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“A m’arcord…”

maniamarcord2Dopo la recente presentazione alla 72ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, Sezione Venezia Classici, da oggi, lunedì 14 settembre, fa ritorno al cinema Amarcord di Federico Fellini, nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna con il sostegno di yoox.com e il contributo del Comune di Rimini, in collaborazione con Cristaldifilm e Warner Bros.. La distribuzione del film, vincitore nel 1974 dell’ Oscar come Miglior Film Straniero (il quarto conseguito da Fellini, dopo La strada, 1957, Le notti di Cabiria, 1958, , 1964) rientra nella terza stagione del progetto Il Cinema Ritrovato al Cinema, promosso dalla Cineteca di Bologna e Circuito Cinema per riportare in sala i grandi classici restaurati.

Bruno Zanin

Bruno Zanin

La natia Rimini, descritta ne I vitelloni (1953), come città di provincia – ventre materno dove coltivare le illusioni di una vita diversa, senza mai impegnarsi in alcuna attività propensa agli agognati mutamenti, in Amarcord diviene simbolo del fluire della memoria indietro nel tempo, al periodo della propria infanzia ed adolescenza, fra toni onirici e dilatazione fantastica. Il tutto in un’ambientazione, ricostruita a Cinecittà, resa ovattata dalla fotografia di Giuseppe Rotunno in felice sinergia con le scenografie e i costumi di Danilo Donati, mentre il progredire narrativo è suggestivamente cullato dalla musica di Nino Rota, qui distante dai toni circensi per divenire più morbida ed avvolgente, levigata, al pari delle tante reminescenze che emergono dal nostro passato. Continua a leggere

Roma: “Girando a Cinecittà 1937-1989”

untitledSi apre oggi, sabato 24 gennaio, nella Capitale, Girando a Cinecittà 1937-1989, la nuova mostra ospitata negli storici studi volta a raccontare 70 anni di storia del cinema attraverso i generi più importanti e significativi che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: i grandi film delle origini, il drammatico periodo della guerra e del Neorealismo che ne seguì, l’arrivo delle produzioni americane e il fenomeno del divismo. Dalla Hollywood sul Tevere, avvolti dalle immagini, fotografie e costumi dell’epoca, si arriva al periodo dei film sulla Roma antica, quando a Cinecittà le produzioni in corso erano Quo Vadis?, Cleopatra, Ben Hur, ma anche quei tanti peplum italiani dedicati alle fatiche di Ercole e alle imprese di Maciste. Oltre 120 titoli realizzati dal 1937 agli anni ‘90, otto nuovi ambienti dedicati ai periodi storici fondamentali del cinema italiano e internazionale a Cinecittà: attraverso la suggestione di scenografie che arricchiscono e caratterizzano ciascun ambiente, si arriva al periodo della commedia italiana e in una scenografia che richiama il film I soliti ignoti, ci si immerge in uno dei più prolifici periodi di produzione filmica italiana che ha visto fiorire i nomi di tanti comici e interpreti quali Aldo Fabrizi, Totò, Alberto Sordi, Walter Chiari, e le straordinarie dive italiane Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Sylva Koscina, Marisa Allasio. Continua a leggere

Roma: “I vestiti dei sogni. La scuola italiana dei costumi per il cinema”

10942324_10153189206253132_6288970546402060351_nI vestiti dei sogni. La scuola italiana dei costumi per il cinema, questo il titolo di un’interessante mostra, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica-Sovrintendenza Capitolina con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, che la Cineteca di Bologna ed Equa di Camilla Morabito realizzeranno da oggi, sabato 17 gennaio, fino al 22 marzo presso il Museo di Roma in Palazzo Braschi. Quella dei costumi è un’eccellenza italiana. Un’arte nell’arte, propria degli artisti, e degli artigiani, che hanno fatto grande il cinema, italiano e internazionale, dalle dive del muto a La grande bellezza, capace di ridare al nostro cinema un nuovo Oscar, premio conseguito dal caposcuola Piero Tosi (alla carriera, nel 2013), da Danilo Donati (nel 1969 per Romeo e Giulietta di Zeffirelli e nel 1977 per Il Casanova di Fellini), Milena Canonero (ben tre, il primo con Stanley Kubrick per Barry Lyndon, poi per Momenti di gloria e in anni recenti per Marie Antoniette di Sofia Coppola), Gabriella Pescucci (al lavoro con Martin Scorsese per L’età dell’innocenza), figure- guida alla scoperta di una mostra che vuole superare lo stereotipo della galleria di abiti, per far emergere il senso di una scuola, di una tradizione artigiana italiana che ha fatto grande il cinema, quella dei disegnatori dei costumi e di chi poi li ha realizzati, case come Tirelli, Peruzzi, Gattinoni, Fanani, Annamode, Attolini. Con un progetto di allestimento luci affidato a Luca Bigazzi, tra i più apprezzati direttori della fotografia del panorama contemporaneo, e realizzato da Viabizzuno, I vestiti dei sogni raccoglierà oltre 100 abiti originali, decine di bozzetti e una selezione di oggetti, fra i quali spicca l’unicum della pressa che un maestro come Danilo Donati costruì per foggiare i costumi del Satyricon di Federico Fellini. Continua a leggere

