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Il settimo sigillo (Det Sjunde Inseglet, 1956)

(Scala Bio)

Svezia, XIV secolo. Antonius Block (Max von Sydow), nobile cavaliere di ritorno dalle Crociate insieme al fido scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand), trova ad attenderlo la Morte (Bengt Ekerot), che gli annuncia di essere pronta a portarlo con sé.
Ma il cavaliere, stanco e disilluso, chiede ed ottiene una dilazione:ingaggerà con lei una partita a scacchi, fino a quando non troverà le risposte alle tante domande che lo assillano, dall’ esistenza di Dio alla corrispondenza della propria essenza più intima e veritiera in quanti ha incontrato e ancora avrà modo d’incontrare lungo il tormentato percorso esistenziale, fra dubbi, angosce e ritrovate sicurezze. Nel viaggio fino al suo castello, dove la moglie è rimasta ad attenderlo, Block avrà modo di assistere a varie miserie umane, in un paese sconvolto dalla peste e dal fanatismo religioso, tra quanti si aggrappano ancora alla fallace illusione di effimeri piaceri, processioni di fanatici flagellanti e giovani presunte streghe in procinto di affrontare il rogo, accusate di essere in combutta con il demonio. Solo una famiglia di artisti girovaghi, Jof (Nils Poppe), Mia (Bibi Andersson) ed il loro bimbo, sembra mantenersi al di sopra dell’immane tragedia, mantenendo un certo candore esistenziale anche nell’imminenza di un ormai prossimo Consummatum est (Giovanni, XX, 30), sussurrato tra lacrime e sangue da un Cristo inchiodato al legno per l’eternità, sottratto  alla resurrezione  da un’umanità incredula e smarrita… Continua a leggere

Qualcosa in cui credere

Nils Poppe, Bibi Andersson, Max von Sydow

Nils Poppe, Bibi Andersson, Max von Sydow

“Lo ricorderò, questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri visi colti su cui discende la sera, Michael che dorme sul carro, Jof e la sua lira…
Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si può versare, e sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere”.

Antonius Block (Max von Sydow) ne Il settimo sigillo (Det Sjunde Inseglet, ’57), scritto e diretto da Ingmar Bergman: il nobile cavaliere di ritorno dalle Crociate pone fine al suo cammino di ricerca spirituale, ha trovato le risposte alle tante domande che lo tormentavano, per cercare le quali aveva chiesto alla Morte una dilazione (in forma di partita a scacchi) della sua dipartita.
Così, dopo aver fronteggiato il gretto materialismo, preso visione di una vacua religiosità che sfocia nell’esteriorità e nell’estremo fanatismo, prima ancora di rimettersi alla misericordia divina, riesce ad identificarsi nel proprio prossimo, salvando dalla Morte una famiglia di attori girovaghi, Jof (Nils Poppe), Mia (Bibi Andersson) ed un bimbo, espressione di una fede vista nella sua essenziale purezza ed ingenuità, di chi è consapevole della vacuità della propria condizione umana e dell’intangibilità delle “colonne d’Ercole” dell’assoluto.

L’esorcista ( The Exorcist, 1973)

la-locandina-di-l-esorcista-7728Molti film sono divenuti fenomeno di costume e origine di veri e propri generi, più per l’acume di aver saputo cogliere il momento adatto nel produrli e girarli, che per essere propriamente dei capolavori, come L’esorcista, che William Friedkin, regista dal polso fermo attento alle esigenze commerciali, trasse, nel ’73, dall’omonimo bestseller di William Peter Blatty, autore della sceneggiatura. Hollywood tornava a produrre gli horror con ingenti mezzi finanziari, come negli anni trenta, e gli effetti speciali (Dick Smith) divenivano, per la prima volta, parte integrante del film.

Il plot narrativo introduce, con studiata lentezza, il tema dominante, il conflitto tra Bene e Male, presentando i vari personaggi che troveremo riuniti nel tragico finale: l’anziano padre Merrin (Max Von Sydow), durante alcuni scavi archeologici nell’Iraq del Nord rinviene una medaglietta e poi una strana statuetta, raffigurante un demone; Georgetown, Washington, il giovane padre Karras (Jason Miller), gesuita, è costretto a trasferire la madre malata, tra sensi di colpa e la fede che vacilla, in una casa di riposo, dove morirà; nella stessa città, in una grande casa, vive l’attrice MacNeil (Ellen Burstyn), separata dal marito, con la figlia 12enne Regan (Linda Blair), afflitta da vari malesseri (strani sogni, furore isterico, cambio di voce, eloquio scurrile) che si accompagnano a fenomeni inspiegabili (sinistri rumori, finestre che sbattono, il letto che si muove); i lunghi e dolorosi esami medici e le visite psichiatriche non ne vengono a capo e si fa spazio, tra l’incredulità, l’ipotesi di una possessione diabolica, da sconfiggere con un esorcismo: ecco intervenire Merrin e Karras, la lotta sarà terribile, morto il primo, solo il sacrificio del secondo, che si lascia possedere dal diavolo per poi gettarsi dalla finestra, salverà Regan.

