Le catene della colpa (Out of the Past, 1947)

Bridgeport, Connecticut, provincia americana, fine anni ’40. Un’auto si ferma alla stazione di servizio, vi scende un uomo, che chiede al lavorante, un  ragazzo sordomuto (Dickie Moore), se sia presente il titolare, Jeff Bailey (Robert Mitchum). Il garzone gli fa intendere come al momento il suo datore di lavoro sia assente, infatti si trova al fiume, in compagnia di Ann (Virginia Huston), la sua ragazza, anche se la relazione non è vista di buon occhio dai genitori di lei, che lo ritengono null’altro che un poco di buono, al contrario di un altro pretendente, il vicesceriffo Jim (Richard Webb). Una volta rientrato al lavoro, Jeff non farà fatica a riconoscere l’uomo che lo stava cercando: si tratta di Joe Stephanos (Paul Valentine), tirapiedi del gangster Whit Sterling (Kirk Douglas), al quale il nostro è legato da un torbido passato e che ora intenderebbe affidargli un incarico, a saldo di un particolare debito che evidentemente ritiene non prescritto, “invitandolo” a presentarsi alla sua villa sul lago Tanoe.
Jeff si fa accompagnare da Ann e lungo il tragitto decide di rivelarle un segreto: il suo vero nome è Jeff Markham e tre anni addietro svolgeva la professione d’investigatore privato a New York insieme al socio Jack (Steve Brodle); veniva quindi assunto da Sterling perché rintracciasse la sua amante, Kathie Molfatt (Jane Greer), fuggita con quarantamila dollari dopo avergli sparato. Le ricerche avevano termine ad Acapulco, ma l’incontro tra la sensuale donna e il detective sfociava ben presto in una rovente passione dalle estreme conseguenze, tali da ripercuotersi sul presente, soffocando quest’ultimo al pari di ogni anelito verso il futuro: l’angelo caduto si ritroverà nuovamente le ali tarpate, impossibilitato a librarsi in volo …

Viriginia Huston e Robert Mitchum (Journalist and Creative Media)

Tratto dal romanzo Build my Gallows High di Daniel Mainwaring, che usò lo pseudonimo di Geoffrey Homes, lo stesso adoperato per scrivere la sceneggiatura insieme a Frank Fenton e James M. Cain (gli ultimi due non accreditati), diretto da Jacques Tourneur, Out of the Past (nel nostro paese distribuito inizialmente col titolo La banda degli implacabili, poi Le catene della colpa), nato come una produzione a basso costo della RKO, rafforza quegli archetipi propri del noir che tradizionalmente trovano la loro consacrazione con The Maltese Falcon di John Huston, 1941, tratto dall’omonimo romanzo di Dashiell Hammett (pubblicato per la prima volta nel 1930, 5 puntate sulla rivista pulp Black Mask):la pregnante correlazione tra personaggi e l’ambiente intorno al quale gravitano,  il risalto dato alla figura dell’investigatore privato, generalmente permeata di un ruvido individualismo che va di pari passo con una sorta d’indifferenza verso la vita nel suo complesso, una dark lady maliarda e manipolatrice, ammantandoli però di un’aura finalistica, dovuta al senso di tragica rassegnazione nel non poter sfuggire ad un destino già segnato, impossibilitato a mutare causa gli errori trascorsi e perpetrati a tutt’oggi: Jeff non esita a rincontrare Sterling nonostante intuisca che sia stata ordita una trappola a suo danno, nè si tratterà dal cedere nuovamente al fascino di Kathie, pur avendone constatato sulla propria pelle la pericolosità; nessun personale codice comportamentale da rispettare, come invece il Sam Spade/Bogart del citato The Maltese Falcon, fondamentalmente etico nel mettere in atto quanto si ritiene giusto ed uscire “puliti” da torbide storie che vedono protagonisti persone ambigue, più che propense ad abbeverarsi alla fonte del Male.

