Romeo e Giulietta (Romeo and Juliet, 1968)

Verona, fine ‘500, mattina.
In piazza, fra i banchi del mercato, hanno luogo le scorribande dei componenti di due ricche e prestigiose casate, Montecchi e Capuleti, che da tempo immemore covano l’una versa l’altra mai sopiti rancori. Scoppia, inevitabile, una rissa, che verrà sedata dall’intervento del Principe della città (Robert Stephens), alla quale però non vi ha preso parte Romeo Montecchi (Leonard Whiting), giovane dall’animo pacifico e romantico, volto più alla contemplazione e al rimirare la fascinazione resa dalla bellezza di quanto lo circonda che all’azione prepotente. Per dimenticare l’increscioso accadimento, ed acquisire la benevolenza del Principe, messer Capuleti (Paul Hardwick) organizza una festa nella sua ricca magione, cui prendono parte, mascherati, anche Romeo insieme al cugino Benvolio (Bruce Robinson) e al fraterno amico Mercuzio (John McEnery). Qui il rampollo di casa Montecchi avrà modo di conoscere la quasi coetanea Giulietta (Olivia Hussey): tra i due nascerà subitanea una forte attrazione amorosa, la quale non troverà ostacolo neanche una volta appreso di appartenere a famiglie rivali, essendo la fanciulla una Capuleti,  già promessa sposa, inoltre, per volere paterno e tacito consenso materno, al conte Paride (Roberto Pisacco).

Olivia Hussey e Leonard Whiting (Corriere.it)

Dopo essersi dichiarati reciproco amore, al diavolo rivalità e convenzioni sociali, Romeo e Giulietta si sposeranno segretamente con l’aiuto di frate Lorenzo (Mil O’ Shea), il quale spera possa così cessare l’odio fra le due casate, ma il destino ha in serbo ben altro che accomodamenti e felicità: nel corso di un duello intercorso quasi per celia tra Tebaldo (Michael York), cugino della giovane e Mercuzio, l’intervento di Romeo comporterà il verificarsi di tanti drammatici avvenimenti…
La trasposizione cinematografica della nota tragedia di William Shakespeare (The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet,1594-1595) ad opera di Franco Zeffirelli, regista e coautore della sceneggiatura (insieme a Franco Brusati e Masolino D’Amico), ne evidenzia a tutt’oggi l’abilità, che sarà una costante per tutta la sua carriera, nel rendere una suggestiva e raffinata confluenza fra cinema e teatro, i cui rispettivi stilemi andavano ad impreziosire figurativamente le differenti rappresentazioni, sul palcoscenico e sul grande schermo. Nel 1959 Zeffirelli venne chiamato dal direttore dell’Old Vic londinese perché prendesse in carico l’allestimento di Romeo and Juliet: mise su una compagnia teatrale composta da giovani elementi, rendendo la messa in scena allegoria anticipatrice di quelle pulsioni volte al cambiamento proprie della  gioventù degli anni ’60.

(Verona Sera)

Cinque anni più tardi il cineasta fiorentino ne realizzò la versione italiana, protagonisti Anna Maria Guarnieri e Giancarlo Giannini, per poi dedicarsi all’adattamento filmico, preservando opportunamente le felici intuizioni già espresse in teatro, a partire dalla scelta di due giovanissimi attori inglesi, 14 anni Olivia Hussey, 16 Leonard Whiting, nei panni degli infelici amanti, che offrirono naturalità e freschezza interpretativa ai bei dialoghi, piuttosto fedeli al testo originario, armonizzando in un suggestivo insieme classicità e modernità rappresentativa, volgendo inoltre uno sguardo attento al pubblico e alle sue aspettative, peculiare fonte ispiratrice, ritengo, della poetica zeffirelliana.
Il raffinato senso estetico proprio di Zeffirelli si dispiega lungo l’arco narrativo in un afflato visivo dalla densa consistenza pittorica, esaltato dalla felice combinazione di più elementi, in primo luogo le scenografie naturali intese a ricostruire Verona, città che appare in panoramica solo nel prologo, ovvero la combinazione figurativa di più località, con scene girate fra Lazio, Toscana, Umbria (ma anche a Cinecittà), poi la fedeltà nei costumi avallata da Danilo Donati, i cui colori vengono esaltati dalla luminosità della fotografia di Pasqualino De Santis.

Indimenticabile il sinuoso motivo sonoro opera di Nino Rota, le cui note accompagnano la canzone What Is a Youth, testo di Eugene Walter, interpretata da Glen Weston, che nella versione italiana diviene Ai giochi addio, scritta da Elsa Morante ed eseguita da Bruno Filippini (il menestrello, sequenza della festa a casa Capuleti). La regia, ancora, fortunatamente, distante da manierismi estetizzanti, appare piuttosto incisiva tanto nel rendere vivido e palpitante il testo shakespeariano quanto, soprattutto, nel caratterizzare realisticamente, senza trascendere in vacue melensaggini,  nascita e successivo consolidamento  della passione amorosa tra due giovani amanti, che improvvisamente dovranno fari i conti con sensazioni e situazioni adulte, pur vissute con l’impeto trascinante proprio della loro età e che, citando Fabrizio De Andrè, come le più belle cose avranno vita breve, come le rose.

(Effettonotte)

Primi e primissimi piani ad evidenziare la reciproca scoperta di un sentimento totalizzante, lo stupore, la paura, gli anelanti fremiti di desiderio quando nel corso della festa gli sguardi si incrociano più di una volta, poi, finalmente vicini, le mani si sfiorano per stringersi; ecco, dolce sensazione, il primo bacio, a cui seguiranno molti altri, fino all’altrettanto bella sequenza del balcone, a sublimare un amore ormai consolidato nella sua purezza ed essenzialità, sfidando  qualsivoglia convenzione sociale fino alla scelta di plasmarsi da sé il proprio destino, proprio quello che, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, la gioventù di fine anni ’60 stava mettendo in atto per smarcarsi  dalle scelte genitoriali e liberarsi dalle pastoie di una società sorda alle loro esigenze; di rilievo anche l’attenzione riservata a personaggi quali Mercuzio, di cui viene rimarcata la sfrontata giocosità esistenziale o la Nutrice (Pat Heywood), che con il suo linguaggio colorito e i modi di fare offre non pochi momenti umoristici, per un andamento narrativo piuttosto sciolto, mai pedante nella citata aderenza al testo originario, del quale mantiene poeticità e romanticismo in un contesto realistico, pur teatralizzato, coniugando finemente autorialità e senso “popolare” dello spettacolo. Quattro candidature agli Oscar 1969: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Fotografia e Migliori Costumi, con solo queste ultime due a trasmutarsi nel conseguimento della famosa statuetta, riconoscimenti che si aggiungono ai numerosi premi conseguiti, nazionali ed internazionali.

Con sé questo mattino reca una lugubre pace; il sole, pel dolore, non vuole mostrare il suo volto; partiamoci di qua, per più dire di queste cose tristi; qualcuno sarà perdonato, e qualcuno punito: mai ci fu storia infatti più luttuosa di questa di Giulietta e Romeo” (Il Principe di Verona, in chiusura, Atto V, Scena III)

 (Articolo derivato dal testo scritto per la trasmissione radiofonica Sunset Boulevard, Radio Gamma, puntata del 24/06/2019)

 


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