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La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

Los Angeles, notte. Un’auto procede a forte velocità, attraversa un incrocio noncurante delle indicazioni semaforiche e sbanda pericolosamente: la sua corsa finisce di fronte l’entrata di un edificio dove ha sede la Pacific All Risk, una compagnia assicuratrice.
Dalla vettura discende Walter Neff (Fred MacMurray), che qui lavora in qualità di agente: il suo passo è incerto, come non può fare a meno di notare il guardiano notturno che lo accompagna in ascensore.
Giunto in ufficio, madido di sudore e sofferente, si siede alla scrivania, accende una sigaretta, prende la cornetta del dittafono ed inizia a narrare, rivolgendosi al suo superiore ed amico Barton Keyes (Edward G. Robinson), la  fosca storia in cui è rimasto coinvolto, masticando amaro nell’esternare la motivazione: “L’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”. I fatti, spiega Neff, risalgono a tre mesi prima, quando, trovandosi a Glendale, venne a rammentarsi che da quelle parti abitava il petroliere Dietrichson (Tom Powers), la cui polizza assicurativa per le proprie auto era prossima alla scadenza. Decideva quindi di andarlo a trovare, così da avviare l’iter per il rinnovo. Accolto dall’affascinante moglie, Phyllis (Barbara Stanwyck), ne restava subitamente ammaliato, attrazione che si rivelò ben presto reciproca, l’attacco diretto di lui, la studiata ritrosia di lei, fra sguardi e dialoghi colmi di sottintesi. Il ghiaccio non fu difficile a sciogliersi, anzi, già da un successivo incontro la donna ebbe modo di raccontargli la propria insoddisfazione coniugale, un marito ricco, più anziano di lei, avaro e scostante nei suoi confronti, nonché incline ad alzare le mani se in preda ai fumi dell’alcool, rivelandogli poi l’intenzione di convincerlo a stipulare una polizza sulla vita, visto che nel suo lavoro un incidente era sempre possibile … Continua a leggere

La signora del venerdì (His Girl Friday, 1940)

la-signora-del-venerdi-his-girl-friday-1940-L-Q27Fm7Secondo film tratto dalla commedia teatrale The Front Page (1928), scritta da Charles MacArthur e Ben Hecht, dopo la prima trasposizione del 1931 ad opera di Lewis Milestone che ne riprendeva il titolo, La signora del venerdì si delinea come una screwball comedy caratterizzata in primo luogo da un’ottima sceneggiatura (Charles Lederer), dai dialoghi frizzanti ed incredibilmente veloci, assecondata con eleganza dal regista Howard Hawks nel rispetto dell’impianto derivativo d’origine, esaltando con efficaci primi piani e studiati movimenti di macchina la splendida resa scenica dei due protagonisti principali, Cary Grant e Rosalind Russell. La felice intuizione in fase di scrittura, dovuta allo stesso Hawks, è stata quella di trasformare il personaggio del testo originario da maschile a femminile, interpretato per l’appunto dalla Russell, dando vita alla classica “battaglia dei sessi”, la quale assume una dimensione reale grazie ai sapidi battibecchi, senza dimenticare l’acre satira al potere costituito e al mondo del giornalismo, facendone risaltare, impietosamente, ogni cinico gioco opportunistico messo in campo per preservarsi, rispettivamente, un posto sugli alti scranni e i titoli cubitali urlati in prima pagina.

Cary Grant e Rosalind Russell

Cary Grant e Rosalind Russell

Una didascalia ci introduce alla vicenda narrata come fosse una fiaba d’altri tempi, un “c’era una volta” legato al “medioevo del giornalismo, quando un reporter al seguito di una storia per fare il colpo era disposto a tutto, eccetto l’omicidio. In ogni modo, in questo film non troverete alcuna somiglianza con gli uomini e le donne della stampa di oggi”.
La giornalista Hildy Johnson entra nella sede del Morning Post, insieme al suo futuro sposo, Bruce Baldwin (Ralph Bellamy), un assicuratore premuroso e gentile, cui chiede di attenderla mentre lei si reca in redazione, verso l’ufficio del “re dell’universo”, il direttore Walter Burns (Grant), suo ex marito, giusto il tempo di comunicargli l’imminente matrimonio e la volontà di abbandonare la professione, orientata ormai verso un futuro tutto casa e famiglia.
Incassate le ferali notizie con malcelato savoir- faire, Walter, uomo dai modi abbastanza spicci, fortemente attaccato al proprio lavoro, un po’ volpe e un po’ serpe, s’ insinuerà nei progetti dei due piccioncini, sfruttando il caso di un imminente condannato a morte, Earl Williams (John Qualen), reo di aver sparato ad un poliziotto di colore dopo aver perso il posto di lavoro (ma, soprattutto, sospettato di probabili “simpatie rosse”) e che sceriffo e sindaco, alla vigilia della scadenza dei rispettivi mandati, non vedono l’ora d’inviare sulla forca. Eh, già, Walter ha visto giusto, Hildy è pur sempre una giornalista…

