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“Bootleg”, le lezioni-concerto di Claudio Sottocornola si confermano un raffinato incontro tra performance ed analisi storico-sociologica

Claudio Sottocornola

Lo scorso 5 giugno Claudio Sottocornola ha inaugurato in rete l’iniziativa Bootleg, grazie alla quale proporrà sul web (a cadenza mensile) lezioni-concerto, conferenze, presentazioni di libri e mostre.
L’avvio è stato affidato alle ultime due lezioni- concerto tenute da Sottocornola all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo, Viva l’Italia (14 gennaio 2017) seguita da E ti vengo a cercare (5 maggio 2017), rivolgendo così ad un vasto pubblico la visione musicale propria del filosofo del pop come lo definisce da tempo la stampa nazionale, ma che personalmente ho sempre inteso considerare come un moderno cantastorie, un “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso.
La lezione-concerto, nel suo esprimersi qui e ora, va a costituire un raffinato incontro tra analisi sociologica e performance, dove l’elemento musicale suggerisce una nuova modalità d’interpretare la vita, affidandosi anche al suo incessante scorrere, quest’ultimo caratterizzato ulteriormente dai vari accadimenti comportanti più di un mutamento in corso d’opera.
Le capacità affabulatorie e l’abilità vocale di Sottocornola permettono d’individuare le caratteristiche di ogni canzone proposta, reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, offrendo risalto ad ogni sfumatura del testo e al contempo lasciando spazio ai propri sentimenti, ai propri ricordi, alle suggestioni più intime, permettendo così all’indagine metodologica  di concretizzarsi, avvolta da una certa fluidità, quale concreto trait d’union tra la Storia e il vissuto personale. Continua a leggere

Il mio nome è Tonino Valerii

Tonino Valerii

Tonino Valerii

Lo scorso giovedì, 13 ottobre, ci ha lasciati il regista cinematografico Tonino Valerii (Montorio al Vomano, 1934), fra le più alte espressioni di un modo di fare cinema che appartiene alla nostra storia e cultura cinematografica, basato sullo sfruttamento dei generi, probabilmente anche semplice ed “artigianale”, ma frutto di geniali e spesso felici intuizioni unite ad un’indubbia capacità registica, tanto da connotare la messa in scena di una fascinazione forse ingenua, ma ravvivata da una sana creatività. Formatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia, Valerii iniziò i primi passi nel mondo della Settima Arte come autore di soggetti (Tutto è musica, 1963, Domenico Modugno) ed assistente alla regia, collaborando con Sergio Leone (Per un pugno di dollari, 1964, non accreditato; Per qualche dollaro in più, 1965), debuttando infine in qualità di regista con Per il gusto di uccidere (1966), un western che risentiva dell’influenza leoniana nell’impianto complessivo ma già caratterizzato da qualche vivace guizzo inventivo (un omicidio ripreso attraverso il particolare cannocchiale che il cacciatore di taglie protagonista, Lanky Fellows interpretato da Craig Hill, monta sul fucile). Continua a leggere

Canzoni e animali, amici dell’uomo: un viaggio attraverso la musica con Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Si sono da poco spenti gli echi delle proteste suscitate dall’annuale Festival di Yulin, in Cina, che vede il brutale abbattimento di almeno diecimila quattrozampe destinati al consumo alimentare, quando tornano ad apparire sui nostri quotidiani le cifre relative all’abbandono di animali domestici nel periodo estivo che, secondo le stime della Lav, coinvolgono in Italia 80.000 gatti e 50.000 cani annualmente, generalmente destinati a morire per incidenti, stenti o maltrattamenti.
Può sembrare un piccolo gioco dedicare a questo dramma una conversazione sulla presenza degli animali nella canzone italiana, ma non è così: ogni espressione artistica, infatti, traduce sentimenti ed emozioni che appartengono a tutti noi e, se una parte non indifferente del nostro patrimonio musicale ci parla di cani, gatti, cavalli, volatili e farfalle, ciò vuol dire che essi fanno parte del nostro vissuto più intimo, in qualche caso dei nostri affetti più cari e – sempre e comunque – del nostro amato mondo. Ho quindi chiesto al professor Claudio Sottocornola, docente di Filosofia e Storia, ma anche scrittore, saggista e interprete del popular, di condurci in un viaggio attraverso il repertorio della canzone italiana che racconta o evoca il mondo animale, alla scoperta di brani nazionalpopolari, per l’infanzia, ma spesso anche cantautorali e dal sofisticato retrogusto letterario, che dimostrano quanto gli animali siano parte preziosa della nostra vita. Continua a leggere

