La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

Los Angeles, notte. Un’auto procede a forte velocità, attraversa un incrocio noncurante delle indicazioni semaforiche e sbanda pericolosamente: la sua corsa finisce di fronte l’entrata di un edificio dove ha sede la Pacific All Risk, una compagnia assicuratrice.
Dalla vettura discende Walter Neff (Fred MacMurray), che qui lavora in qualità di agente: il suo passo è incerto, come non può fare a meno di notare il guardiano notturno che lo accompagna in ascensore.
Giunto in ufficio, madido di sudore e sofferente, si siede alla scrivania, accende una sigaretta, prende la cornetta del dittafono ed inizia a narrare, rivolgendosi al suo superiore ed amico Barton Keyes (Edward G. Robinson), la  fosca storia in cui è rimasto coinvolto, masticando amaro nell’esternare la motivazione: “L’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”. I fatti, spiega Neff, risalgono a tre mesi prima, quando, trovandosi a Glendale, venne a rammentarsi che da quelle parti abitava il petroliere Dietrichson (Tom Powers), la cui polizza assicurativa per le proprie auto era prossima alla scadenza. Decideva quindi di andarlo a trovare, così da avviare l’iter per il rinnovo. Accolto dall’affascinante moglie, Phyllis (Barbara Stanwyck), ne restava subitamente ammaliato, attrazione che si rivelò ben presto reciproca, l’attacco diretto di lui, la studiata ritrosia di lei, fra sguardi e dialoghi colmi di sottintesi. Il ghiaccio non fu difficile a sciogliersi, anzi, già da un successivo incontro la donna ebbe modo di raccontargli la propria insoddisfazione coniugale, un marito ricco, più anziano di lei, avaro e scostante nei suoi confronti, nonché incline ad alzare le mani se in preda ai fumi dell’alcool, rivelandogli poi l’intenzione di convincerlo a stipulare una polizza sulla vita, visto che nel suo lavoro un incidente era sempre possibile …

Barbara Stanwyck

Neff ne aveva intuito la volontà di far fuori il consorte, si ribellò inizialmente all’idea, ma, oramai del tutto soggiogato, finì con l’architettare egli stesso un piano, in apparenza ben congegnato …
La fiamma del peccato rappresenta la terza regia di un autore egualmente geniale e poliedrico quale è stato Billy Wilder, qui anche sceneggiatore insieme a Raymond Chandler, su soggetto tratto da un romanzo a firma James M. Cain (Double Indemnity, titolo originale del film, inizialmente pubblicato a puntate, a partire dal febbraio del 1936, sul magazine Liberty), ispirato ad un fatto di cronaca nera americana accaduto nel 1920. Siamo di fronte ad un noir, nella cui resa, visiva e contenutistica, appare del tutto dominante lo sguardo proprio del regista, sospeso fra disincanto e dolente pessimismo, volto a connotare di  un sarcasmo beffardo e pungente la sorte di un’umanità incline al decadimento morale nella perdita di qualsivoglia identità ed inesorabilmente destinata all’autodistruzione.
Noi spettatori siamo consci che è stato ordito un piano criminale, chi lo ha messo in pratica ce lo rivela attraverso il suo racconto, un monologo in forma di presa di coscienza riguardo quanto poco prima aveva rimosso, per cui in virtù della circolarità relativa alla vicenda narrata si è condotti all’interno di un infuocato girone infernale, dove i personaggi principali si dibattono come pesci nella rete: Walter Neff, uomo senza qualità pronto a cedere ad ogni pulsione materiale, non solo erotica, ottimamente reso da MacMurray suffragando ironia e fatalità,  ma anche la dark lady Phyllis, una Barbara Stanwyck, vistosamente biondo platino, sinistra ed eccentrica (il braccialetto alla caviglia che solletica le fantasie di Neff) nel suo plateale bovarismo, prigioniera dell’insoddisfatto anelito di un riscatto, esistenziale e sociale, che sembra impossibilitato a verificarsi, almeno nell’assecondare le sue inclinazioni (“Sono guasta dentro”, ammetterà infine, dolorosamente).