Kirk Douglas e Mitchum (IMDb)

L’atmosfera, dall’iniziale luminosa apertura con la visione di un’idilliaca ed “impossibile” vita di provincia, si rende gradualmente più opprimente: l’accorta regia di Tourneur asseconda con  fluidità il lungo flashback e le impennate verso il melodramma, così come i sapidi dialoghi delineati dall’ ottima sceneggiatura; rilevante il lavoro svolto dal direttore della fotografia Nicholas Musuraca, che “gioca” con luci ed ombre in maniera suggestiva e metaforica (l’inquadratura di Jeff di fronte al cancello della dimora del boss, ad esempio), senza dimenticare le valide interpretazioni attoriali. Se un giovane Kirk Douglas offre una rappresentazione elegante, ma egualmente torbida e sinistra, della convenzionale figura del gangster e Jane Greer delinea una figura femminile al colmo di  suadente fascino e latente malvagità (eccellente anche l’attenzione rivolta sui costumi, Edward Stevenson, che accentuano le descritte caratteristiche, a partire dall’abito bianco del primo incontro nella taverna ad Acapulco), cui si contrappone l’angelicata figura di Ann, ben resa da Virginia Huston nella sua “normalità” di brava ragazza americana, “latte e buoni principi”, inutile negare che il fulcro narrativo trovi più che solide basi nel magnetismo ferino di un Robert Mitchum qui al suo primo ruolo importante (la parte era stata offerta inizialmente ad Humphrey Bogart e a John Garfield), il quale impone in ogni scena il famoso sguardo “liquido” rivolto alle persone e a tutto ciò che lo circonda, unito al passo sbilenco e, soprattutto, a quell’aria densa di strafottenza ed apparente disinteresse nell’assecondare ogni accadimento che si trova ad affrontare.

Jane Greer (Ristorante Lucca)

Out of the Past, ovvero, traducendo letteralmente, “fuori dal passato”, la speranza nutrita da Jeff mano a mano soffocata da un plumbeo fatalismo, una fitta nebbia che con le sue coltri andrà a coprire ogni azione da lui messa in essere, manifestando precipuamente l’incapacità, in odor di predestinazione, di liberarsi veramente da quanto accaduto anni prima,  propenso anzi  a sbagliare in egual modo, vedi il rinnovato marcamento nei confronti di  Whit, paventando la possibilità, inveterato orgoglio maschile, di soffiargli nuovamente la donna, dimenticando come quest’ultima sia particolarmente abile nell’ordire sottili trame per far sì che la situazione volga sempre a proprio esclusivo vantaggio, eventualità che non tarderà a mettere in atto rendendo del tutto inutile il tentativo dell’uomo di porre rimedio all’intricata situazione venutasi a creare; l’abilità di Tourneur consiste nel far sì che noi spettatori si stia sul chi vive, la narrazione, dopo la suddetta idillica apertura, si mantiene infatti costantemente sul filo del rasoio, nel sentore della minaccia di un pericolo incombente che si rende sempre più insinuante e palpabile (mirabile al riguardo la sequenza in interni, un bar ad Acapulco dove Jeff ha appuntamento con Kathie e nel mentre giunge Whit col suo scagnozzo a sincerarsi di come stiano procedendo le ricerche).

Mitchum e Green (BFI)

Da ricordare, concludendo, che nel 1989 la pellicola fu interessata ad un restauro per conto di Rai Uno ad opera di Mario Sesti, il quale reintegrò, sottotitolandole, alcune sequenze eliminate nell’originaria versione italiana, come quella, piuttosto significativa, che vede Ann, in procinto di lasciare la città con Jim, chiedere al ragazzo della stazione di servizio quali fossero le reali intenzioni di Jeff, mentre nel 1984 ne venne girato un remake ad opera di Taylor Hackford, Against All Ods (Due vite in gioco) che nulla ha da spartire, per accuratezza della messa in scena ed interpretazioni, con l’originale; si può ricordare per la presenza di Jane Greer ad impersonare ora la madre della “cattivona” protagonista (Rachel Ward) e per una colonna sonora contenente, tra l’altro, brani inediti come Against All Odds (Take a Look at Me Now) di Phil Collins, che  nel 1985 ottenne una nomination agli Academy Award in qualità di Migliore Canzone.

(Pinterest)
(Criminal Element)

 

 

 

 

 


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