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“Saggi Pop. Indagini sull’effimero essenziale alla vita e non solo”- Claudio Sottocornola (Marna Edizioni)

Saggi Pop. Indagini sull’effimero essenziale alla vita e non solo (Marna Edizioni), il nuovo libro di Claudio Sottocornola, è un’opera pregevole dal punto di vista culturale, oltre che di piacevole lettura: attraverso la molteplicità delle tematiche trattate, in virtù di quel suggestivo percorso interdisciplinare e transmediale da sempre caratterizzante l’attività creativa propria di un moderno filosofo che si avvale di originali chiavi interpretative, nello scorrere delle pagine si offre una rappresentazione ermeneutica della contemporaneità e le sue derive, nella visione del declino di una civiltà e nel trionfo del pensiero debole, dove, fra scetticismo e disillusioni, determinati valori come bene, verità e, soprattutto, bellezza, possono ancora costituire un solido baluardo a difesa di quella verità insita nell’uomo, idonea a divenire un tutt’uno con esso, richiamando responsabilità individuali e collettive “nel saper scegliere quale intensità di vita e di valore vogliamo realizzare”.
Il volume è strutturato in due parti: la prima, Saggi Pop, raccoglie, in versione integrale, articoli di approfondimento su vari argomenti, pubblicati, negli anni che vanno dal 2009 al 2016, su riviste destinate a diverse tipologie di lettori, offrendo spazio tanto alla divulgazione quanto al’attività d’indagine, storica, sociologica ed antropologica. Continua a leggere

Un ricordo di Paolo Limiti

Paolo Limiti (Ansa.it)

Ci ha lasciato ieri, martedì 27 giugno, uno degli ultimi gentlemen della televisione italiana, Paolo Limiti (Milano, 1940), affabile conduttore la cui profonda conoscenza di ogni settore dello spettacolo, musica e cinema in particolare, trovava esternazione attraverso una genuina e coinvolgente affabulazione pop, capace, fra ironia e mitezza dei toni, anche di far digerire qualche strascico kitsch (il pupazzo dalle forme canine Floradora), ma anche poliedrico autore televisivo (Rischiatutto, fra gli altri) e raffinato paroliere, dando vita in quest’ultima veste a splendide canzoni, quali Bugiardo e incosciente o La voce del silenzio, rese celebri dalle vibranti interpretazioni di Mina. Il suo prezioso compito di custode e divulgatore della memoria continuerà anche dopo la morte: nel maggio dello scorso anno Limiti fece dono alla Cineteca di Milano della sua imponente collezione relativa al mondo della Settima Arte di libri, monografie, film, cimeli, memorabilia, collezioni complete di riviste cinematografiche italiane e straniere, che, dopo la catalogazione, sarà consultabile nei prossimi mesi alla Biblioteca di Morando.

Giorgio Faletti (1950-2014)

Giorgio Faletti (Wikipedia)

Giorgio Faletti (Wikipedia)

Potrò sembrarvi retorico amici lettori, ma la scomparsa di Giorgio Faletti, avvenuta ieri, venerdì 4 luglio, a Torino, mi ha suscitato una particolare sensazione, quel sentore di malinconia ed amarezza proprio di quando viene a mancare un amico conosciuto durante la tua adolescenza, capace di donarti all’epoca un po’ di sano buonumore nell’interpretare tutta una serie di personaggi grotteschi e surreali (il Testimone di Bagnacavallo, fustigatore di malcostumi e “devianze”, al grido di “Credete forse che io … E non vi veda?”), quasi da cartone animato (la guardia giurata Vito Catozzo, “porco il mondo cano che c’ho sotto i piedi”), idonei a farsi maschera, rappresentativi di un’Italia che agli inizi degli edonistici anni ’80 inizia ad avvertire repentini cambiamenti sociali, visualizzati, nell’ambito dello spettacolo televisivo (il Drive In di Antonio Ricci), da un’inedita dimensione scenica, fra echi di cabaret, gag da vecchie comiche del muto e reiterati tormentoni. Passano gli anni, scorre veloce la sabbia del tempo, e scopri con piacere come quell’amico, ora non più frequentato assiduamente ma sempre presente nei tuoi ricordi, abbia saputo gestire con intelligenza un’innata poliedricità, non rinnegando quanto il piccolo schermo gli ha dato in termini di popolarità, ma deciso a tentare nuove strade, mantenendo intatti i pregi che gli sono propri, in qualità di uomo ed artista, coerenza, ironia e disincanto. Continua a leggere

