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Milano, Spazio Oberdan: “Robert Bresson – La questione morale nel cinema”

Robert Bresson (art-carousel)

Da domenica 20 maggio a martedì 19 giugno, al Cinema Spazio Oberdan di Milano, Fondazione Cineteca Italiana proporrà Robert Bresson – La questione morale nel cinema, una rassegna in dieci lungometraggi dedicata al regista e sceneggiatore francese (1901-1999), lucido e radicale nell’analisi della condizione etica dell’individuo e nel privilegiare i temi della grazia, della solitudine, della fede, che si oppongono a una modernità descritta come violenta e brutale.
Il tutto con uno sguardo essenziale, asciutto, quasi documentaristico, ma di forte impatto emotivo, offrendo quindi realizzazioni all’insegna del più assoluto e intransigente rigore etico ed estetico, dove la scarnificazione del consueto linguaggio filmico, dai movimenti della macchina da presa all’uso della musica, senza dimenticare la recitazione degli attori, si rivela consono a trascendere la realtà e rendere così alla cose del mondo una dimensione pura ed ideale.
Un lavoro registico che è stato spesso definito “una messa in ordine”, ancor prima che una messa in scena, che ancora oggi offre una “violenta” e suggestiva forza espressiva, del tutto autentica nella sua adesione alla consueta quotidianità esistenziale.

Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud, 1958)

Parigi, fine anni ’50. Florence Carala (Jeanne Moreau) e Julien Tavernier (Maurice Ronet) sono amanti.
La donna è sposata con il ricco industriale Simon Carala (Jean Wall), alle cui dipendenze lavora Julien, che ha alle spalle un passato da militare in Algeria ed Indocina. I due progettano l’omicidio di Simon, studiano il da farsi nei minimi particolari così da simulare un suicidio, ma l’uomo, una volta portato a compimento il piano, nel salire in auto nota un particolare lasciato inopinatamente a bella vista vicino al luogo del delitto e si affretta a porvi rimedio, entrando però in ascensore proprio nel momento in cui il custode provvede a staccare la corrente elettrica. E’ sabato, Julien cerca in tutti i modi di venir fuori dall’incresciosa situazione, mentre il giovane scapestrato Louis (Georges Poujouly) si appresta a rubargli l’auto così da dirigersi insieme alla sua ragazza, la fioraia Veronique (Yori Bertin), fuori città. Florence intravede il veicolo, ma crede che alla guida vi sia il suo amante: tristi pensieri si agitano nella mente, vaga sconsolata e solitaria per le vie cittadine, incurante della pioggia, alla vana ricerca dell’uomo nei locali che era solito frequentare.
Nel frattempo i due giovani hanno fatto tappa in un motel e conosciuto una coppia di turisti tedeschi, marito e moglie, dando come generalità quelle di Tavernier, presto ricercato per omicidio una volta che Louis uccide i due coniugi nel tentativo di sottrarre loro l’auto. Intanto Florence … Continua a leggere

“Cineteca 70”: dal 9 gennaio la prima rassegna

cineteca_70_anni_533-jpgA Milano, allo Spazio Oberdan avrà luogo per tutto il 2017 la rassegna filmica Cineteca 70: 70 film della storia del cinema di epoche diverse, in più sezioni tematiche, tutti provenienti dall’archivio della Cineteca, tutti proiettati in copie in pellicola 35mm. Tredici i film di questo mese di gennaio, come potete leggere nel calendario pubblicato di seguito, che comprende un capolavoro del periodo muto come L’uomo che ride (Paul Leni, 1928), con accompagnamento musicale dal vivo, vari classici quali Giulietta degli spiriti (Federico Fellini, 1965), Diario di una sconosciuta (Max Ophüls, 1948), L’uomo del banco dei pegni (Sidney Lumet, 1964),  Mouchette (Robert Bresson, 1967) insieme ad una serie di film forse meno celebri ma per diversi motivi molto interessanti e in qualche caso assai rari e firmati da grandi autori come A porte chiuse (Dino Risi, 1960), La mano dello straniero (Mario Soldati, 1953), Parigi è sempre Parigi (Luciano Emmer, 1951),  Napoletani a Milano (Eduardo De Filippo, 1953), Il sorriso del grande tentatore (Damiano Damiani, 1974), I giorni dell’ira (Tonino Valerii, 1967), L’amico di famiglia (Paolo Sorrentino, 2006), Sette note in nero (Lucio Fulci, 1977). Continua a leggere

