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Sono tornato

Roma, Porta Alchemica, vicino Piazza San Vittorio, 22 aprile 2017. A 72 anni esatti dalla morte fa ritorno sulla terra Benito Mussolini (Massimo Popolizio), probabilmente richiamato in vita dalle tante esortazioni italiche invocanti ordine e disciplina, mai propense, però, ad una presa di coscienza riguardo la propria responsabilità sul mancato rispetto delle regole, preferendo l’affidarsi “messianico” ad un intercambiabile “uomo della provvidenza”. Il Duce si aggira lungo le vie cittadine, nota attonito la molteplicità delle etnie, certo più stupito della gente che incontra lungo il cammino, anzi molti non perdono l’occasione per scattare un selfie con quel curioso personaggio in divisa e stivaloni, chissà, potrebbe essere una candid camera, hai visto mai che non si riesca a fare il giro dei social a suon di like o magari finire all’interno di una trasmissione televisiva… Troverà infine ospitalità all’interno di un’edicola gestita da due invertiti (la definizione è sua, nel lieto rimembrare come ai suoi tempi gente di tal guisa venisse spedita al confino …). La prodigiosa “resurrezione” verrà casualmente notata da uno sciamannato regista di documentari, Andrea Canaletti (Frank Matano), intento al montaggio del suo ultimo lavoro, un reportage sui “nuovi italiani” non così reale come vorrebbe.
Potrebbe essere l’occasione per il colpo grosso: preso contatto col nostro, viaggeranno insieme su e giù per l’Italia, a tastare il polso della gente comune; il girato sarà poi proposto a MyTv, emittente televisiva dove Andrea ha sempre cercato, invano, di far accettare le proprie idee artistiche. Continua a leggere

Benedetta follia

(MyMovies)

Roma, oggi. Guglielmo Pantalei (Carlo Verdone), uomo serio e posato, è proprietario di un negozio di paramenti sacri ed articoli religiosi, eredità paterna.
A vederlo adesso, ossequioso verso l’alto prelato di turno, ingessato in una affabilità di prammatica, sembra lontano l’anno 1992, quando sfrecciava, bandana e camicia hawaiana, su una possente moto lungo le curve di Sperlonga e faceva conoscenza con Lidia (Lucrezia Lante della Rovere), poi sua consorte, con la quale si appresta a festeggiare le Nozze d’Argento.
Ma proprio nel corso della cena celebrativa, Lidia rivela a Guglielmo di voler divorziare, c’è un altro amore nella sua vita, una donna, commessa nel negozio del marito… Lo shock per il nostro è violento, tutte le sicurezze di buon borghese diventano castelli di sabbia infranti dalle onde; ormai solo i giorni scorrono faticosamente, assecondando un monotono grigiore esistenziale, almeno fino a quando non farà il suo ingresso in negozio, proponendosi come commessa, tale Luna (Ilenia Pastorelli), vivace borgatara di Tor Tre Teste, travolgente e a suo modo empatica, la quale per ringraziare dell’avvenuta assunzione (solo un mese, poi si vedrà) si impegnerà nella “riesumazione” del datore di lavoro, a partire dall’iscrizione ad una dating app, così da stimolarlo a rimettersi  in gioco… Il classico fulmine a ciel sereno, un turbine impetuoso che, dopo varie disavventure ed una serie di confronti con una realtà ben diversa dall’ovattato nido che si è costruito negli anni, consentirà a Guglielmo di prendere coscienza di ciò che era un tempo e di quel che è divenuto ora: se il passato non potrà fare ritorno, servirà comunque quale ispirazione per un presente da accettare, con ritrovato slancio, ed un futuro da condividere …   Continua a leggere

Corti d’ Argento 2017: i vincitori

Il Direttivo Nazionale dei Giornalisti Cinematografici aderenti al SNGCI  ha consegnato ieri, giovedì 20 aprile, i due Nastri relativi ai Corti d’Argento 2017, premiando come Miglior Cortometraggio Moby Dick di Nicola Sorcinelli, con Kasia Smutniak, per la sezione fiction e Life Sucks! But At Least I’ve Got Elbows di Nicola Piovesan in quella relativa all’animazione, già diventato anche una web serie alla sua prima stagione già composta da 12 episodi, realizzati unendo animazione 3D e riprese dal vero.
Sono poi stati conferiti i Premi Speciali a Chiara Caselli per il suo Molly Bloom, a Pivio, autore con Marcello Saurino di It’s Fine Anyway e al corto di produzione italiana Il silenzio di Farnoosh Samadi e Ali Asgari, iraniani che risiedono nel nostro Paese, unico titolo di produzione italiana, il primo dal 1997, che è stato in corsa per la Palma d’oro nel Concorso cortometraggi dell’ultimo Festival di Cannes. Un riconoscimento speciale, per la sperimentazione eccezionale di Ningyo, pur espressa nell’ambito del marketing pubblicitario, ideato e scritto con Nicola Guaglianone, è andato a Gabriele Mainetti, arrivato al successo con Lo chiamavano Jeeg Robot proprio dopo il training del suo cinema breve. Continua a leggere

Lo chiamavano Jeeg Robot

posterPresentato alla X Edizione della Festa del Cinema di Roma e recente vincitore di 7 David di Donatello*, Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto da Gabriele Mainetti (al suo esordio nei lungometraggi dopo le buone prove fornite con i corti Basette e Tiger Boy) su sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti, rappresenta all’interno della nostra attuale cinematografia una sorpresa particolarmente piacevole, per una serie di motivi che andrò ad elencare.
In primo luogo emerge una concreta capacità di smarcarsi dalle spesso asfittiche realizzazioni in chiave di commedia e dal loro inveterato retrogusto seriale, fatti salvi isolati raggi di sole autoriali i cui sforzi hanno trovato affermazione anche al di fuori degli italici confini. All’insegna della creatività e in nome del “cinema per il cinema” è poi evidente una ritrovata fiducia nel volersi riappropriare di un filone al cui interno, forti di una geniale artigianalità, siamo stati più volti maestri, ovvero la reinterpretazione dei differenti generi cinematografici alla luce anche di una diversa realtà sociale cui fare riferimento. Continua a leggere