Il progetto “Working Class” di Claudio Sottocornola in un box set di cinque dvd

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Sabato 22 dicembre presso il Liceo scientifico L. Mascheroni di Bergamo, a chiusura di un laboratorio didattico che ha coinvolto gli studenti della scuola in sinergia con la Terza Università della città, Claudio Sottocornola presenterà Working Class un box set in 5 dvd, edizione integrale del percorso di lezioni-concerto dal territorio al web (31 marzo-31 luglio 2012), che ha segnato il passaggio per l’intellettuale lombardo alla divulgazione in rete: il nuovo cofanetto in tiratura limitata, registrato in presa diretta con il contributo del pubblico, ne storicizza le lezioni, rendendole disponibili per una visione privata in home video.

il-progetto-working-class-di-claudio-sottocor-L-P6g6M_In particolare, nel proporne i 5 percorsi base (Teen-agers di ieri e di oggi, Decenni, Anni ‘60, Cantautori, Immagine della donna e canzone), si viene a creare sia un “archivio storico” delle performance tra musica, filosofia e dissertazione storica, proprie di Sottocornola, sia un’ occasione interattiva per gli studenti che il professore ha coinvolto in un interessante percorso di sperimentazione didattica e coinvolgimento, come già aveva fatto attraverso i suoi cinque recital dedicati all’anniversario dell’unificazione italiana, celebrata attraverso la grande canzone pop, rock e d’autore nazionale, che hanno visto appunto la partecipazione di numerosi allievi, a duettare con lui nell’interpretazione di brani storici, intenti nel realizzare coreografie di danza classica, moderna e hip-hop, suonare strumenti musicali, ideare scenografie d’immagini e leggere poesie.

il-progetto-working-class-di-claudio-sottocor-L-CDNErmIl box rappresenta una summa dei più celebri brani-simbolo della canzone italiana, da Certe notti (Luciano Ligabue) a Sapore di sale (Gino Paoli), passando per Meravigliosa creatura (Gianna Nannini) e Albachiara (Vasco Rossi), o, ancora, Acqua e sale (Mina e Adriano Celentano), Geordie (Fabrizio De Andrè) e qualche incursione anche nel mondo anglosassone ( Stand by me, Ben E. King; Let it be, The Beatles), reinterpretati dalla carismatica voce del filosofo del pop, con il suo inconfondibile e caldo approccio.

La presentazione sarà arricchita poi dalla pubblicazione sul sito dell’autore, http://www.claudiosottocornola-claude.com, delle relazioni critiche degli alunni di alcune classi quarte e quinte del Liceo Mascheroni che hanno partecipato al laboratorio didattico di Working Class fra il 2011 e il 2012, sia nella veste di recensori, giornalisti, e storici attenti al rapporto fra musica, società e costume, sia come performer nel corso delle lezioni-concerto tenute presso l’Auditorium della Provincia di Bergamo, e per questo verranno premiati con il conferimento di alcune produzioni multimediali del cantante-filosofo.

Working Class, scorre in musica il nostro continuo divenire

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Con l’appuntamento di martedì 31 luglio, Immagine della donna nella canzone, che ha come tema portante l’evoluzione della femminilità nel costume e nella società attraverso la canzone e le sue interpreti, Working Class, trasferimento dal territorio al web delle lezioni concerto tenute da Claudio Sottocornola dagli anni’90 in poi, è giunto alla sua conclusione.
E’quindi ora possibile tirare le somme e valutare concretamente l’estrema attualità del discorso storico- artistico -filosofico di Claude, l’alter ego, moderno cantastorie, del professore di Filosofia, nel voler fornire un’inedita visualizzazione del ‘900, sia nella sua portata tragicamente storica (le due Guerre Mondiali, i totalitarismi, la nascita della democrazia, le istanze giovanili, la crisi dei valori) che concretamente sociologica, foriera di cambiamenti per le generazioni che man mano si sono susseguite.
La musica più che stile di vita diviene per Claude una nuova modalità d’ interpretare la vita, spinto com’è tanto dalla passione che dalla volontà di mettere in scena attraverso le canzoni gli anni della propria giovinezza, con le sensazioni e i ricordi visualizzati sul palco a farsi efficaci tavole viventi.