Ralph Bellamy, Grant e Russell

Ralph Bellamy, Grant e Russell

In una struttura essenzialmente teatrale, caratterizzata dall’assenza della colonna sonora (è presente nei titoli di testa e di coda, prendendo il via al riguardo con un accenno nel finale), sostituita dall’efficace ritmicità e musicalità dei dialoghi, Hawks dirige con maestria (la carrellata che accompagna l’ingresso di Hildy in redazione) ed eleganza formale (la scena al ristorante), ponendo particolare attenzione al serrato scambio di battute, spesso al vetriolo, sia fra i vari personaggi, come le chiacchiere dei giornalisti che giocano a poker in attesa dell’esecuzione nella sala stampa del tribunale, o i colloqui tra sindaco, sceriffo e l’esperto nella valutazione psichiatrica (senza dimenticare la circuizione messa in opera dal primo verso il messo del governatore che porta la lettera in cui si comunica la sospensione della condanna), sia, in particolare tra i due protagonisti, i quali palesano caratteri che, pur nelle differenze, si rivelano in fondo similari. Anche Hildy, infatti, è profondamente legata al lavoro, ma a differenza di Walter, unisce alla fermezza una certa sensibilità, che sa rendere funzionale alla professione (esemplare al riguardo la modalità con la quale riesce a ricostruire intorno ad Earl, convincendolo, la definitiva visione di come si siano svolti i fatti), offrendo un tocco d’umanità, pur lieve.
Domina, infatti, la sarcastica e disillusa visione del mondo propria di un autore come Hawks, dove cinismo ed opportunismo si stringono la mano per dar vita ad un’alleanza proficua, in particolare ove vi siano persone capaci di far volgere qualsivoglia evento a loro favore, anche sotto il velo di nobili ideali, quali smascherare la corruzione nell’ambito dell’amministrazione della giustizia.

la-signora-del-venerdi-his-girl-friday-1940-L-BJbAAZIl “caso Earl Williams” diviene l’emblema del destino di tanti altri individui che, vuoi per ingenuità (il personaggio di Molly, la donna che ha accolto in amicizia Earl dopo la sparatoria, al centro di un romanzetto rosa creato dai giornalisti), vuoi per una sorta di adamantina purezza (l’assicuratore Bruce non ha scampo in confronto a Walter) si troveranno sempre in balia del potere, pur forti di una loro integrità morale. Lo stesso apparente happy end, nel riportare il trionfo del giornalismo d’inchiesta sulla corruzione, con le istituzioni messe alle strette ma pronte al voltagabbana più spudorato, e un tocco di romanticismo, sembra essere nient’altro che una breve pausa, in attesa di un nuovo evento atto a mettere in scena un’identica situazione, magari con personaggi e storie diverse, ma eguale modalità di svolgimento, riportando così al beffardo “c’era una volta” iniziale.
Da segnalare la bella versione offerta da Billy Wilder nel ’74 (The Front Page, Prima pagina), che si rifà alla commedia originaria, con Walther Matthau e Jack Lemmon nei panni, rispettivamente, di Burns ed Hildy, e il remake dell’87, Cambio marito (Switching Channels, Ted Kotcheff), onesto ma inutile, protagonisti Burt Reynolds e Kathleen Turner, il quale aggiorna la vicenda, ambientandola all’interno di un’emittente televisiva.

La guerra dei Roses (The War of the Roses, 1989)

Danny De Vito, attore dalla forte presenza scenica, dotato di una grande ironia ed auto-ironia, ha come punto di forza un’estrema versatilità, alternando con disinvoltura ruoli prettamente comici ad altri più complessi. Dopo aver frequentato l’Accademia di Arti Drammatiche di New York, è interprete di spettacoli teatrali e serie televisive, per poi esordire sul grande schermo nel ’71 (una piccola parte in La mortadella, di Mario Monicelli), mentre tre anni dopo arriva il suo primo vero ruolo, Martini in Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Milos Forman.

4725Dopo la serie televisiva Taxi, che gli dà notorietà, la sua carriera sarà in piena ascesa, debuttando come regista nel 1987 con Getta la mamma dal treno, che imbastisce sul plot di Delitto per delitto di Hitchcock, una commedia in cui si si alternano momenti comici, riflessione, cinismo e ricerca di efficaci inquadrature:caratteristiche che ritroviamo, ampliate, nel secondo film da lui diretto, La guerra dei Roses.
L’avvocato Gavin (De Vito) narra ad un suo cliente in procinto di divorziare la storia dei coniugi Roses, Barbara (Kathleen Turner) e Oliver (Michael Douglas), il primo romantico incontro, il matrimonio, la nascita di due figli, la carriera di Oliver come brillante avvocato, con Barbara che, dopo aver contribuito a sbarcare il lunario lavorando come cameriera, si è dedicata al restauro della casa dei suoi sogni, ma si sente insoddisfatta e decide di avviare un’impresa di catering, nell’indifferenza del marito.

Dopo un presunto infarto di Oliver, la donna si rende conto che l’eventualità di restare vedova non le dispiace affatto ed avvia così la causa di divorzio, ma ambedue vogliono il possesso della casa:separati sotto lo stesso tetto, con tanto di piantina a colori per ripartire le rispettive zone di appartenenza, mentre i figli sono in partenza per l’università, iniziano una vera e propria guerra senza esclusione di colpi, con dispetti reciproci sempre più pesanti, dal taglio dei tacchi delle scarpe o dall’involontaria uccisione del gatto di Barbara da parte di Oliver, alla distruzione da parte di Barbara dell’auto del marito, o fargli credere di aver trasformato l’amato cane in patè…
Con la casa semidistrutta e trasformata in un fortino, si arriva, in un crescendo parossistico, al tragico epilogo, con i coniugi che si negheranno anche un ultimo gesto di affetto.

Black comedy cinica e amara, con virtuosismi di regia mai fini a se stessi, liberamente tratta dal romanzo di Warren Adler, sceneggiata da Michael Leeson, con interpreti strepitosi, deflagra come una bomba nell’America di fine anni ottanta, mandando in frantumi la raffigurazione edulcorata della classica famiglia americana.
Più che un film contro il matrimonio è una critica senza sconti al sogno americano, alla rincorsa frenetica del successo, al culto del possesso, con una certa attenzione al personaggio femminile, vittima delle contraddizioni suscitate dall’aspirazione di una vita comoda e agiata (la ricerca della casa perfetta, la sua cura maniacale) e dalle frustrazioni che spesso ne derivano.