“Tutto sommato- Qualcosa mi ricordo”, Gigi Proietti si racconta

1Con la stessa disinvoltura e naturalezza grazie alle quali ha conquistato negli anni un pubblico sempre entusiasta e partecipe delle sue pirotecniche evoluzioni da one man show, che lo hanno consegnato definitivamente alla ribalta dei nostri attori più poliedrici e geniali, Gigi Proietti affida ora alla pagina scritta (Tutto sommato- Qualcosa mi ricordo, Rizzoli Editore) un bilancio esistenziale affabulante e piacevole, un fluire alternato fra ricordi di vita e carriera, “quattro chiacchiere sul passato (sperando che a qualcuno interessi)”, più che un’autobiografia vera e propria, come lo stesso attore ci tiene a precisare. I tanti gustosi aneddoti, le puntuali annotazioni di costume presenti nel corso della narrazione, evidenziano l’identico carismatico coinvolgimento espresso sul palco, la narrazione di una storia per il puro piacere di raccontare, rendendo complici i lettori nell’indirizzarli verso un percorso comune a molti, “senza nostalgia, ma con l’amore per un passato che la natura scrive come vuole, come un sogno voluto e gestito, mai subito”. Ciò che emerge dalla narrazione è quindi un lucido “come eravamo” che assume valore di memoria storica e, dipanandosi a doppio filo lungo la narrazione, suscita interesse ed una certa emozione.

2Il punto di partenza è la data di nascita dell’attore romano, il 2 novembre 1940: una Roma, ed un’Italia, completamente diverse da quelle odierne, ormai dentro il Secondo Conflitto, con la popolazione (come papà Romano e mamma Giovanna) memore ancora delle conseguenze del Primo e soprattutto continuatrice di una cultura per via della quale il sacrificio era dato per scontato senza farne mai un dramma, una costante della vita di chiunque, ed anche chi aveva poco era abituato a dividere con quanti avevano bisogno.
Dopo una serie di traslochi la famiglia Proietti, a guerra ormai finita, si trasferisce nel quartiere Tufello, con i costruendi casermoni a rappresentare la nuova edilizia delle case popolari: grazie alla vivida scrittura sembra di vedere Gigi ancora ragazzino correre insieme ai suoi coetanei fra le varie stradine, “bambini selvatici” impegnati ogni giorno ad inventarsi nuovi giochi, quando “per capire la differenza fra giusto e sbagliato dovevi fare ambedue le cose”.

3A toglierti dalla strada ci pensava l’oratorio, perché la Chiesa era ovunque ed ognuno doveva confrontarsi con le sue regole prima o poi, per cui fra una partita a ping- pong e l’altra finivi con l’imparare la messa in latino, spiega Proietti con la consueta sapida bonomia, grazie alla quale mette in risalto nel corso della narrazione del periodo della sua adolescenza, fra le emozioni provate attraverso le prime trasmissioni radio o la visione di Rita Hayworth in Salomè (William Dieterle, ’53) al Cinema Aurea, finalmente subentrato alla sala parrocchiale e alle sue pellicole censurate, un senso della collettività forse inconsapevole, ma sempre ben presente e costante, seguendo regole magari non scritte ma valide a regolare la vita civile di più persone. Interessante poi la descrizione dell’approccio al mondo artistico, praticamente sospinto dall’incontro di due variabili quasi sempre coordinate fra di loro, casualità e curiosità. Continua a leggere

Addio ad Alida Chelli

 Alida Chelli e Domenico Modugno (da Wikipedia)

Alida Chelli e Domenico Modugno (da Wikipedia)

Ci lascia l’attrice e cantante Alida Chelli, 69 anni, all’anagrafe Alida Rustichelli, donna affascinante e dalla splendida voce, un connubio che ha trovato la sua declamazione migliore in teatro, come testimonia il ruolo più famoso, quello di Rosetta accanto al protagonista, Enrico Montesano, nella seconda edizione (’78, la prima risale al ’62) della commedia musicale Rugantino, di Garinei e Giovannini, anche se non è certo da dimenticare, tra le tante e sempre valide esibizioni, l’interpretazione di Consolazione, ’90, in Aggiungi un posto a tavola (’73), sempre opera della “premiata ditta” di cui sopra (insieme a Iaia Fiastri), con Johnny Dorelli, o quella di Rossana, subentrando, dalla stagione’79-’80, a Catherine Spaak, nel Cyrano realizzato (’78) da Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno, quest’ultimo anche nella parte del nasuto spadaccino.