Il tutto nell’essenzialità scenica a lui cara, avvalorata da modalità di ripresa arricchite da un montaggio funzionalmente accurato nel collegare la scaletta alle diverse esibizioni, garantendo un’estrema scorrevolezza all’indagine metodologica che si palesa come un efficace punto d’incontro tra la Storia e la “sua” storia, con il proprio vissuto personale.

working-class-scorre-in-musica-il-nostro-cont-L-EVV7k9Claude diviene “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso: sfrutta capacità affabulatorie e abilità vocale nell’individuare le caratteristiche di ogni canzone, proposta e reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, dando valenza al testo colto in ogni sua sfumatura quale pista ideale da cui far decollare i propri sentimenti, i propri ricordi, le più intime suggestioni.

Ecco l’Italia della Grande Guerra (Decenni), età storica individuata, da un punto di vista musicale, come periodo in cui le canzoni iniziano a costituire, in una certa qual misura, un repertorio musicale; la matrice folk, piuttosto forte, viene mitigata da quella operistica, più aulica e “alta” e tale miscellanea tra le due contrapposte realtà viene concretizzata dalla canzone napoletana, prima, e da quella romana poi, senza dimenticare le varie tradizioni regionali.

Trio Lescano

Trio Lescano

La diffusione della musica leggera è affidata ai locali quali il tabarin o la rivista, con un progressivo alleggerimento dell’impianto operistico, ma siamo ancora lontani dall’avere un linguaggio musicale effettivamente nazionale, essendo evidente il ricorso ad una certa classicità d’estrazione letteraria.
Le cose non cambiano dopo il Ventennio fascista ed il Secondo Conflitto; intorno agli anni ’50 il nostro paese, pur avendo conosciuto, grazie all’intuizione di cantanti quali Natalino Otto, Alberto Rabagliati o il Trio Lescano, fenomeni come il jazz o lo swing, per quanto italianizzati, assiste ad una reazione conservatrice, una sorta di voglia di quiete domestica, ben simboleggiata dalle canzoni del Festival di Sanremo, melodiche, a mezza tinta, improntate ai buoni sentimenti, per quanto qua e là si potesse notare qualche atto di coraggio rappresentato da testi surreali (Papaveri e papere, I pompieri di Viggiù, La casetta in Canadà) o fortemente ironici, come Tu vuò fa’ l’americano di Renato Carosone.

Ma è anche il periodo della musica da night, con cantanti come Peppino di Capri e il suo connubio America- Napoli (Don’t Play That Song), Bruno Martino o Fred Buscaglione, il quale in particolare introduce toni fumettistici, aggressivi e moderni, anticonvenzionali anche nelle classiche canzoni d’amore, come fa notare Claude intonando Guarda che luna, per poi passare all’erotismo soffuso, denso di toni intimistici di Addormentarmi così di Teddy Reno. Il Nostro sottolinea poi, sulle note de La vie en rose (Edith Piaf), l’influenza della canzone francese, dal tono più amaro, dissacrante e caustico, con un modo di cantare e d’imporsi sulla scena, improntato ad una certa teatralità di stampo attoriale, interpretativo del testo, stile che da noi troverà tra i suoi maggiori esponenti Massimo Ranieri, sul finire degli anni ’60 (Rose rosse).

Domenico Modugno

Domenico Modugno

Occorrerà attendere la fine degli anni ’50, il 1958 per la precisione, perché l’ancora viva impostazione melodico-operistica venga drasticamente “sovvertita” e per di più all’interno del suo “tempio”, nello scenario del Festival di Sanremo, da Domenico Modugno, con Nel blu dipinto di blu, che recepisce, soprattutto nell’arrangiamento, la “lezione” dei moderni urlatori, mediandola con la classica impostazione melodica. Non a caso Claude ne sottolinea l’importanza eseguendo inoltre Meraviglioso e Resta cu’mme, evidenziandone la duttilità tra innovazione e tradizione esecutiva.

