Archivi tag: Luciano Ligabue

Il progetto “Working Class” di Claudio Sottocornola in un box set di cinque dvd

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Sabato 22 dicembre presso il Liceo scientifico L. Mascheroni di Bergamo, a chiusura di un laboratorio didattico che ha coinvolto gli studenti della scuola in sinergia con la Terza Università della città, Claudio Sottocornola presenterà Working Class un box set in 5 dvd, edizione integrale del percorso di lezioni-concerto dal territorio al web (31 marzo-31 luglio 2012), che ha segnato il passaggio per l’intellettuale lombardo alla divulgazione in rete: il nuovo cofanetto in tiratura limitata, registrato in presa diretta con il contributo del pubblico, ne storicizza le lezioni, rendendole disponibili per una visione privata in home video.

il-progetto-working-class-di-claudio-sottocor-L-P6g6M_In particolare, nel proporne i 5 percorsi base (Teen-agers di ieri e di oggi, Decenni, Anni ‘60, Cantautori, Immagine della donna e canzone), si viene a creare sia un “archivio storico” delle performance tra musica, filosofia e dissertazione storica, proprie di Sottocornola, sia un’ occasione interattiva per gli studenti che il professore ha coinvolto in un interessante percorso di sperimentazione didattica e coinvolgimento, come già aveva fatto attraverso i suoi cinque recital dedicati all’anniversario dell’unificazione italiana, celebrata attraverso la grande canzone pop, rock e d’autore nazionale, che hanno visto appunto la partecipazione di numerosi allievi, a duettare con lui nell’interpretazione di brani storici, intenti nel realizzare coreografie di danza classica, moderna e hip-hop, suonare strumenti musicali, ideare scenografie d’immagini e leggere poesie.

il-progetto-working-class-di-claudio-sottocor-L-CDNErmIl box rappresenta una summa dei più celebri brani-simbolo della canzone italiana, da Certe notti (Luciano Ligabue) a Sapore di sale (Gino Paoli), passando per Meravigliosa creatura (Gianna Nannini) e Albachiara (Vasco Rossi), o, ancora, Acqua e sale (Mina e Adriano Celentano), Geordie (Fabrizio De Andrè) e qualche incursione anche nel mondo anglosassone ( Stand by me, Ben E. King; Let it be, The Beatles), reinterpretati dalla carismatica voce del filosofo del pop, con il suo inconfondibile e caldo approccio.

La presentazione sarà arricchita poi dalla pubblicazione sul sito dell’autore, http://www.claudiosottocornola-claude.com, delle relazioni critiche degli alunni di alcune classi quarte e quinte del Liceo Mascheroni che hanno partecipato al laboratorio didattico di Working Class fra il 2011 e il 2012, sia nella veste di recensori, giornalisti, e storici attenti al rapporto fra musica, società e costume, sia come performer nel corso delle lezioni-concerto tenute presso l’Auditorium della Provincia di Bergamo, e per questo verranno premiati con il conferimento di alcune produzioni multimediali del cantante-filosofo.

Working Class, scorre in musica il nostro continuo divenire

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Con l’appuntamento di martedì 31 luglio, Immagine della donna nella canzone, che ha come tema portante l’evoluzione della femminilità nel costume e nella società attraverso la canzone e le sue interpreti, Working Class, trasferimento dal territorio al web delle lezioni concerto tenute da Claudio Sottocornola dagli anni’90 in poi, è giunto alla sua conclusione.
E’quindi ora possibile tirare le somme e valutare concretamente l’estrema attualità del discorso storico- artistico -filosofico di Claude, l’alter ego, moderno cantastorie, del professore di Filosofia, nel voler fornire un’inedita visualizzazione del ‘900, sia nella sua portata tragicamente storica (le due Guerre Mondiali, i totalitarismi, la nascita della democrazia, le istanze giovanili, la crisi dei valori) che concretamente sociologica, foriera di cambiamenti per le generazioni che man mano si sono susseguite.
La musica più che stile di vita diviene per Claude una nuova modalità d’ interpretare la vita, spinto com’è tanto dalla passione che dalla volontà di mettere in scena attraverso le canzoni gli anni della propria giovinezza, con le sensazioni e i ricordi visualizzati sul palco a farsi efficaci tavole viventi.

