Tutto il mio folle amore

(MyMovies)

Trieste, oggi. Vincent (Giulio Pranno) è un ragazzo di sedici anni, autistico; la sua energia ed il suo entusiasmo vanno di pari passo con manifestazioni di forte aggressività, rivolte in particolar modo nei confronti della madre Elena (Valeria Golino), mentre con il padre adottivo Mario (Diego Abatantuono) i rapporti appaiono più distesi, anche per la continua ricerca da parte del genitore di un linguaggio condivisibile, volto alla comprensione reciproca.
Il papà naturale di Vincent, tale Willi (Claudio Santamaria), che ha fatto sparire le sue tracce prima che il figlio nascesse, è un avvinazzato cantante melodico in tournèe lungo il Nord Est, noto come “il Modugno della Dalmazia” e sbarca il lunario tra gare di ballo e feste varie; una sera nel corso di un concerto nell’intonare la canzone Vincent di Don McLean ha un rigurgito di responsabilità e decide di provare a cercare il rampollo mai conosciuto, restando di sasso nel trovarsi di fronte a qualcosa che neanche lontanamente aveva potuto immaginare. La reazione di Elena alla vista dell’uomo è scomposta, violenta, quella di Mario più riflessiva, ambedue concordano nel metterlo alla porta, ma nessuno di loro si accorgerà che Vincent si è nascosto nel cassone del pick-up di Willi, da cui salterà fuori nel mentre di una sosta verso la Slovenia: sarà l’inizio di tutta una serie di accadimenti, comportanti un vero e proprio percorso formativo verso la scoperta di sé, in odor di reciprocità, che coinvolgerà anche Elena e Mario, in viaggio sulle tracce dei due …

Giulio Pranno (Movieplayer)

Presentato, fuori concorso, alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di VeneziaTutto il mio folle amore, ultima regia di Gabriele Salvatores, anche sceneggiatore insieme a Sara Mosetti ed Umberto Contarella, ispirato liberamente al romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Eras (edito da Marcos y Marcos), a sua volta basato su una storia vera, deve il suo titolo ad un verso della canzone Cosa sono le nuvole eseguita da Domenico Modugno e scritta da Pier Paolo Pasolini per l’episodio dall’omonimo titolo del film ad episodi Capriccio all’italiana, 1964; come ho già avuto modo di scrivere in altri articoli, Salvatores ha sempre manifestato ad ogni nuova realizzazione, anche a costo di lasciare spiazzati gli spettatori, la voglia di sperimentare ed innovare, e così anche in Tutto il mio folle amore abbraccia sì il genere a lui tradizionalmente caro del road movie, al cui interno sviluppare l’altrettanto sentita tematica del viaggio in sé, al di là della meta da raggiungere, nella rilevanza delle sensazioni emozionali scaturite lungo il tragitto, giacenti sopite in qualche luogo della nostra anima, oppresse dalla rituale ordinarietà esistenziale, ma prova altresì a conciliare, pur a prezzo di qualche stridio lungo l’iter narrativo, leggerezza e profondità nel visualizzare le tematiche del disagio psicologico, della mancata accettazione, nei riguardi di se stessi come di quanti ci sono vicino, in guisa di proficua diversità, ovvero idonea cartina di tornasole nel riportare alla luce le proprie potenzialità sentimentali, amare nella possibilità  di essere amati.

Valeria Golino e Diego Abatantuono (Amica)

Il film si avvale poi di una vivida espressività, vuoi per l’attenta composizione delle immagini, con un impatto visivo esaltato nella sua naturalità dalla fotografia di Italo Petriccione, vuoi per la felice combinazione del girato con una colonna sonora che si avvale dell’impiego, un po’ ruffiano, di note canzoni, vuoi, in particolare, per una regia incline ad affidarsi alle ottime interpretazioni attoriali, a partire da quella del giovane Pranno, emozionante, realistica, nel ritrarre un ragazzo la cui sofferenza è sì insita nella consapevolezza di vivere all’interno di un mondo tutto suo, ma anche, se non soprattutto, nel notare, in virtù della sua estrema sensibilità, una mancata accettazione della propria essenza da parte della madre Elena, un’intensa Golino,vibrante di sottesa emotività; non a caso quest’ultima sarà, insieme al figlio, il fulcro portante di un finale emblematico ma che al contempo può offrire il destro a varie interpretazioni, quando una metaforica rinascita di ambedue consoliderà una volta per tutte un legame finora sotteso e problematico, nella reciproca accettazione dei rispettivi atteggiamenti esistenziali, ora plasmati da un’inedita consapevolezza.

Claudio Santamaria e Pranno (Wired)

Rimarchevole anche la resa recitativa di Santamaria, che nei panni di Willi si rivela ottimo cantante, esteriorizzando la fatica di una  paternità metabolizzata sul campo, così come quella di un misurato Abatantuono, il cui Mario va a costituire il vero e proprio ago della bilancia nel compensare drammaticità ed ironia. In conclusione Tutto il mio folle amore è un film che, pur nello squilibrio a volte evidente tra tono fiabesco e realismo, non lascia indifferenti, soprattutto per il trasporto sincero scaturente dalla narrazione, un abbraccio empatico che scalda i cuori e lascia un senso di benefica speranza. Una vera e propria eversione, di questi tempi.


2 risposte a "Tutto il mio folle amore"

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