Sono i giovani i primi a percepire i mutamenti di costume (Teen Agers di ieri e di oggi) propri degli anni del Boom economico (Anni ’60), quando vi era la netta sensazione “che le cose andavano bene e sarebbero andate sempre meglio”.

Rita Pavone

Rita Pavone

Le nuove generazioni aprono la strada ai nuovi balli (molto bello il medley composto da Let’s Twist Again, La partita di pallone, Il ballo del mattone), intuiscono la nuova immagine femminile portata da Rita Pavone, così diversa dalla diva tradizionale, capace di esprimere efficacemente i primi tormenti amorosi giovanili (Cuore), efficace contraltare del candido Non ho l’età espresso da Gigliola Cinquetti qualche anno prima, apprezzano il ruspante proto-femminismo di Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più).

Intorno alla seconda metà degli anni ‘60, i ragazzi iniziano a vedere le loro insoddisfazioni verso un mondo che incomincia ad andar loro stretto, espresse nei testi dei Cantautori, come Fabrizio De Andrè, esponente della “scuola genovese”, con il suo ispirarsi ai cantautori francesi nell’amore manifestato verso il testo, spesso critico, pungente, e il suo farsi cantore degli emarginati, degli offesi dalla vita, di quanti sono vittime delle istituzioni, guardando al passato per metaforizzare il presente (Geordie).

 Gianni Morandi

Gianni Morandi

D’altronde, sottolinea Claude, iniziano ad avvertirsi i tuoni lontani della contestazione giovanile (Pete Seeger, Where Have All The Flowers Gone?); è prossimo il Maggio francese, cantanti come Gianni Morandi iniziano ad essere visti come emblema del disimpegno e sono quasi costretti ad allontanarsi dalla loro leggerezza, spostandosi verso tematiche più impegnative ( C’era un ragazzo che come me). In Inghilterra sul finire degli anni ’60 prende vita il “rock progressivo”, che troverà consacrazione definitiva negli anni ’70, corrente il cui obiettivo è perseguire una finalità estetica, andando oltre il puro intrattenimento, con richiami alle sonorità proprie della musica classica e del jazz.

Comunque, tra la sperimentazione propria di alcuni gruppi musicali, come La Premiata Forneria Marconi, Il Banco del Mutuo soccorso, Le Orme (Gioco di bimba) e le provocazioni miste ad un certo vittimismo generazionale (Ma che colpa abbiamo noi de I Rokes), mantengono sempre la loro valenza cantanti come Mina (Se telefonando, E se domani), forte di una notevole estensione vocale, della sua femminilità e di una certa studiata gestualità, che le consentono una carismatica caratterizzazione interpretativa del testo, o come Lucio Battisti, che insieme al paroliere Mogol conferisce un’ulteriore trasformazione alla musica italiana, delineando con una certa aggressività la problematicità e la conflittualità dei rapporti amorosi (Eppur mi son scordato di te).

Mina

Mina

Non si può dimenticare, sempre nell’ambito degli Anni ’60, l’aggressività scenica della “ragazza del Piper”, Patty Pravo, con la sua voce impalpabile, non propriamente intonata, ma così affascinante nelle sue modalità esecutive, provocatoriamente altera nei confronti del pubblico, anche nel cantare brani non proprio nelle sue corde per la loro “normalità” (Se perdo te), l’ America vista nell’ottica dei Presley nostrani, con Bobby Solo (Se piangi, se ridi) e Little Tony (Quando vedrai la mia ragazza) o il romanticismo misto a malinconia, che sa guardare alla tradizione con occhi nuovi, del Gino Paoli di Sassi o di Sapore di sale, tra i primi esempi di brano estivo non certo disimpegnato, o, con ancora maggiore forza suggestiva, di Umberto Bindi(La musica è finita).

Patty Pravo

Patty Pravo

Si passa così attraverso gli anni ’70, soffermandosi su tappe significative quali il neoromanticismo di Riccardo Cocciante(Margherita) che innesta efficacemente su un tema melodico tradizionale, quelli un po’ cupi dell’ angoscia di un amore tormentato, sino al delirio, il gusto dei cantanti per la morale e il significato (Lucio Dalla, Il gigante e la bambina, testo di Ron), i ritornelli lunghi e ariosi di Claudio Baglioni (E tu), che si contrappongono al travestitismo esibito di Renato Zero (Mi vendo).