Il tutto nell’essenzialità scenica a lui cara, avvalorata da modalità di ripresa arricchite da un montaggio funzionalmente accurato nel collegare la scaletta alle diverse esibizioni, garantendo un’estrema scorrevolezza all’indagine metodologica che si palesa come un efficace punto d’incontro tra la Storia e la “sua” storia, con il proprio vissuto personale.

working-class-scorre-in-musica-il-nostro-cont-L-EVV7k9Claude diviene “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso: sfrutta capacità affabulatorie e abilità vocale nell’individuare le caratteristiche di ogni canzone, proposta e reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, dando valenza al testo colto in ogni sua sfumatura quale pista ideale da cui far decollare i propri sentimenti, i propri ricordi, le più intime suggestioni.

Ecco l’Italia della Grande Guerra (Decenni), età storica individuata, da un punto di vista musicale, come periodo in cui le canzoni iniziano a costituire, in una certa qual misura, un repertorio musicale; la matrice folk, piuttosto forte, viene mitigata da quella operistica, più aulica e “alta” e tale miscellanea tra le due contrapposte realtà viene concretizzata dalla canzone napoletana, prima, e da quella romana poi, senza dimenticare le varie tradizioni regionali.

Trio Lescano

Trio Lescano

La diffusione della musica leggera è affidata ai locali quali il tabarin o la rivista, con un progressivo alleggerimento dell’impianto operistico, ma siamo ancora lontani dall’avere un linguaggio musicale effettivamente nazionale, essendo evidente il ricorso ad una certa classicità d’estrazione letteraria.
Le cose non cambiano dopo il Ventennio fascista ed il Secondo Conflitto; intorno agli anni ’50 il nostro paese, pur avendo conosciuto, grazie all’intuizione di cantanti quali Natalino Otto, Alberto Rabagliati o il Trio Lescano, fenomeni come il jazz o lo swing, per quanto italianizzati, assiste ad una reazione conservatrice, una sorta di voglia di quiete domestica, ben simboleggiata dalle canzoni del Festival di Sanremo, melodiche, a mezza tinta, improntate ai buoni sentimenti, per quanto qua e là si potesse notare qualche atto di coraggio rappresentato da testi surreali (Papaveri e papere, I pompieri di Viggiù, La casetta in Canadà) o fortemente ironici, come Tu vuò fa’ l’americano di Renato Carosone.

Ma è anche il periodo della musica da night, con cantanti come Peppino di Capri e il suo connubio America- Napoli (Don’t Play That Song), Bruno Martino o Fred Buscaglione, il quale in particolare introduce toni fumettistici, aggressivi e moderni, anticonvenzionali anche nelle classiche canzoni d’amore, come fa notare Claude intonando Guarda che luna, per poi passare all’erotismo soffuso, denso di toni intimistici di Addormentarmi così di Teddy Reno. Il Nostro sottolinea poi, sulle note de La vie en rose (Edith Piaf), l’influenza della canzone francese, dal tono più amaro, dissacrante e caustico, con un modo di cantare e d’imporsi sulla scena, improntato ad una certa teatralità di stampo attoriale, interpretativo del testo, stile che da noi troverà tra i suoi maggiori esponenti Massimo Ranieri, sul finire degli anni ’60 (Rose rosse).

Domenico Modugno

Domenico Modugno

Occorrerà attendere la fine degli anni ’50, il 1958 per la precisione, perché l’ancora viva impostazione melodico-operistica venga drasticamente “sovvertita” e per di più all’interno del suo “tempio”, nello scenario del Festival di Sanremo, da Domenico Modugno, con Nel blu dipinto di blu, che recepisce, soprattutto nell’arrangiamento, la “lezione” dei moderni urlatori, mediandola con la classica impostazione melodica. Non a caso Claude ne sottolinea l’importanza eseguendo inoltre Meraviglioso e Resta cu’mme, evidenziandone la duttilità tra innovazione e tradizione esecutiva.

Sono i giovani i primi a percepire i mutamenti di costume (Teen Agers di ieri e di oggi) propri degli anni del Boom economico (Anni ’60), quando vi era la netta sensazione “che le cose andavano bene e sarebbero andate sempre meglio”.

Rita Pavone

Rita Pavone

Le nuove generazioni aprono la strada ai nuovi balli (molto bello il medley composto da Let’s Twist Again, La partita di pallone, Il ballo del mattone), intuiscono la nuova immagine femminile portata da Rita Pavone, così diversa dalla diva tradizionale, capace di esprimere efficacemente i primi tormenti amorosi giovanili (Cuore), efficace contraltare del candido Non ho l’età espresso da Gigliola Cinquetti qualche anno prima, apprezzano il ruspante proto-femminismo di Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più).