Stanwyck e Fred MacMurray

A far da contraltare al loro stato crepuscolare (i particolari relativi all’attuazione del piano criminale vengano esternati dai due amanti all’interno di un supermercato, vita e morte in guisa di merce in vendita, fra gli scaffali della rituale quotidianità) interviene la rigorosa visione della vita, del tutto coincidente con quella professionale, espressa dal “Grillo Parlante” Keyes, un superbo Robinson nel delineare la personificazione di una coscienza dall’evidente consistenza paterna, ancor prima che fraternamente amicale, idonea a riportare la situazione all’interno di una compiuta moralità. Al pari della descritta struttura narrativa, che esalta la caratterizzazione psicologica dei personaggi, appare mirabile l’essenzialità della messa in scena e l’attenzione ad ogni singola inquadratura, con una propensione espressionista nell’assecondare, simbolicamente, oscurità e luce, ombre e riflessi (esemplare al riguardo la fotografia in bianco e nero di John F. Seitz), oltre che la tendenza a “giocare” col fuori campo in più di un’occasione (le discese di Phyllis dalle scale, a noi riportate attraverso lo sguardo di Neff, così come la resa del suo sentore di essere osservato una volta conclusa la confessione, ma, soprattutto, la sequenza dell’omicidio, dove l’obiettivo si mantiene fisso, con vivida forza espressiva, sullo sguardo compiaciuto della donna) ed inventarsi opportune strategie visive per mantenere sempre accesa la fiamma della suspense (una su tutte, notata da molti, la porta dell’appartamento di Neff che si apre verso l’esterno, così da nascondere Phyllis alla vista di Keyes).

Edward G. Robinson e MacMurray

Viene offerto, sempre e comunque, sapido risalto alle singole interpretazioni attoriali, queste ultime già esaltate dagli incalzanti dialoghi e che d’altronde si rivelano preziose, anzi fondamentali, per poter raccontare, visualizzandole sullo schermo, le più evidenti contraddizioni e dicotomie proprie dell’essere umano in quanto tale, all’insegna della mutevolezza repentina nell’assecondare le molteplici circostanze che si presentano durante il cammino.
Sullo sfondo si stagliano quindi, quali note ricorrenti, l’opportunismo, l’ossessione per il profitto, pulsioni sessuali spesso malcelate o trattenute.
Fin dai titoli di testa, con l’incedere insinuante del funzionale commento musicale (Miklós Rózsa), progressivamente in sincrono con l’avanzare della figura di un uomo appoggiato sulle stampelle (il piano criminale ha trovato attuazione ed il destino giocherà presto le carte in mano), viene a concretizzarsi un’amara e pessimistica riflessione sull’orrore insito nella natura umana, la cui ambiguità andrà a manifestarsi in un fatale abbraccio tra erotismo e morte, quale estremo soffio di un’anelata vitalità. Da ricordare come nel finale del film, già del tutto diverso da quello dell’opera letteraria d’origine, venne eliminata in fase di montaggio la sequenza dell’esecuzione di Neff nella camera a gas, sotto lo sguardo desolato di Keyes, e poi una valida pellicola ispirata all’immortale capolavoro di Wilder, Body Heat (Brivido caldo, 1981), per la regia di Lawrence Kasdan, al suo debutto registico, protagonisti William Hurt e Kathleen Turner, anch’essa esordiente sul grande schermo.

Pubblicato su “Diari di Cineclub” n.58 del 01/02/2018

2 risposte a “La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

  1. Bellissima anche l’interpretazione di Edward G. Robinson, che nello stesso anno avrebbe girato con Fritz Lang La Donna del ritratto, altra sua memorabile performance! Ciao.

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    • Certamente, infatti nell’articolo l’ho elogiato e ho denominato il personaggio da lui interpretato come “Grillo Parlante”, visto che rappresenta l’elemento morale a fare da contraltare al piano delittuoso. Grazie, un saluto.

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