Sono tornato

Roma, Porta Alchemica, vicino Piazza San Vittorio, 22 aprile 2017. A 72 anni esatti dalla morte fa ritorno sulla terra Benito Mussolini (Massimo Popolizio), probabilmente richiamato in vita dalle tante esortazioni italiche invocanti ordine e disciplina, mai propense, però, ad una presa di coscienza riguardo la propria responsabilità sul mancato rispetto delle regole, preferendo l’affidarsi “messianico” ad un intercambiabile “uomo della provvidenza”. Il Duce si aggira lungo le vie cittadine, nota attonito la molteplicità delle etnie, certo più stupito della gente che incontra lungo il cammino, anzi molti non perdono l’occasione per scattare un selfie con quel curioso personaggio in divisa e stivaloni, chissà, potrebbe essere una candid camera, hai visto mai che non si riesca a fare il giro dei social a suon di like o magari finire all’interno di una trasmissione televisiva… Troverà infine ospitalità all’interno di un’edicola gestita da due invertiti (la definizione è sua, nel lieto rimembrare come ai suoi tempi gente di tal guisa venisse spedita al confino …). La prodigiosa “resurrezione” verrà casualmente notata da uno sciamannato regista di documentari, Andrea Canaletti (Frank Matano), intento al montaggio del suo ultimo lavoro, un reportage sui “nuovi italiani” non così reale come vorrebbe.
Potrebbe essere l’occasione per il colpo grosso: preso contatto col nostro, viaggeranno insieme su e giù per l’Italia, a tastare il polso della gente comune; il girato sarà poi proposto a MyTv, emittente televisiva dove Andrea ha sempre cercato, invano, di far accettare le proprie idee artistiche.

Massimo Popolizio

Se il vicedirettore Daniele Leonardi (Gioele Dix) non appare molto entusiasta, lo è invece, dopo qualche diffidenza iniziale, la neo direttrice Katia Bellini (Stefania Rocca), che centrerà il bersaglio dando vita ad un one man show subitaneo campione d’ascolti. Quando, dopo tutta una serie di eventi, Canaletti, ormai inserito nell’organico, si accorgerà che quell’uomo intento ad altisonanti proclami via etere, assertivi di un conclamato malcontento popolare ma privi di una concreta soluzione, non è un attore che ha preso alla lettera il metodo Stanislavskij bensì il Duce in persona sarà troppo tardi… Remake, dichiarato, del film tedesco Lui è tornato (Er ist wieder da, 2015, David Wnednt, tratto dall’omonimo romanzo di Timur Vermes, 2012), dove ad essere redivivo in terra di Germania era Adolf Hitler, a firma Luca Miniero, regista e sceneggiatore (in tale ultimo caso insieme a Nicola Guaglianone), Sono tornato ne riprende in buona parte sequenze, dialoghi e situazioni, con un differente colpo di coda nel finale, dove sarà la televisione e non il cinema (chissà perché…) a contrassegnare la commistione fra realtà e finzione. Poche dunque le varianti per adattare lo script originale alla diversa situazione sociale del nostro paese, pur nella condivisione di molte problematiche, nella preferenza poi, credo voluta, di avallare una certa bonomia di fondo piuttosto che insistere su problematiche storiche e sociali con toni satirici realmente graffianti.

Ho scritto “credo voluta” in quanto l’impressione primaria che ho avuto durante la visione, concretizzatasi una volta uscito dalla sala, è che gli autori abbiano inteso mettere in scena, lo si nota in particolare nell’intarsio delle interviste reali con persone di varia estrazione sociale in diverse regioni italiane (agghiacciante, tra le tante perle, l’auspicata realizzazione di una dittatura “morbida”, come anche la necessità di un pastore per le pecore …), l’atteggiamento spesso accomodante rivolto alla nota figura storica, mai suscitante conclamato sdegno o ribrezzo come invece sembrava avvenire in Germania, almeno in gran parte dei casi, per il “collega” tedesco, dimenticando (meglio, preferendo non ricordare) come ambedue, insieme a svariati dittatori del passato o del presente, fautori, attraverso modalità variabili a seconda dei mezzi a disposizione, di un pensiero unico coincidente del tutto con la propria personalità,  si siano resi responsabili di una indelebile scia di sangue, fra morti sui campi di battaglia, genocidi in nome della realizzazione dell’impero o perpetrati allestendo l’ara sacrificale di una “discriminazione purificatrice”. Se è certo valida l’interpretazione di Popolizio, per quanto piuttosto teatrale nell’esibizione reiterata delle note pose e movenze, corporali e facciali, mentre Matano fatica ad essere convincente nel passaggio dal consueto “cazzeggiar m’è dolce in questo mare” al registro drammatico e fin troppo trattenute appaiono le prove offerte da Tiziana Rocca e Gioele Dix, risulta a lungo andare fastidiosa la sequela di gag di cui il Duce e il gaudente disadattato si rendono protagonisti, in particolare per quanti abbiano visto il citato originale e non possono fare a meno di notare l’effetto ricalco, ma, soprattutto, per insistere sulla carismatica simpatia di cotanto personaggio.