Intorno alla seconda metà degli anni ‘60, i ragazzi iniziano a vedere le loro insoddisfazioni verso un mondo che incomincia ad andar loro stretto, espresse nei testi dei Cantautori, come Fabrizio De Andrè, esponente della “scuola genovese”, con il suo ispirarsi ai cantautori francesi nell’amore manifestato verso il testo, spesso critico, pungente, e il suo farsi cantore degli emarginati, degli offesi dalla vita, di quanti sono vittime delle istituzioni, guardando al passato per metaforizzare il presente (Geordie).

 Gianni Morandi

Gianni Morandi

D’altronde, sottolinea Claude, iniziano ad avvertirsi i tuoni lontani della contestazione giovanile (Pete Seeger, Where Have All The Flowers Gone?); è prossimo il Maggio francese, cantanti come Gianni Morandi iniziano ad essere visti come emblema del disimpegno e sono quasi costretti ad allontanarsi dalla loro leggerezza, spostandosi verso tematiche più impegnative ( C’era un ragazzo che come me). In Inghilterra sul finire degli anni ’60 prende vita il “rock progressivo”, che troverà consacrazione definitiva negli anni ’70, corrente il cui obiettivo è perseguire una finalità estetica, andando oltre il puro intrattenimento, con richiami alle sonorità proprie della musica classica e del jazz.

Comunque, tra la sperimentazione propria di alcuni gruppi musicali, come La Premiata Forneria Marconi, Il Banco del Mutuo soccorso, Le Orme (Gioco di bimba) e le provocazioni miste ad un certo vittimismo generazionale (Ma che colpa abbiamo noi de I Rokes), mantengono sempre la loro valenza cantanti come Mina (Se telefonando, E se domani), forte di una notevole estensione vocale, della sua femminilità e di una certa studiata gestualità, che le consentono una carismatica caratterizzazione interpretativa del testo, o come Lucio Battisti, che insieme al paroliere Mogol conferisce un’ulteriore trasformazione alla musica italiana, delineando con una certa aggressività la problematicità e la conflittualità dei rapporti amorosi (Eppur mi son scordato di te).

Mina

Mina

Non si può dimenticare, sempre nell’ambito degli Anni ’60, l’aggressività scenica della “ragazza del Piper”, Patty Pravo, con la sua voce impalpabile, non propriamente intonata, ma così affascinante nelle sue modalità esecutive, provocatoriamente altera nei confronti del pubblico, anche nel cantare brani non proprio nelle sue corde per la loro “normalità” (Se perdo te), l’ America vista nell’ottica dei Presley nostrani, con Bobby Solo (Se piangi, se ridi) e Little Tony (Quando vedrai la mia ragazza) o il romanticismo misto a malinconia, che sa guardare alla tradizione con occhi nuovi, del Gino Paoli di Sassi o di Sapore di sale, tra i primi esempi di brano estivo non certo disimpegnato, o, con ancora maggiore forza suggestiva, di Umberto Bindi(La musica è finita).

Patty Pravo

Patty Pravo

Si passa così attraverso gli anni ’70, soffermandosi su tappe significative quali il neoromanticismo di Riccardo Cocciante(Margherita) che innesta efficacemente su un tema melodico tradizionale, quelli un po’ cupi dell’ angoscia di un amore tormentato, sino al delirio, il gusto dei cantanti per la morale e il significato (Lucio Dalla, Il gigante e la bambina, testo di Ron), i ritornelli lunghi e ariosi di Claudio Baglioni (E tu), che si contrappongono al travestitismo esibito di Renato Zero (Mi vendo).

Negli edonistici anni ’80, il culto per l’immagine impone repentini cambiamenti nel look, al servizio della dimensione scenica e della trasgressione, emergono quindi personaggi come Loredana Bertè, Rettore, e, soprattutto Anna Oxa, un po’ l’emblema di questo velocizzato cambio estetico, dal punk delle origini alla mise estremamente tradizionale, per quanto eccentricamente hollywoodiana (Quando nasce un amore). Si contrappongono a tutto ciò, come alternativa più autentica e sincera, le emozioni intense di un Vasco Rossi alla ricerca di un senso della vita, capace di visualizzare la necessità di un amore concretamente puro (Albachiara), i percorsi esistenziali di Claudio Baglioni (Strada facendo), la voglia di riscatto personale che si fa inno generazionale espressa da Eros Ramazzotti (Terra promessa).

