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Bande à part (1964)

Parigi, anni ’60. Franz (Sami Frey) ed Arthur (Claude Brasseur), due spiantati perdigiorno, percorrono le vie cittadine a bordo di una malmessa Simca cabriolet; sono diretti a Joinville, così da perlustrare i dintorni di una villa dove, a detta della comune amica Odile (Anna Karina), conosciuta frequentando una scuola d’inglese, il maggiordomo di sua zia Vittoria nasconderebbe all’interno di un armadio un’ingente quantità di danaro, che intenderebbero rubare. Odile, ragazza ingenua, sognatrice e romantica, anche lei come i due sfaccendati con l’aria da “duri” alla ricerca di un proprio posto nel mondo, accetta senza particolare riserve il corteggiamento, sfacciato e disinvolto, esternatole da Arthur, mentre Franz appare più ambiguo ed umbratile; si aggregherà dunque a loro per portare il piano a compimento, facilitandone l’ingresso nella dimora, ovviamente di notte, come imposto dalla tradizione dei romanzetti da quattro soldi o di certi filmetti americani, giusto il tempo di acquistare un libro alle bancarelle poste lungo la Senna e di una veloce visita al Louvre, tutta di corsa, così da battere, per due secondi, il record stabilito al riguardo da un turista americano, meno di dieci minuti. Non ogni cosa, però, andrà per il verso giusto, la notizia della somma di denaro è infatti giunta alle orecchie dello zio di Arthur, cui fa certo gola; il furto, in fondo, è un “lavoro” serio, non basta certo ingegnarsi nel mettere in pratica le fantasie scaturite dalla visione dei film al cinematografo, calza da donna calata sul viso e revolver in pugno … Continua a leggere

Era “Il tempo delle mele”….

Claude Pinoteau

Claude Pinoteau

Credo sia inutile, nel ricordare la figura del regista francese Claude Pinoteau, scomparso ad 87 anni lo scorso venerdì, 6 ottobre, evidenziare i suoi primi passi nel mondo del cinema, a partire dal 1938, in qualità d’assistente al fianco d’autori del calibro di Jean Cocteau, o, ancora, che, tra i vari film girati, ne Lo schiaffo (La gifle, ’74), con Lino Ventura e Annie Girardot, diede fama alla giovane debuttante Isabelle Adjani (Premio Speciale David di Donatello ’75).

La sua pellicola più famosa resterà quel Tempo delle mele (La boum, ’81, un sequel arriverà l’anno seguente) ormai assunto allo status di cult movie, oltre a costituire un valido manifesto generazionale per quanti in quel tempo si stavano avviando, come la protagonista, Vic, un’acerba ma già convincente Sophie Marceau, verso la delicata fase dell’adolescenza: ecco visualizzati i primi turbamenti amorosi, gli scontri generazionali con i propri genitori (i coniugi Beretton, Brigitte Fossey e Claude Brasseur), ma, felice contrasto, non con la ben più moderna e vivace nonnina Poupette (Denis Grey), valida confidente e consigliera.

era-il-tempo-delle-mele-L-Gv4fp1Pregi essenziali del film in questione, l’estrema sensibilità e delicatezza nel trattare determinate tematiche, alternando l’attenzione verso le problematiche giovanili ( vacue solo in apparenza, ma destinate ad un altalenante susseguirsi tra gioia e tristezza, costituendo il campo di prova della crescita), a quelle, più pressanti (lavoro, vita coniugale) e spesso in conflitto, del mondo dei “grandi”, con una notevole cura relativamente all’ interpretazione di ogni singolo attore: ancora oggi mantiene il valore di un valido “come eravamo” per molti quarantenni (scrivente incluso), il walkman, le interrogazioni, le prime feste tra compagni di scuola, luci stroboscopiche e i “lenti” che arrivavano all’improvviso … Eh, Tempus fugit … Grazie, Pinoteau.