Pur se molti effetti, a distanza di tempo, appaiono risibili (la testa di Regan che ruota a 360 gradi, il vomito verde), l’impatto emotivo è sempre emozionante e disturbante, estremamente realistico, giocato sulla psicologia dei vari personaggi, sull’attesa ed una certa ambiguità di fondo, mostrandoci con piglio documentaristico tutti gli esami cui viene sottoposta la povera ragazza, sottolineato dalla quasi totale assenza della colonna sonora; il dramma della possessione si insinua in crescendo, con il conflitto tra le due forze in campo, in odor di metafora,che non ha come scenario un vecchio e isolato maniero, ma una casa borghese, devastata nella sua quotidianità dall’irrompere dell’irrazionale, trovando poi fertile campo nei meandri delle cattive coscienze e nella perdita di fiducia verso quanto scienza e progresso dovrebbero assicurare a livello di razionalità e conquiste sociali. Due Oscar (miglior sceneggiatura non originale e sonoro); tre sequel (’77 ,’90, diretto da Blatty, 2004), un restauro dell’originale con reintegro di alcune scene (2000) e ripoff di vario genere come la parodia L’Esorciccio (’75 ,Ciccio Ingrassia).

Robin Hood, bersaglio mancato

dq12Del mitico arciere britannico, protagonista di ballate e leggende popolari, con qualche fondamento storico, Hollywood se ne è impossessata sin dai tempi del muto, avvicendandosi nel ruolo di Robin Hood l’atletico Fairbanks, lo sbruffone e spavaldo Flynn, Connery nella versione “senile” e demitizzata di Lester, Costner romantico principe dei ladri, citando i più famosi e senza dimenticare la versione cartoon della Disney.

Ora tocca a Ridley Scott regista, e Russel Crowe novello Robin, dar vita ad una nuova versione, un prequel volto ad illustrare come Hood divenne leggenda, attraverso un percorso travagliato e non privo di inganni e sofferenza: Robin Longstride, è un esperto e scaltro arciere dell’esercito di re Riccardo I (Danny Huston), di ritorno in patria dalla terza crociata, l’Inghilterra del XIII secolo, ormai indebolita da decenni di guerre; durante un saccheggio in terra di Francia, l’assalto al castello di Chaluz, il re viene ferito a morte e Robin, in fuga con un gruppo di fedelissimi, s’imbatte nel morente Robert Loxsley, vittima di un’imboscata, incaricato con altri cavalieri di riportare la corona del re alla regina, che lo prega di consegnare la sua spada al padre. Robin, un po’ per opportunismo, un po’ colpito da alcune incisioni impresse sul brando, ne assume l’identità, tornando in Inghilterra da cavaliere insieme ai suoi compagni d’armi. Consegnata la corona al fratello di Riccardo, Giovanni (Oscar Isaac), Robin viene riconosciuto dall’uomo che ha ucciso Loxley, il doppiogiochista Godfrey (Mark Strong), che trama con la corona francese per la conquista dell’isola e si reca a Nottingham, per onorare la promessa fatta al cavaliere. Qui, per volere di sir Walter (Max von Sydow), a conoscenza di molte cose sul suo passato, il prode assumerà agli occhi di tutti le sembianze del defunto figlio, anche per proteggere la sua vedova, Lady Marion (Cate Blanchett). Diverrà protagonista tanto di una rivolta popolare che della risolutiva battaglia contro i francesi prossimi allo sbarco, sventando il complotto, ma senza la gratitudine di re Giovanni…

