Archivi tag: Orson Welles

Mister Hula Hoop (The Hudsucker Proxy, 1994)

(IMDb)

New York, 31 dicembre 1958. Mancano pochi minuti al fatidico scoccare della mezzanotte, “la terra si approssima ad un nuovo giro intorno al sole e tutti si augurano che questo giro sia più vorticoso, più brillante”. Ognuno è intento a fermare un personale attimo di felicità, in una città dove la corsa al successo sembra aver annullato i concetti di tempo e di spazio.
Ma fra tanti che festeggiano non è raro trovare qualche anima persa nei suoi problemi o che abbia addirittura deciso di farla finita, come Norville Barnes (Tim Robbins), presidente della grande ditta di giocattoli Hudsucker, ora sul cornicione della finestra del suo ufficio al 44mo piano, con indosso una divisa da fattorino; è quella avuta in dotazione il giorno in cui, giunto da Muncie, Indiana, fresco di laurea, venne assunto all’interno dell’azienda, poco dopo che l’allora proprietario Waring Hudsucker (Charles Durning) si era trasformato “in un’opera d’arte astratta sul marciapiede di Madison Avenue”. 
Fu in quella triste eventualità che un componente del consiglio d’amministrazione, Sidney J. Mussburger (Paul Newman) propose l’elezione del giovane a presidente, serviva un “utile idiota”, una testa di legno per favorire l’operazione di aggiotaggio delle azioni intestate al defunto titolare, mossa che si rivelava indovinata, confermata anche da una serie di articoli scritti dalla giornalista indipendente Amy Archer (Jennifer Jason Leigh), infiltrata in azienda come segretaria personale del nostro. Continua a leggere

Milano, Fondazione Cineteca Italiana: le rassegne in corso

Lucrecia Martel (Movieplayer)

Da ieri, lunedì 7, e fino a lunedì  21 gennaio, Fondazione Cineteca Italiana propone al Cinema Spazio Oberdan di Milano un omaggio alla regista argentina Lucrecia Martel, fra le cineaste  più interessanti del panorama contemporaneo. In programma, insieme agli altri tre lungometraggi da lei fino ad a oggi realizzati, il suo ultimo lavoro, Zama, tratto dall’omonimo bestseller di Antonio Di Benedetto, una storia ambientata alla fine del ‘700, che mette in scena un protagonista inquieto e insoddisfatto, Don Diego de Zama, il quale cerca di divincolarsi dalla stagnante paralisi della società che lo circonda, quest’ultima visualizzata  dalla Martel soprattutto attraverso l’incisiva composizione pittorica delle immagini, che favorisce la straniante immobilità di paesaggi e personaggi, fermi come frutti che marciscono al sole. Una visione del mondo in guisa di luogo insano, melmoso, stagnante, metafora di una condizione umana segnata da arida fragilità, del tutto coerente con la poetica dell’autrice, fin dai tempi del suo esordio nel lungometraggio con La ciénaga ( La palude), rimarcando così  una autorialità autentica, capace di toccare temi universali, propri di ogni essere umano. Continua a leggere

Milano, MIC – Museo Interattivo del Cinema: “100 anni di Rita Hayworth”

Rita Hayworth (Marilyn-Corriere)

I’m not very good with zippers, but maybe if i had some help…” Difficile dimenticare la scena in cui Rita Hayworth, nei panni di Gilda, dopo essersi esibita in una danza tanto scomposta quanto sensuale, giocando anche con la fluente chioma rossa ed intonando Put the Blame on Mame (ma la voce è di Anita Ellis), inizia a sfilarsi un guanto e poi candidamente ammette di avere un problema con la chiusura lampo del fasciante vestito nero, invitando qualche volontario fra il pubblico, ed accorreranno subitamente, ad intervenire in suo aiuto… Una sequenza simbolica, con lo sguardo ammiccante ripreso dalla macchina da presa di Charles Vidor come a restituire quello proprio degli spettatori in sala, avvolti nel buio appena rischiarato dal fascio di luce immaginifico, a rendere sullo schermo la magia di un sogno condiviso.
Il film, è, ça va sans dire, Gilda, 1946, a fianco di Rita vi è John Ford nelle vesti di Johnny, una pellicola che condizionò molto la carriera di un’attrice poliedrica, interprete di opere drammatiche, ma anche di musical (You Were Never Lovelier, con Fred Astaire, 1942, regia di William A. Seiter), ricordando al riguardo la destrutturazione dell’iconica figura operata da Orson Welles ne The Lady from Shanghai, 1947. Continua a leggere

Milano, MIC- Museo Interattivo del Cinema: presentazione del libro “Alle origini di Quarto potere. Too Much Johnson, il film perduto di Orson Welles”