C’era una volta lo sceneggiato Rai: Il conte di Montecristo (1966)

Ogni volta che assisto ad una “moderna” fiction, in particolar modo della Rai, ancor di più se trattasi di un adattamento di qualche grande romanzo (vedi il recente pastrocchio Violetta), la mia mente, non del tutto ottenebrata dalla sciatteria della messa in scena, vuoi per la regia latitante al servizio di una sceneggiatura complice, vuoi per interpretazioni attoriali incerte tra “che si deve fare per campare” e il classico “è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, torna piacevolmente indietro nel tempo. Riaffiorano ricordi non ben definiti in bianco e nero e altri, più nitidi e concreti, a colori, come Le avventure di Pinocchio, ’72, cinque puntate dirette da Luigi Comencini, o Sandokan, ’76, sei episodi per la regia di Sergio Sollima.

untitledVisto che per me è un periodo un po’ particolare e non riesco a frequentare il cinema come vorrei ed ero aduso a fare, sia per problemi familiari, sia per una sciagurata programmazione nella mia zona, ho avuto modo di visionare proprio un “vecchio” sceneggiato Rai, Il conte di Montecristo, 1966, recentemente distribuito da Bur senzafiltro in un’edizione comprendente tre dvd per otto episodi, insieme all’omonimo romanzo di Alexandre Dumas padre. A mio avviso una lodevole iniziativa (la collana prevede altri binomi romanzo-sceneggiato, come I promessi sposi o l’Odissea), che permette un agevole confronto tra il libro e la sua trasposizione visiva, quest’ ultima da sempre e classicamente oggetto di discussioni o quanto meno di curiosità sulla resa complessiva rispetto alla pagina scritta.

Ciò che mi ha piacevolmente colpito è in primo luogo l’adattamento molto fedele, finale compreso, all’opera di Dumas, pregevole feuilleton pubblicato a puntate sul Journal des Debats tra il 1844 e il 1846, con una sceneggiatura, opera di Edmo Fenoglio, anche regista, e di Fabio Storelli, capace di sfrondare dove necessario per far risaltare al meglio e con rara efficacia i temi portanti del romanzo,visualizzandoli con suggestiva gradualità, dall’invidia e grettezza umana nei confronti dei propri simili, al desiderio di vendetta che si tramuta man mano in una sorta d’onnipotenza superomistica. Edmond Dantès pensa di potersi sostituire a Dio nel distribuire in egual misura giustizia, perdono e misericordia, per poi venire a patti con se stesso, con il proprio passato e i tormentati ricordi di un amore interrotto ma non sopito, donando quella felicità che non è riuscito e forse mai riuscirà mai a godere in pieno, aprendo comunque le porte alla speranza.

In secondo luogo, sono rimasto affascinato dall’accurata messa in scena, un impatto certamente teatrale ma un respiro fortemente cinematografico nella diluizione delle varie vicende, pur con una lentezza nella proposizione che lascia interdetti rispetto ai ritmi odierni, non solo televisivi, ma affascina per come gli attori riescono a reggere i primi e primissimi piani, una caratteristica di Fenoglio, con una recitazione mai enfatica o sopra le righe, attenta, misurata, a partire da Andrea Giordana, praticamente esordiente, a suo agio tanto nei panni di Dantès che in quelli del Conte di Montecristo, oltre che nei vari travestimenti, sottolineandone dolori e tormenti d’animo, furori divini e angosce terrene.