Alida, nata a Carpi il 23 ottobre 1942, figlia del compositore Carlo Rustichelli, ha iniziato da giovane l’attività di cantante, facendosi notare a partire dal ’59, per l’esecuzione del brano Sinnò me moro, incluso nella colonna sonora composta dal padre per il film Un maledetto imbroglio, di e con Pietro Germi (tratto da romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Carlo Emilio Gadda), partecipando poi a varie trasmissioni televisive e produzioni teatrali, mentre il cinema (Sono strana gente ,’66 ; Quando dico che ti amo , ’67; …dai nemici mi guardo io!, ’68; Gli infermieri della mutua, ’69; Spaghetti a mezzanotte,’81) non sempre ha saputo valorizzare le sue doti di poliedricità e notevole presenza scenica, trascurandone la felice combinazione d’ ironia verace e naturalezza nel proporsi al pubblico.

“Penso che un sogno così …”

Piccolo sogno in rosso, 1925, olio su tela, Berna, Kunstmuseum Bern.

Piccolo sogno in rosso, 1925, olio su tela, Berna, Kunstmuseum Bern.

“La verità non sta in un solo sogno ma in molti sogni”. (didascalia iniziale del film Il fiore delle mille e una notte, 1974, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, tratta da un passo della famosa raccolta di novelle citata nel titolo).

“Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”. (Edgar Allan Poe, Eleonora, 1841).

“Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?” (dalla scena finale de Il Decameron, 1971, Pier Paolo Pasolini, qui anche attore).

Working Class, scorre in musica il nostro continuo divenire

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Con l’appuntamento di martedì 31 luglio, Immagine della donna nella canzone, che ha come tema portante l’evoluzione della femminilità nel costume e nella società attraverso la canzone e le sue interpreti, Working Class, trasferimento dal territorio al web delle lezioni concerto tenute da Claudio Sottocornola dagli anni’90 in poi, è giunto alla sua conclusione.
E’quindi ora possibile tirare le somme e valutare concretamente l’estrema attualità del discorso storico- artistico -filosofico di Claude, l’alter ego, moderno cantastorie, del professore di Filosofia, nel voler fornire un’inedita visualizzazione del ‘900, sia nella sua portata tragicamente storica (le due Guerre Mondiali, i totalitarismi, la nascita della democrazia, le istanze giovanili, la crisi dei valori) che concretamente sociologica, foriera di cambiamenti per le generazioni che man mano si sono susseguite.
La musica più che stile di vita diviene per Claude una nuova modalità d’ interpretare la vita, spinto com’è tanto dalla passione che dalla volontà di mettere in scena attraverso le canzoni gli anni della propria giovinezza, con le sensazioni e i ricordi visualizzati sul palco a farsi efficaci tavole viventi.

Il tutto nell’essenzialità scenica a lui cara, avvalorata da modalità di ripresa arricchite da un montaggio funzionalmente accurato nel collegare la scaletta alle diverse esibizioni, garantendo un’estrema scorrevolezza all’indagine metodologica che si palesa come un efficace punto d’incontro tra la Storia e la “sua” storia, con il proprio vissuto personale.

working-class-scorre-in-musica-il-nostro-cont-L-EVV7k9Claude diviene “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso: sfrutta capacità affabulatorie e abilità vocale nell’individuare le caratteristiche di ogni canzone, proposta e reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, dando valenza al testo colto in ogni sua sfumatura quale pista ideale da cui far decollare i propri sentimenti, i propri ricordi, le più intime suggestioni.

Ecco l’Italia della Grande Guerra (Decenni), età storica individuata, da un punto di vista musicale, come periodo in cui le canzoni iniziano a costituire, in una certa qual misura, un repertorio musicale; la matrice folk, piuttosto forte, viene mitigata da quella operistica, più aulica e “alta” e tale miscellanea tra le due contrapposte realtà viene concretizzata dalla canzone napoletana, prima, e da quella romana poi, senza dimenticare le varie tradizioni regionali.

Trio Lescano

Trio Lescano

La diffusione della musica leggera è affidata ai locali quali il tabarin o la rivista, con un progressivo alleggerimento dell’impianto operistico, ma siamo ancora lontani dall’avere un linguaggio musicale effettivamente nazionale, essendo evidente il ricorso ad una certa classicità d’estrazione letteraria.
Le cose non cambiano dopo il Ventennio fascista ed il Secondo Conflitto; intorno agli anni ’50 il nostro paese, pur avendo conosciuto, grazie all’intuizione di cantanti quali Natalino Otto, Alberto Rabagliati o il Trio Lescano, fenomeni come il jazz o lo swing, per quanto italianizzati, assiste ad una reazione conservatrice, una sorta di voglia di quiete domestica, ben simboleggiata dalle canzoni del Festival di Sanremo, melodiche, a mezza tinta, improntate ai buoni sentimenti, per quanto qua e là si potesse notare qualche atto di coraggio rappresentato da testi surreali (Papaveri e papere, I pompieri di Viggiù, La casetta in Canadà) o fortemente ironici, come Tu vuò fa’ l’americano di Renato Carosone.