Giovedì 12 aprile, alle ore 18, al MIC-Museo Interattivo del Cinema di Milano, sarà presentato il libro di Massimiliano Studer  Alle origini di Quarto potere. Too Much Johnson, il film perduto di Orson Welles (Mimesis edizioni, 2018). Massimiliano Studer torna sul film “fantasma”, datato 1938, che ha battezzato la carriera cinematografica di una delle figure più estrose e imprevedibili dell’intero panorama artistico, a dieci anni dal ritrovamento ad opera del cineclub Cinemazero di Pordenone, poi restaurato dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation. La copia, creduta distrutta nell’incendio che colpì la casa madrilena di Welles nel 1971, venne recuperata da un ragazzo di Pordenone, Mario Catto, fra le scatole che una ditta di trasporti locale intendeva eliminare e Cito Giorgini, grande esperto dell’opera di Orson Welles, ne confermò l’autenticità. Continua a leggere

Un ricordo di Jeanne Moreau

Jeanne Moreau

Ci lascia l’ attrice e regista teatrale e cinematografica francese Jeanne Moreau (1928), morta questa mattina, lunedì 31 luglio, a Parigi, sua città natale. Donna dal fascino misterioso e sensuale, ancora prima che straordinaria interprete, con una propensione innata per i ruoli da femme fatale ma anche particolarmente duttile, ha offerto efficaci ed intense prove tanto nei ruoli comici che drammatici. Esordì sulle scene per la prima volta nel 1947, nella compagnia del Théâtre National Populaire di Jean Vilar al Festival di Avignone per poi far parte della Comédie française recitando in Le Cid (Pierre Corneille), dopo aver seguito,  all’insaputa dei genitori, i corsi di arte drammatica di Dennis d’Ines ed essersi successivamente iscritta al Conservatoire national d’art dramatique di Parigi. Due anni più tardi debuttava sul grande schermo, Dernier amour (Jean Stelli), cui seguirono piccole parti ed infine il primo ruolo da protagonista ne La regina Margot (La reine Margot, 1954, Jean Dréville), anche se occorrerà attendere il 1957 per l’interpretazione che le darà la grande fama internazionale, quella di Florence Carala nel vibrante noir Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud) opera d’esordio di Louis Malle, tratta dall’omonimo romanzo di Noël Calef. Continua a leggere

Un ricordo di Elsa Martinelli

Elsa Martinelli

Fotomodella e attrice cinematografica dal fascino naturale, scaturente tanto da un corpo longilineo e sinuoso quanto da uno sguardo esprimente allo stesso tempo dolcezza e determinazione, Elsa Martinelli (Roma, 1935) è morta  ieri, sabato 8 luglio, a Roma.
L’eleganza del portamento e l’indubbia presenza scenica,  così come l’esprimere una certa intraprendenza nell’ambito dei personaggi interpretati, le valsero presto l’appellativo di “Audrey Hepburn italiana”,  sottolineando  la distanza dall’idea di femminilità propria degli anni ’50.
S’impose all’attenzione internazionale recitando nel western Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter,  André de Toth, 1955) accanto a Kirk Douglas, che la chiamò dopo averla notata in una fotografia sulla copertina della rivista Life, film che può considerarsi il suo vero debutto cinematografico, considerando le brevi apparizioni nei precedenti titoli Se vincessi cento milioni (Carlo Campogalliani e Carlo Moscovini, 1953, l’episodio L’indossatrice) e  L’uomo e il diavolo (Le rouge et le noir, Claude Autant-Lara, 1954, dove peraltro risultava non accreditata). Una volta tornata in Italia, recitò ne La risaia (Raffaello Matarazzo, 1955) e l’anno seguente in Donatella, per la regia di Mario Monicelli, film che le valse l’Orso d’Argento come miglior attrice alla sesta edizione del Festival di Berlino.  Mantenendo identica classe, l’attrice si cimentò poi in ruoli  più “difficili”, lontani dall’immagine della “brava ragazza”. Continua a leggere

Milano, MIC-Museo Interattivo del cinema: “Il fascino discreto di Marlene Dietrich”

Marlene Dietrich

Marlene Dietrich

Da oggi, venerdì 30 settembre e fino a venerdì 21 ottobre a Milano al MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta Il fascino discreto di Marlene Dietrich, un omaggio in 15 film che offre una panoramica su una delle massime icone non solo della storia del cinema ma di tutta l’arte del ‘900. Dopo gli studi alla scuola Max Reinhardt di Berlino, la Dietrich iniziò a lavorare alternando teatro e cinema, sempre in piccole parti, fin quando non la notò Joseph von Sternberg, che le affidò il ruolo di Lola-Lola, la cantante di cabaret in calze nere che fa impazzire l’austero professor Unrat (Emil Jannings) in L’angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930). Da quel momento la sua carriera spiccò il volo. Trasferitasi a Hollywood in fuga dalla Germania nazista ( benché a lungo desiderata, nel suo paese natale non sarebbe più tornata, meritandosi l’accusa di tradimento), la Dietrich finì ben presto col diventare sinonimo di una figura femminile ammaliatrice, libera, disinibita, angelo e demone al tempo stesso, dotata di un ambiguo erotismo androgino, la cui mascolinità piaceva alle donne e la cui sensualità stregava gli uomini. Di lei Ernest Hemingway, suo grande amico, disse: “Se non avesse nient’altro che la voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo”. Continua a leggere