Ma tutto il cast, per lo più d’estrazione teatrale, è capace di grandi interpretazioni e caratterizzazioni, dalla Mercedes di Giuliana Lojodice, al Fernando Mondego di Alberto Terrani, passando per Achille Millo (Danglars), Quinto Parmeggiani (Caderousse) ed Enzo Tarascio (Villefort), senza dimenticare Sergio Tofano, indimenticabile Abate Faria, Luigi Pavese (Morrel) o la breve apparizione di Mario Scaccia nel ruolo di Luigi XVIII.

Non si possono fare a meno di menzionare poi i costumi di Danilo Donati, le musiche di Gino Marinuzzi jr., le scene di Lucio Lucentini e la fotografia di Mario Bernardo, tutto contribuisce insomma a rendere questo sceneggiato, pur nella considerazione dell’epoca di realizzazione, qualcosa di unico e certo memorabile nel suo insieme, tanto da farmi venire il dubbio che la mancata riproposizione “in chiaro” o ad orari non carbonari di tali opere sia dovuta all’eventualità che molti, in particolare i più giovani, possano notare la palpabile differenza, in meglio, con quanto attualmente passa il convento, fatte le dovute eccezioni, ovviamente. Come diceva Andreotti? Ah, sì, “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”…

Il Vangelo secondo Matteo (1964)

142746Dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, Il Vangelo secondo Matteo, scritto e diretto Pier Paolo Pasolini, uno dei più lucidi ed illuminati intellettuali del Novecento, resta ancora oggi, a circa quarantacinque anni dalla sua presentazione alla 25ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ottenne il Leone d’Argento e fu oggetto di critiche anche violente dopo la proiezione), uno dei pochi film ad autentica ispirazione religiosa; ateo e marxista, Pasolini si accosta al tema del sacro con distaccato rispetto, attuando un’innovativa visualizzazione del testo di Matteo, dove la spiritualità si interseca con la violenza e la “brutalità” del messaggio nuovo del Vangelo, che si staglia sullo schermo in tutta la sua purezza ed integrità, senza cedere alla spettacolarizzazione ed alla facile oleografia dogmatica.

Girato in gran parte nel Sud Italia, con location a Barile, Le Castella, Matera, Massafra, visto che, a detta del regista, la Palestina sembrava ormai aver perso la sua originaria primitività, con attori non professionisti e comparse scelte tra la popolazione locale, il film narra fedelmente la vita di Gesù (Enrique Irazoqui), dall’annuncio della nascita sino alla morte e resurrezione, mettendone in risalto tutta la sua umanità e contraddittorietà di uomo tra gli uomini, fiero e combattivo. La macchina da presa procede a sbalzi, ora seguendo a distanza i discorsi di Gesù, quasi una presa diretta in stile documentaristico, ora avvicinandosi a scrutare i volti della povera gente, i loro sguardi, a sottolineare tutta l’incredulità e la rassegnazione di chi vede nella speranza l’unica forma di lotta possibile. Si sofferma poi in primissimo piano sulla fissità ottusamente ieratica delle classi sacerdotali dominanti, restie a comprendere la novità del messaggio del sacro che scende sulla terra, idoneo a materializzarsi in una dimensione inedita, abbandonando le forme di mera e demistificata dottrina.
Infine portata a spalla segue, in stile cine veritè, i processi cui viene sottoposto Gesù.

Notevole è anche l’alternanza tra sequenze parlate e altre del tutto mute, contornate da silente estasi (il primo piano di Maria giovane, incinta) o sofferti turbamenti d’animo (la notte nel Getsemani, la morte di Giuda, il rinnegamento di Pietro) o di straziante dolore (la lenta salita al Calvario, con la disperazione di Maria, interpretata da Susanna Pasolini, madre del regista, alla vista del figlio inchiodato sul legno): il tutto sottolineato da un’incredibile, straniante, commento musicale (coordinato da Luis Enríquez Bacalov), che mescola Bach, Mozart, spirituals e blues afroamericani. Film dal grande fascino visivo, intriso di poesia e del gusto pittorico del regista, esaltato dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e dai costumi di Danilo Donati, ispirati appunto alla pittura del Quattrocento (Piero della Francesca in particolare), ci offre l’immagine di un Gesù divinizzato ma non divino, come molti uomini conscio della necessità e dell’utopia del suo messaggio che anche in punto di morte, affidata l’anima a Dio fra gli spasimi e i tormenti, non può fare a meno di urlare il suo dolore ad un’umanità sempre più scettica e smarrita.