Negli edonistici anni ’80, il culto per l’immagine impone repentini cambiamenti nel look, al servizio della dimensione scenica e della trasgressione, emergono quindi personaggi come Loredana Bertè, Rettore, e, soprattutto Anna Oxa, un po’ l’emblema di questo velocizzato cambio estetico, dal punk delle origini alla mise estremamente tradizionale, per quanto eccentricamente hollywoodiana (Quando nasce un amore). Si contrappongono a tutto ciò, come alternativa più autentica e sincera, le emozioni intense di un Vasco Rossi alla ricerca di un senso della vita, capace di visualizzare la necessità di un amore concretamente puro (Albachiara), i percorsi esistenziali di Claudio Baglioni (Strada facendo), la voglia di riscatto personale che si fa inno generazionale espressa da Eros Ramazzotti (Terra promessa).

Luciano Ligabue

Luciano Ligabue

Sfruttando la sua duttilità e la sua capacità di personalizzazione, Claude ci conduce agli anni ’90 e a quelli del “doppio zero”, ecco il tramonto degli ideali di un tempo, i giovani avvertono senso e fatica di un benessere imposto e generalizzato, l’amore, i sentimenti in genere, diventano forza e problematicità insieme (Ci vorrebbe il mare, Marco Masini), si ritrovano nuove motivazioni per fronteggiare la giungla urbana grazie anche a nuove modalità d’espressione musicale, quali un passaggio ritmato di voci gridate, il rap, che dai ghetti dei giovani di colore d’America arriva da noi (Bella, Jovanotti) o l’energia ed il vitalismo espressi dal rocker Ligabue, capace di riproporre (Certe notti) il tema del viaggio caro alla poetica dei Sixties.

Vasco Rossi

Vasco Rossi

Siamo ormai arrivati, spiega Claude, ad un mondo globalizzato, con la contaminazione di Africa, Oriente e della citata America, a far sì che l’inglese diventi lingua musicale internazionale. Ma globalizzazione non deve necessariamente far rima con omologazione: qui la figura del cantastorie e del filosofo diventano un tutt’uno, nella salvaguardia, pur in un gusto pop, delle nostre radici e della nostra identità, con la necessità, ben supportata dal progetto Working Class, di contestualizzare il nostro patrimonio musicale perché non vada perduto, recuperando il passato per meglio comprendere il nostro presente: Dimmi che non vuoi morire, brano scritto da Vasco Rossi e cantato da Patty Pravo sul palco di Sanremo, diviene allora un simbolico ed efficace trait d’union tra la trasgressione degli anni ’60 e la modernità del linguaggio musicale contemporaneo, un richiamo a ciò che siamo stati, ai nostri cambiamenti, al nostro continuo divenire.

Claudio Sottocornola: domani in rete la terza parte del progetto Working Class, “Anni ’60”

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Domani, giovedì 31 maggio, sul sito http://www.claudiosottocornola-claude.com, sarà disponibile in video la terza parte del progetto web Working Class, ideato dal “’filosofo del pop” Claudio Sottocornola: dopo il grande interesse suscitato, arriva anche su su Youtube il percorso attraverso le canzoni nella Storia recente italiana che, a partire dall’ultimo giorno di ogni mese, da marzo (ultimo appuntamento il 31 luglio), propone un nuovo live, mix delle sue famose lezioni-concerto sul territorio.