Popolizio e Frank Matano

Non vi è in definitiva un vaglio critico sulle sue gesta, bensì un’assimilazione di quest’ultime con la deriva personalistica che ha assunto la politica nel corso degli ultimi vent’anni o giù di lì (coincidenze numeriche), in fondo veritiera ma impostata semplicisticamente, avallando quello che ormai è sotto gli occhi di tutti, sempre che li si tengano aperti, ovvero la risposta alle attese “messianiche” di cui sopra, l’avvento sospirato di un pifferaio magico, di volta in volta dalla diversa divisa ma intento a suonare identico motivo, dal quale si resta, sempre e comunque, irretiti. Sono tornato assume una diversa consistenza, progressivamente più concreta e personale, verso il finale, quando assistiamo ad un vivido confronto fra un’anziana donna (la bravissima Ariella Reggio) e Mussolini: neanche l’Alzheimer può farle dimenticare, ebrea, l’abominio delle leggi razziali, il rastrellamento violento di gente inerme, la deportazione ad Auschwitz, l’ istinto di sopravvivenza che le permise di scampare a quel genocidio che vide con barbarica feroce l’uomo scagliarsi contro l’uomo. Una sequenza che, per quanto anch’essa derivata da Lui è tornato, appare pregna di un forte simbolismo, in particolare se confrontata con quella, subitamente parallela, dove Mussolini è ospite di un reality show, avendo ormai  compreso, da bravo pubblicitario quale è sempre stato, come volgere i nuovi mass media a suo uso e consumo dopo essere caduto in disgrazia di popolarità causa la trasmissione di un video che lo riprendeva nel freddare un cagnolino con un colpo di pistola .

Ecco andare in scena, diretta urbi et orbi, officiante Katia Bellini, la messa pagana volta a celebrare il perdono totalizzante da parte di un popolo il quale non chiede di meglio che essere governato da qualcuno in cui rispecchiare i propri stessi egoismi e le più nefande meschinità: “non temo il Mussolini in sé ma il Mussolini in me”, riprendendo e parafrasando quanto disse Giampiero Alloisio nei confronti di un recente “uomo solo al comando”, anch’esso dispensatore di miracoli pronto uso.
Sono tornato, in conclusione, soffre del suo andamento strettamente derivativo e di una narrazione compiacente e a tratti compiaciuta nell’avallare i toni della farsa più che del grottesco propriamente detto, per quanto sullo sfondo si stagli, grazie al citato finale, il nitido ritratto di un paese allo sbando esistenziale e sociale, chiuso nel proprio individualismo materiale ed ideologico, incline ad un indispensabile progresso ma orfano di una reale evoluzione, dove, per dirla con Montanelli, “la coscienza morale e civile è sempre rimasta monopolio di un esigua minoranza regolarmente relegata ai margini della società”; una pressoché totale disfatta civile, morale e politica, preferendo alla ricerca di un definitivo punto d’equilibrio fra diverse ideologie il servirsi ora dell’una ora dell’altra, a seconda delle varie convenienze in gioco. Forse la migliore risposta al regime fascista, lapidaria e tagliente, restando nell’ambito cinematografico, la si può rinvenire in una frase pronunciata dal Camillo Pianesi interpretato da Massimo Troisi nel film Le vie del Signore sono finite, 1987, di cui firmò anche la regia; a quanti gli rammentavano che quando c’era “lui” i treni, fra l’altro, rispettavano l’orario rispondeva: “Per far arrivare i treni in orario, se vogliamo, mica c’era bisogno di nominarlo capo del governo, bastava farlo capostazione.

 

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