Luciano Ligabue

Luciano Ligabue

Sfruttando la sua duttilità e la sua capacità di personalizzazione, Claude ci conduce agli anni ’90 e a quelli del “doppio zero”, ecco il tramonto degli ideali di un tempo, i giovani avvertono senso e fatica di un benessere imposto e generalizzato, l’amore, i sentimenti in genere, diventano forza e problematicità insieme (Ci vorrebbe il mare, Marco Masini), si ritrovano nuove motivazioni per fronteggiare la giungla urbana grazie anche a nuove modalità d’espressione musicale, quali un passaggio ritmato di voci gridate, il rap, che dai ghetti dei giovani di colore d’America arriva da noi (Bella, Jovanotti) o l’energia ed il vitalismo espressi dal rocker Ligabue, capace di riproporre (Certe notti) il tema del viaggio caro alla poetica dei Sixties.

Vasco Rossi

Vasco Rossi

Siamo ormai arrivati, spiega Claude, ad un mondo globalizzato, con la contaminazione di Africa, Oriente e della citata America, a far sì che l’inglese diventi lingua musicale internazionale. Ma globalizzazione non deve necessariamente far rima con omologazione: qui la figura del cantastorie e del filosofo diventano un tutt’uno, nella salvaguardia, pur in un gusto pop, delle nostre radici e della nostra identità, con la necessità, ben supportata dal progetto Working Class, di contestualizzare il nostro patrimonio musicale perché non vada perduto, recuperando il passato per meglio comprendere il nostro presente: Dimmi che non vuoi morire, brano scritto da Vasco Rossi e cantato da Patty Pravo sul palco di Sanremo, diviene allora un simbolico ed efficace trait d’union tra la trasgressione degli anni ’60 e la modernità del linguaggio musicale contemporaneo, un richiamo a ciò che siamo stati, ai nostri cambiamenti, al nostro continuo divenire.

Al via la Mostra del Cinema di Venezia

nxgfPiatto ricco per l’edizione n.66 della Mostra Internazionale d’arte cinematografica, ben 184 titoli in catalogo, ai quali aggiungere i 28 delle Giornate degli autori e i 10 della Settimana della critica.
Il direttore Marco Muller ha infatti deciso, come giustamente sottolinea stamane Paolo Mereghetti sul Corriere della sera, di inseguire “nuovi modi di essere pubblico”, puntando sulla Mostra non più come accentratrice di nuove tendenze, ma come “un grande accumulo dei modi di produzione e di fare cinema”, passando con estrema disinvoltura dai film “di genere” a quelli “d’autore”.

Vedremo nel corso del suo svolgimento se la scelta si rivelerà azzeccata e quale sarà la reazione della Giuria(anche questa composta in modo estremamente eterogeneo, presieduta dal regista Ang Lee, vede tra i giurati anche Liliana Cavani, l’autore russo Serghej Bodrov, l’attrice francese Sandrine Bonnaire, il regista americano Joe Dante, l’indiano Anurag Kashyap e il rocker, ma anche valido regista, Luciano Ligabue) e soprattutto il responso del grande pubblico nelle sale.

Forse sarà la volta buona per conciliare qualità e riscontro “popolare”, in particolare per il nostro cinema che sembra puntare di nuovo verso opere di ampio respiro senza incartarsi più su stesso: l’avvio con Baaria di Giuseppe Tornatore è la testimonianza più evidente, un grande affresco autobiografico,girato in dialetto siciliano e proiettato, probabilmente, con sottotitoli, un vero e proprio viaggio nel tempo, non solo in senso metaforico, costato due anni di lavoro(e 30 milioni di euro), con oltre 200 attori e 35mila comparse,che rientra tra i film in concorso.

Tra i film italiani in corsa anche Il grande sogno di Michele Placido, Lo spazio bianco di Francesca Comencini, La doppia ora di Giuseppe Capotondi; tra i film stranieri da segnalare, anche per le polemiche che forse li accompagneranno,Lebanon di Samuel Manoz, girato dentro un carro armato, Survival of the Dead di George A. Romero, un horror splatter dal sottofondo metaforicamente politico, The road di John Hillcoat, dalle atmosfere post-apocalittiche, Lourdes di Jessica Hausner, Bad lieutenant:port of call New Orleans, di Werner Herzog, remake de Il cattivo tenente di Abel Ferrara.

Grande assente Tullio Kezich, recentemente scomparso, che ,seguendo la Mostra del cinema di Venezia, nel 1946, per Radio Trieste, aveva iniziato la sua carriera di critico cinematografico: la sua visione obiettivamente critica ed emozionalmente costruttiva mancherà a molti, addetti ai lavori e non.