, risalgono a tre mesi prima, quando, trovandosi a Glendale, venne a rammentarsi che da quelle parti abitava il petroliere Dietrichson (Tom Powers), la cui polizza assicurativa per le proprie auto era prossima alla scadenza. Decideva quindi di andarlo a trovare, così da avviare l’iter per il rinnovo. Accolto dall’affascinante moglie, Phyllis (Barbara Stanwyck), ne restava subitamente ammaliato, attrazione che si rivelò ben presto reciproca, l’attacco diretto di lui, la studiata ritrosia di lei, fra sguardi e dialoghi colmi di sottintesi. Il ghiaccio non fu difficile a sciogliersi, anzi, già da un successivo incontro la donna ebbe modo di raccontargli la propria insoddisfazione coniugale, un marito ricco, più anziano di lei, avaro e scostante nei suoi confronti, nonché incline ad alzare le mani se in preda ai fumi dell’alcool, rivelandogli poi l’intenzione di convincerlo a stipulare una polizza sulla vita, visto che nel suo lavoro un incidente era sempre possibile … Continua a leggere

Ossessione (1943)

ossessioneConsiderato da critici e studiosi del cinema come il film che diede avvio al Neorealismo, Ossessione, opera prima di Luchino Visconti( 1906-1976), ne è in realtà distante come struttura estetica e motivazioni, ma ne annuncia la portata innovatrice spazzando via tutto d’un colpo certo cinema proprio del regime fascista, rappresentato da retoriche ricostruzioni storiche o patinate commedie improntate ad un igienico ottimismo(il “cinema dei telefoni bianchi”).

Sceneggiato da Visconti insieme ad un gruppo di intellettuali che collaboravano con la rivista milanese Cinema ( Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e, non accreditati, Alberto Moravia ed Antonio Pietrangeli), sulla base del romanzo Il postino suona sempre due volte dello scrittore americano James M.Cain, ne trasferisce ambientazione e protagonisti nella bassa Padana: in uno spaccio gestito dall’anziano Bragana (Juan de Landa) e dalla giovane moglie Giovanna (Clara Calamai), dove sostano i camionisti per fare rifornimento e mangiare, giunge il vagabondo Gino (Massimo Girotti).Tra questi e Giovanna è subito passione, la donna si è sposata più che altro per avere un tetto sulla testa, come rimedio all’indigenza, ed è combattuta tra fuggire con Gino, apatico ed indolente, o restare con il marito, per cui cova un certo risentimento, pur di avere un minimo di sicurezza nella vita. Gino partirà da solo verso Ancona e si unirà al girovago lo spagnolo(Elio Marcuzzo). Un giorno capita in città Bragana con la moglie, per partecipare ad un concorso lirico: Gino e Giovanna sono sempre attratti l’uno dall’altra, tanto da progettare ed attuare l’omicidio del marito, simulando un incidente stradale, che non convince del tutto la polizia; i rapporti tra i due si fanno tesi, Gino non è tipo da restare per sempre nello stesso posto, è in preda al rimorso, e la riscossione da parte di Giovanna di un’assicurazione sulla vita gli fa credere di essere stato usato e la lascia per una prostituta, riconciliandosi con lei quando saprà della sua gravidanza; la polizia è sulle loro tracce, fuggono in auto, ma un incidente pone fine al loro sogno di libertà:Giovanna muore e Gino viene arrestato.

Storia torbida e cupa, dal forte fascino espressivo, in cui convivono sia gli aneliti al nuovo di una certa intellighenzia italiana, come un romantico ideale di libertà, simboleggiato dal vagabondo Gino, contrapposto all’ideale di esistenza piccolo-borghese proprio del fascismo, sia un forte attaccamento al nucleo familiare costituito, dal quale la fuga può essere solo sognata, rendendone impossibile la creazione di uno nuovo. Il corpo, le sue pulsioni, sono al centro della vicenda, con una fascinazione erotica dai risvolti anche omosessuali(il rapporto tra Gino e lo Spagnolo): è l’idea di cinema antropomorfico cara al regista, raccontare “storie di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse”, l’uomo rende vivo il paesaggio che lo circonda, e il paesaggio diventa parte integrante dell’azione, influenzato in questo dal “realismo poetico” francese, pur fedele alla scelta stilistica del melodramma che sarà una costante della sua produzione, dove teatro e cinema coesistono, integrandosi a vicenda.