Ma è anche il periodo della musica da night, con cantanti come Peppino di Capri e il suo connubio America- Napoli (Don’t Play That Song), Bruno Martino o Fred Buscaglione, il quale in particolare introduce toni fumettistici, aggressivi e moderni, anticonvenzionali anche nelle classiche canzoni d’amore, come fa notare Claude intonando Guarda che luna, per poi passare all’erotismo soffuso, denso di toni intimistici di Addormentarmi così di Teddy Reno. Il Nostro sottolinea poi, sulle note de La vie en rose (Edith Piaf), l’influenza della canzone francese, dal tono più amaro, dissacrante e caustico, con un modo di cantare e d’imporsi sulla scena, improntato ad una certa teatralità di stampo attoriale, interpretativo del testo, stile che da noi troverà tra i suoi maggiori esponenti Massimo Ranieri, sul finire degli anni ’60 (Rose rosse).

Domenico Modugno

Domenico Modugno

Occorrerà attendere la fine degli anni ’50, il 1958 per la precisione, perché l’ancora viva impostazione melodico-operistica venga drasticamente “sovvertita” e per di più all’interno del suo “tempio”, nello scenario del Festival di Sanremo, da Domenico Modugno, con Nel blu dipinto di blu, che recepisce, soprattutto nell’arrangiamento, la “lezione” dei moderni urlatori, mediandola con la classica impostazione melodica. Non a caso Claude ne sottolinea l’importanza eseguendo inoltre Meraviglioso e Resta cu’mme, evidenziandone la duttilità tra innovazione e tradizione esecutiva.

Sono i giovani i primi a percepire i mutamenti di costume (Teen Agers di ieri e di oggi) propri degli anni del Boom economico (Anni ’60), quando vi era la netta sensazione “che le cose andavano bene e sarebbero andate sempre meglio”.

Rita Pavone

Rita Pavone

Le nuove generazioni aprono la strada ai nuovi balli (molto bello il medley composto da Let’s Twist Again, La partita di pallone, Il ballo del mattone), intuiscono la nuova immagine femminile portata da Rita Pavone, così diversa dalla diva tradizionale, capace di esprimere efficacemente i primi tormenti amorosi giovanili (Cuore), efficace contraltare del candido Non ho l’età espresso da Gigliola Cinquetti qualche anno prima, apprezzano il ruspante proto-femminismo di Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più).

Intorno alla seconda metà degli anni ‘60, i ragazzi iniziano a vedere le loro insoddisfazioni verso un mondo che incomincia ad andar loro stretto, espresse nei testi dei Cantautori, come Fabrizio De Andrè, esponente della “scuola genovese”, con il suo ispirarsi ai cantautori francesi nell’amore manifestato verso il testo, spesso critico, pungente, e il suo farsi cantore degli emarginati, degli offesi dalla vita, di quanti sono vittime delle istituzioni, guardando al passato per metaforizzare il presente (Geordie).

 Gianni Morandi

Gianni Morandi

D’altronde, sottolinea Claude, iniziano ad avvertirsi i tuoni lontani della contestazione giovanile (Pete Seeger, Where Have All The Flowers Gone?); è prossimo il Maggio francese, cantanti come Gianni Morandi iniziano ad essere visti come emblema del disimpegno e sono quasi costretti ad allontanarsi dalla loro leggerezza, spostandosi verso tematiche più impegnative ( C’era un ragazzo che come me). In Inghilterra sul finire degli anni ’60 prende vita il “rock progressivo”, che troverà consacrazione definitiva negli anni ’70, corrente il cui obiettivo è perseguire una finalità estetica, andando oltre il puro intrattenimento, con richiami alle sonorità proprie della musica classica e del jazz.