Pur riconoscendo allo sceneggiatore Brian Helgeland il merito di un plot narrativo originale, la resa sullo schermo è deludente, pur presenti una certa patina di epicità ed una sicura godibilità complessiva, vedi la spettacolarità di molte scene o l’uso della camera a mano nelle riprese delle battaglie, l’attenta ricostruzione degli ambienti e i costumi:il film appare lento, poco coinvolgente, con evidenti buchi e salti improvvisi, dovuti a tagli in fase di montaggio, che lasciano molti punti irrisolti. La regia di Scott, pur suggestiva, tra campi lunghi e carrellate, appare bloccata da troppe sovrastrutture, che impediscono anche una qualsivoglia sfumatura psicologica dei personaggi, tra svarioni storici (re Riccardo muore nell’anno e nel posto “giusti”, ma prima del ritorno in patria, una sorta di “Magna Charta” attribuita al padre di Robin) e sovrappiù narrativi (Lady Marion pulzella d’Orleans, con armatura e brando scintillante, lo sbarco dei francesi che anticipa al medioevo quello in Normandia della II Guerra Mondiale); trasformare Robin Hood in un eroe democratico, lontano dall’originario spirito anarchico, e dimenticarsi di un minimo di ironia e spensieratezza, per quanto ingenua, propria di certe produzioni d’antan, hanno fatto, purtroppo, mancare il bersaglio.

Shutter Island

feStati Uniti, 1954. Gli agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) sbarcano da un battello su un’ isola, che emerge sinistra dalle brume, sede dell’ospedale psichiatrico di Ashecliffe, un complesso di edifici, compreso un misterioso faro, dove sono detenuti pericolosi criminali psicopatici. Accolti con fredda cortesia dall’ambiguo direttore della struttura, il Dr. Cawley (Ben Kingsley) e dal suo inquietante assistente Dr. Naehring (Max Von Sydow), avviano le indagini sulla misteriosa scomparsa dell’infanticida Rachel Solando, tra varie discrepanze: com’è possibile che la donna sia fuggita da una camera priva di vie d’uscita oltre la porta, data l’estrema sorveglianza e senza scarpe? Cosa nasconde il biglietto trovato nell’alloggio, rilevante uno strano codice e un misterioso paziente in soprannumero? Un violento nubifragio si abbatte sull’isola, mentre la mente di Teddy oscilla pericolosamente, tra frequenti mal di testa, ricordi della II guerra mondiale, quando con il suo plotone entrò nel campo di concentramento di Dachau, troppo tardi per salvare tante vittime innocenti, abbattendosi con furia omicida sugli aguzzini, e della moglie morta in un incendio due anni prima.

Emergono più verità: Teddy è in realtà sull’isola perché teme che la commissione che indaga sulle attività antiamericane stia mettendo in atto nella struttura gli stessi esperimenti dei medici nazisti, lobotomizzare esseri umani, svuotandoli di ogni senso morale e pronti ad uccidere, o perché ha la certezza che tra i reclusi vi sia il folle piromane che ha appiccato l’incendio nello stabile dove è morta la moglie? Ciò che emergerà nel finale del film, sino all’ultimo istante, sarà estremamente spiazzante e sconvolgente, passibile di diverse interpretazioni.

Sceneggiato da L. Kaogridis, sulla base del romanzo di Dennis Lehane, diretto da Martin Scorsese, Shutter Island si presenta come una traduzione visiva, avvolgendoci in un’atmosfera cupamente gotica e claustrofobica, con più di un riferimento al cinema espressionista tedesco, tra vari simbolismi (l’isola sconvolta dalla tempesta, l’inconscio; il manicomio, il passato; il faro, l’elaborazione e quindi la verità) e ai noir americani degli anni ‘40-’50 di Tourner e Preminger , oltre che a Il corridoio della paura di Fuller. Scorsese più che citare, lavora sui codici del “genere” per dargli la propria impronta autoriale, in effetti presente, penso alle bellissime rappresentazioni dei vari ricordi che affollano la mente del protagonista, pur se in tono minore rispetto ad altre sue realizzazioni.

Splendide la fotografia (R.Richardson) e la scenografia di Ferzetti, con una colonna sonora a volte straniante ed un montaggio “nevrotico”, il film offre valide prove interpretative, DiCaprio in gran spolvero, tormentato in costante borderline, che ci accompagna in un viaggio attraverso il dolore di una follia collettiva che man mano diviene anche personale. Tra conflittuali emozioni, esplosioni di violenza verso se stessi più che verso gli altri, sensi di colpa, con tanto di redenzione salvifica, risalta un subliminale atto di accusa verso chi, individuo o società, guarda alla rimozione del ricordo o all’etereo distacco dalla realtà come possibile soluzione di tanti problemi, tralasciando le proprie responsabilità, come sintetizza la frase pronunciata da Teddy nel finale, che dà il senso a tutto il film: “E’ preferibile vivere da mostro o morire da persona per bene ?”.