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Del mitico arciere britannico, protagonista di ballate e leggende popolari, con qualche fondamento storico, Hollywood se ne è impossessata sin dai tempi del muto, avvicendandosi nel ruolo di Robin Hood l’atletico Fairbanks, lo sbruffone e spavaldo Flynn, Connery nella versione “senile” e demitizzata di Lester, Costner romantico principe dei ladri, citando i più famosi e senza dimenticare la versione cartoon della Disney. Ora tocca a Ridley Scott regista, e Russel Crowe novello Robin, dar vita ad una nuova versione, un prequel volto ad illustrare come Hood divenne leggenda, attraverso un percorso travagliato e non privo di inganni e sofferenza.

Robin Longstride, è un esperto e scaltro arciere dell’esercito di re Riccardo I (Danny Huston), di ritorno in patria dalla terza crociata, l’Inghilterra del XIII secolo, ormai indebolita da decenni di guerre; durante un saccheggio in terra di Francia, l’assalto al castello di Chaluz, il re viene ferito a morte e Robin, in fuga con un gruppo di fedelissimi, s’imbatte nel morente Robert Loxsley, vittima di un’imboscata, incaricato con altri cavalieri di riportare la corona del re alla regina, che lo prega di consegnare la sua spada al padre.

Robin, un po’ per opportunismo, un po’ colpito da alcune incisioni impresse sul brando, ne assume l’identità, tornando in Inghilterra da cavaliere insieme ai suoi compagni d’armi. Consegnata la corona al fratello di Riccardo, Giovanni (Oscar Isaac), Robin viene riconosciuto dall’uomo che ha ucciso Loxley, il doppiogiochista Godfrey (Mark Strong), che trama con la corona francese per la conquista dell’isola e si reca a Nottingham, per onorare la promessa fatta al cavaliere.

Qui, per volere di sir Walter (Max von Sydow), a conoscenza di molte cose sul suo passato, il prode assumerà agli occhi di tutti le sembianze del defunto figlio, anche per proteggere la sua vedova, Lady Marion (Cate Blanchett). Diverrà protagonista tanto di una rivolta popolare che della risolutiva battaglia contro i francesi prossimi allo sbarco, sventando il complotto, ma senza la gratitudine di re Giovanni…

Pur riconoscendo allo sceneggiatore Brian Helgeland il merito di un plot narrativo originale, la resa sullo schermo è deludente, pur presenti una certa patina di epicità ed una sicura godibilità complessiva, vedi la spettacolarità di molte scene o l’uso della camera a mano nelle riprese delle battaglie, l’attenta ricostruzione degli ambienti e i costumi: il film appare lento, poco coinvolgente, con evidenti buchi e salti improvvisi, dovuti a tagli in fase di montaggio, che lasciano molti punti irrisolti.

La regia di Scott, pur suggestiva, tra campi lunghi e carrellate, appare bloccata da troppe sovrastrutture, che impediscono anche una qualsivoglia sfumatura psicologica dei personaggi, tra svarioni storici (re Riccardo muore nell’anno e nel posto “giusti”, ma prima del ritorno in patria, una sorta di “Magna Charta” attribuita al padre di Robin) e sovrappiù narrativi (Lady Marion pulzella d’Orleans, con armatura e brando scintillante, lo sbarco dei francesi che anticipa al medioevo quello in Normandia della II Guerra Mondiale).

Trasformare Robin Hood in un eroe democratico, lontano dall’originario spirito anarchico, e dimenticarsi di un minimo di ironia e spensieratezza, per quanto ingenua, propria di certe produzioni d’antan, hanno fatto, purtroppo, mancare il bersaglio.

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