Milano, le rassegne della Fondazione Cineteca Italiana

cdm_logoDal 28 dicembre al 4 gennaio in occasione del progetto Cantierememoria, manifestazione promossa e prodotta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, che ha avuto inizio alla Casa della Memoria del capoluogo lombardo l’1 dicembre per concludersi il 6 gennaio, la Fondazione Cineteca Italiana presenterà al MIC – Museo Interattivo del Cinema Cantierecinema, una rassegna cinematografica ad ingresso libero sui temi della Liberazione e della Memoria visti dal mondo del cinema.
I film in programma: Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, che racconta la storia di una giovane ebrea che da carnefice si trasforma, per amore, in martire; Night Will Fall – Perché non scenda la notte (2014) diretto dal documentarista e docente universitario Andrè Singer e realizzato da alcuni cinereporter inglesi e al cui montaggio contribuì anche Alfred Hitchcock; Suite francese (2015) di Saul Dibb, tratto da un’opera incompiuta della grande scrittrice ucraina Irène Némirowsky, melodramma elegante ma privo di compiacimenti, rigoroso ed essenziale nell’esprimere l’eterna lotta fra ragione e sentimento e infine Un condannato a morte è fuggito (1956) di Robert Bresson, storia vera che racconta la tremenda fuga di un partigiano dalle prigioni naziste. Continua a leggere

Milano: “Il mio nome è Giovanna, Giovanna D’Arco”

poster_joanofarc1Da oggi, martedì 1 e fino a domenica 13 dicembre a Milano, presso Spazio Oberdan e MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta Il mio nome è Giovanna, Giovanna D’Arco, una rassegna cinematografica che fa parte del palinsesto di Prima Diffusa, in collaborazione con Comune di Milano ed Edison.
Quest’anno la protagonista dell’apertura della stagione scaligera sarà proprio l’opera Giovanna d’Arco di Verdi, diretta dal Maestro Riccardo Chailly, e per il quarto anno consecutivo verrà proiettata il 7 dicembre alle ore 17.30 in diretta su grande schermo al MIC, e per la prima volta anche allo Spazio Oberdan. Per accompagnare questo evento speciale, la Cineteca dedica una rassegna alle molteplici versioni del racconto della “pulzella di Orleans” realizzate dai più grandi registi della storia del cinema.
Gli esordi cinematografici di Giovanna d’Arco coincidono con le origini del cinematografo: nel 1895 infatti, Edison confeziona Execution of Joan d’Arc, un’unica inquadratura dell’eroina al rogo della durata inferiore al minuto.
Anche il padre del cinema di fantasia George Méliés, nel 1900, mette in scena Jeanne d’Arc composto da 12 tableaux animati dipinti a mano. Nel 1909 invece Albert Capellani realizza per la Pathé Jeanne d’Arc, mettendo insieme dieci quadri che richiamano il percorso iconografico medievale. Continua a leggere

Torino, “Cinema Massimo”: “Il gioco del caso”, retrospettiva dedicata a Robert Bresson

Robert Bresson

Robert Bresson

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino organizza da oggi, venerdì 3 aprile, fino a martedì 28, presso il Cinema Massimo del capoluogo piemontese, una retrospettiva integrale dedicata al regista Robert Bresson (1901-1999), tra i protagonisti della rinascita del cinema francese nel secondo dopoguerra, regista lucido e radicale nell’analisi della condizione etica dell’individuo e nel privilegiare i temi della grazia, della solitudine, della fede, che si oppongono a una modernità descritta come violenta e brutale. Il tutto con uno sguardo essenziale, asciutto, quasi documentaristico, ma di forte impatto emotivo.
La rassegna sarà inaugurata dalla proiezione odierna, alle ore 16.30, del primo lungometraggio diretto dal cineasta francese, La conversa di Belfort (Francia 1943, 96’, 35mm, b/n, versione originale con sottotitoli in italiano).
Di seguito, il calendario delle proiezioni. Continua a leggere

Le meraviglie

1Film vincitore del Gran Prix al 67mo Festival di Cannes, Le meraviglie, scritto e diretto da Alice Rohrwacher, alla sua seconda realizzazione dopo l’intenso Corpo celeste (2011), è un’ opera sorprendente e coraggiosa, idonea a mettere in luce un percorso autoriale originale, permeato di toni intimistici e dalla forte impronta documentaristica (esaltata anche dalla fotografia di Hélène Louvart), che trova comunque idonei riferimenti tanto nel nostro passato cinematografico (il “mostrare, non dimostrare” caro a Rossellini, la dilatazione immaginifica del visibile propria di Fellini, un ancestrale senso di legame con la terra che può ricordare il grido di dolore espresso da Pasolini, pur privo in tal caso di afflato mitizzante), quanto in alcuni autori stranieri (Bresson per esempio, nella ricerca dell’intima essenza di quanto ci circonda, oltre quanto si possa vedere e toccare, o Angelopoulos, nella particolare sospensione tra metafora e poesia). Domina l’essenzialità visiva e narrativa (a parte un certo allungamento nella parte finale), in assenza di una vera e propria colonna sonora, sostituita dai suggestivi rumori provenienti dal mondo esterno, la campagna fra Toscana e Lazio, con l’unica intrusione rappresentata dalle note di T’appartengo cantata da Ambra Angiolini, canzone cara ad una delle bambine protagoniste, che permette inoltre un tentativo di datazione delle vicende narrate, altrimenti cristallizzate in un periodo temporale indefinito o comunque non propriamente caratterizzato da elementi d’appartenenza (l’autrice nelle interviste ha parlato al riguardo di un generico “dopo il ‘68”, anno in cui “si è rotto qualcosa e si è dovuto tornare a rimettere insieme i pezzi ”). Continua a leggere