Comunque, tra la sperimentazione propria di alcuni gruppi musicali, come La Premiata Forneria Marconi, Il Banco del Mutuo soccorso, Le Orme (Gioco di bimba) e le provocazioni miste ad un certo vittimismo generazionale (Ma che colpa abbiamo noi de I Rokes), mantengono sempre la loro valenza cantanti come Mina (Se telefonando, E se domani), forte di una notevole estensione vocale, della sua femminilità e di una certa studiata gestualità, che le consentono una carismatica caratterizzazione interpretativa del testo, o come Lucio Battisti, che insieme al paroliere Mogol conferisce un’ulteriore trasformazione alla musica italiana, delineando con una certa aggressività la problematicità e la conflittualità dei rapporti amorosi (Eppur mi son scordato di te).

Mina

Mina

Non si può dimenticare, sempre nell’ambito degli Anni ’60, l’aggressività scenica della “ragazza del Piper”, Patty Pravo, con la sua voce impalpabile, non propriamente intonata, ma così affascinante nelle sue modalità esecutive, provocatoriamente altera nei confronti del pubblico, anche nel cantare brani non proprio nelle sue corde per la loro “normalità” (Se perdo te), l’ America vista nell’ottica dei Presley nostrani, con Bobby Solo (Se piangi, se ridi) e Little Tony (Quando vedrai la mia ragazza) o il romanticismo misto a malinconia, che sa guardare alla tradizione con occhi nuovi, del Gino Paoli di Sassi o di Sapore di sale, tra i primi esempi di brano estivo non certo disimpegnato, o, con ancora maggiore forza suggestiva, di Umberto Bindi(La musica è finita).

Patty Pravo

Patty Pravo

Si passa così attraverso gli anni ’70, soffermandosi su tappe significative quali il neoromanticismo di Riccardo Cocciante(Margherita) che innesta efficacemente su un tema melodico tradizionale, quelli un po’ cupi dell’ angoscia di un amore tormentato, sino al delirio, il gusto dei cantanti per la morale e il significato (Lucio Dalla, Il gigante e la bambina, testo di Ron), i ritornelli lunghi e ariosi di Claudio Baglioni (E tu), che si contrappongono al travestitismo esibito di Renato Zero (Mi vendo).

Negli edonistici anni ’80, il culto per l’immagine impone repentini cambiamenti nel look, al servizio della dimensione scenica e della trasgressione, emergono quindi personaggi come Loredana Bertè, Rettore, e, soprattutto Anna Oxa, un po’ l’emblema di questo velocizzato cambio estetico, dal punk delle origini alla mise estremamente tradizionale, per quanto eccentricamente hollywoodiana (Quando nasce un amore). Si contrappongono a tutto ciò, come alternativa più autentica e sincera, le emozioni intense di un Vasco Rossi alla ricerca di un senso della vita, capace di visualizzare la necessità di un amore concretamente puro (Albachiara), i percorsi esistenziali di Claudio Baglioni (Strada facendo), la voglia di riscatto personale che si fa inno generazionale espressa da Eros Ramazzotti (Terra promessa).

Luciano Ligabue

Luciano Ligabue

Sfruttando la sua duttilità e la sua capacità di personalizzazione, Claude ci conduce agli anni ’90 e a quelli del “doppio zero”, ecco il tramonto degli ideali di un tempo, i giovani avvertono senso e fatica di un benessere imposto e generalizzato, l’amore, i sentimenti in genere, diventano forza e problematicità insieme (Ci vorrebbe il mare, Marco Masini), si ritrovano nuove motivazioni per fronteggiare la giungla urbana grazie anche a nuove modalità d’espressione musicale, quali un passaggio ritmato di voci gridate, il rap, che dai ghetti dei giovani di colore d’America arriva da noi (Bella, Jovanotti) o l’energia ed il vitalismo espressi dal rocker Ligabue, capace di riproporre (Certe notti) il tema del viaggio caro alla poetica dei Sixties.

Vasco Rossi

Vasco Rossi

Siamo ormai arrivati, spiega Claude, ad un mondo globalizzato, con la contaminazione di Africa, Oriente e della citata America, a far sì che l’inglese diventi lingua musicale internazionale. Ma globalizzazione non deve necessariamente far rima con omologazione: qui la figura del cantastorie e del filosofo diventano un tutt’uno, nella salvaguardia, pur in un gusto pop, delle nostre radici e della nostra identità, con la necessità, ben supportata dal progetto Working Class, di contestualizzare il nostro patrimonio musicale perché non vada perduto, recuperando il passato per meglio comprendere il nostro presente: Dimmi che non vuoi morire, brano scritto da Vasco Rossi e cantato da Patty Pravo sul palco di Sanremo, diviene allora un simbolico ed efficace trait d’union tra la trasgressione degli anni ’60 e la modernità del linguaggio musicale contemporaneo, un richiamo a ciò che siamo stati, ai nostri cambiamenti, al nostro continuo divenire.