Anni ‘60 segue a Teen-agers di ieri e di oggi e Decenni, già in rete, e rappresenta l’occasione per entrare nel vivo del repertorio più amato da Sottocornola, che non ha mai nascosto di considerare quel mitico decennio, anagraficamente associato per lui agli anni dell’infanzia, un periodo aureo e irripetibile della Storia del secondo Novecento, quando “si affacciavano alla ribalta… personaggi come Bob Dylan e Allen Ginsberg, Andy Warhol e Lou Reed, dove cinema, letteratura, rock e arte varia si fondevano nell’elaborazione di un modello culturale che sarebbe diventato planetario”. Anche se la musica che arrivava in Italia risultava edulcorata rispetto ai contenuti più caustici e corrosivi del rock anglosassone, dallo jé-jé al beat, dal flower power alla contestazione studentesca, il nostro Paese riuscì comunque ad elaborare in quegli anni una colonna sonora pop-rock e d’autore che sarà poi esportata in tutto il mondo.

claudio-sottocornola-domani-in-rete-la-terza--L-Qz4RG1Se nella prima parte si va dalla associazione di Volare con Stand by me (l’una apre e l’altra chiude il percorso), all’insistenza sul repertorio delle grandi dive di quegli anni (troviamo Cuore e Fortissimo della Pavone, insieme ad un medley con La partita di pallone e Il ballo del mattone; di Mina Se telefonando ma anche E se domani, di Patty Pravo Se perdo te), fino all’analisi della grande canzone d’autore (Sapore di sale di Paoli, La musica è finita di Bindi, Geordie di Fabrizio de André), nella seconda invece prevale l’attenzione alle nuove istanze critiche e alla fine del decennio, con brani quali Che colpa abbiamo noi dei Rokes o la beatlesiana e struggente Let it be, quasi epitaffio dell’intera decade.

Ci si sofferma così sull’inestricabile intreccio fra canzone e società, storia e costume, quotidiano ed epocale, tracciando ritratti dei grandi personaggi della canzone riletti come icone di un’intera generazione: pagine d’ intensa emozione, tutte giocate sulla stretta attualità in cui il filosofo-performer rilegge, ricolloca e reinterpreta i suoi brani prediletti, con piglio malinconico e risentito quanto basta per fa passare il messaggio che quelli erano davvero, per lui ma forse anche per noi, giorni migliori.

Piero Vivarelli, genialità e creatività

dcxE’ morto ieri a Roma, all’età di 83 anni Piero Vivarelli (foto), regista e sceneggiatore, noto ai più soprattutto come paroliere musicale, essendo stato l’autore dei celebri brani di Adriano Celentano 24.000 baci e Il tuo bacio è come un rock, giusto per citare, tra i tanti, quelli che fecero conoscere il “molleggiato” al pubblico, contribuendo al suo successo, come più tardi, nel ’64, farà da traino alla sua carriera di regista, collaborando alla regia di Super rapina a Milano.

Per cinque anni inoltre, Vivarelli ha fatto parte della commissione di selezione dei brani in competizione al Festival di Sanremo. D’ altronde, anche una parte della sua attività cinematografica è stata legata al mondo delle sette note, visto che fu tra i primi a girare i “musicarelli” (Io bacio, tu baci), con tra i protagonisti Mina o lo stesso Celentano; il titolo di un grande spaghetti western, Django, di Sergio Corbucci, omaggiato in questi giorni da Quentin Tarantino alla Mostra del Cinema di Venezia, fu una sua invenzione, scaturita dalla passione per il jazzista Django Reinhard, e collaborò inoltre alla sceneggiatura.

Proprio da Tarantino, a Venezia, nel 2003, nell’ambito della retrospettiva Italian Kings of B’s Vivarelli venne omaggiato come “uno dei magnifici Kings of B’s” e tra i suoi film venne scelto Il dio serpente (1970) con Nadia Cassini, che fa parte del suo personale percorso avviato negli anni ’60 e legato al cinema di genere ( Mister X , Satanik), che ha attraversato con infinite variazioni (Decamerone nero ’72, Codice d’amore orientale ‘74). Nel 1988 ha girato Provocazione , thriller erotico con protagonista Moana Pozzi, mentre tra i suoi ultimi film si ricorda La rumbera (‘98) girato a Cuba.

Scompare con Vivarelli un modo di fare cinema che, volenti o nolenti, appartiene alla nostra storia e cultura cinematografica, basato sullo sfruttamento dei generi, certamente semplice ed “artigianale”, ma frutto di geniali e spesso felici intuizioni, dando al mondo della settima arte una connotazione ed una fascinazione forse ingenua, ma connotata da una sana creatività, un valido esempio in tempi di ovvietà e mediocrità elevate a livello di stile.