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Un ricordo di Valeria Valeri

Valeria Valeri

E’ morta ieri a Roma, sua città natale (1925), Valeria Valèri (V. Tulli all’anagrafe), attrice prevalentemente teatrale, a suo agio nell’interpretare con maestria e naturalezza tanto ruoli drammatici che brillanti, potendosi avvalere a tale ultimo riguardo di un’insinuante ironia, la quale trovava espressione in un disarmante sorriso, così come in un ricercato uso della timbrica vocale. Il suo debutto sulle scene avvenne a Forlì, all’interno della compagnia di Laura Carli, stagione teatrale 1948-1949, nello spettacolo Caldo e freddo di Fernand Crommelynck, dopo aver seguito i corsi di recitazione tenuti da Elsa Merlini ed aver partecipato, conseguendo il secondo posto, ad un concorso di annunciatrice radiofonica indetto dalla Rai. L’affermazione definitiva arrivò a partire dalla stagione 1955-1956, quando l’attrice entrò a far parte della compagnia del Teatro Stabile di Genova e soprattutto una volta che aderì alla Compagnia Attori Associati, della quale facevano parte interpreti quali Ivo Garrani ed Enrico Maria Salerno, dando il via insieme a quest’ultimo ad un rilevante sodalizio, in scena come nella vita. Continua a leggere

Tony Musante (1936-2013)

Tony Musante

Tony Musante

Ci lascia l’attore italo americano Tony Musante (Anthony Peter Musante, Bridgeport, Connecticut, 1936 ), morto a New York lo scorso martedì 26 novembre, la cui carriera ha avuto un fortunato svolgimento nel nostro paese in particolar modo negli anni ’70, quando venne chiamato da diversi produttori e registi alla ricerca di nomi esotici da inserire nel cast di vari film, che funzionassero da valido richiamo per il pubblico.

01343001Musante, attore forse dalla simpatia non immediata, volto da “duro”, espressione ambigua, oscillante tra il tormentato e il malinconico, pur con una recitazione incentrata sul “metodo” riuscì comunque ad adattarsi ai diversi generi, propri del cinema italiano dell’epoca, dal western (Il mercenario, ’68, Sergio Corbucci) alla commedia (Metti una sera a cena,’69, Giuseppe Patroni Griffi), senza dimenticare i titoli che gli diedero la notorietà nel nostro paese, il drammatico- sentimentale Anonimo veneziano e l’innovativo horror-thriller L’uccello dalle piume di cristallo, entrambi del ’70, esordi registici, rispettivamente, di Enrico Maria Salerno e Dario Argento.

avNato da una famiglia di italo-americani, dopo il diploma all’Oberlin College Musante lavorò qualche anno come insegnante, per poi esordire nel 1960 sui palcoscenici dell’off-Broadway.
Tre anni dopo venne notato dal produttore David Susskind, che lo volle, nel ruolo di un giovane delinquente, nello sceneggiato televisivo Ride With Terror, cui seguirono altre interpretazioni in vari telefilm (come Alfred Hitchcock presenta).
Nel ‘68 debuttò sul grande schermo, con la versione cinematografica proprio del citato Ride With Terror, The Incident, di Larry Peerce (da noi noto col titolo New York ore tre: l’ora dei vigliacchi).

mmDa qui prese il via una carriera suddivisa fra Italia ed America, comprensiva di titoli cinematografici, oltre a quelli citati, come L’ultima fuga (The Last Run, ’68, Richard Fleischer), Il caso Pisciotta (’72, Eriprando Visconti), Goodbye & Amen (’77, Damiano Damiani), Eutanasia di un amore (’78, Enrico Maria Salerno) e televisivi (Sulle strade della California, Police Story; Toma; Oz). Proprio nell’ambito del piccolo schermo, dopo due buone prove al cinema negli anni ’80 ( La gabbia, Giuseppe Patroni Griffi; Il pentito, Pasquale Squitieri, entrambi dell’85), è rinvenibile l’ultimo lavoro di Musante, il ruolo di Don Luigi Vitiello nella serie Pupetta – Il coraggio e la passione, Luciano Odorisio, girata nel 2011.

Un ricordo di Marcello Gatti

Marcello Gatti

Marcello Gatti

E’ morto lo scorso martedì, 26 novembre, a Roma, sua città natale (1924), Marcello Gatti, direttore della fotografia tra i più abili ed inventivi del nostro cinema. La mente va a La battaglia di Algeri (1966), di Gillo Pontecorvo, col quale aveva già lavorato nel ’60 per Kapò: è al suo intuito creativo che si deve la notevole forza espressiva emanata dalle immagini del film, in bianco e nero, volte a ricostruire i vari accadimenti, alle quali riuscì a conferire, controtipando più volte il negativo, un particolare effetto cinema verité, offrendo particolari contrasti, anche riguardo la luminosità, piuttosto ruvidi ed aspri.

Una tecnica già in parte sperimentata in Un giorno da leoni, ’61 (suo esordio come direttore della fotografia) e Le Quattro giornate di Napoli,’62, entrambi diretti da Nanny Loy. Per il lavoro ne La Battaglia di Algeri, Gatti ottenne il Nastro d’ Argento nel’67 e continuò a collaborare con Pontecorvo in Queimada (1969) e, dieci anni più tardi, in Ogro:nel primo Gatti lavorò insieme a Giuseppe Ruzzolini, il quale gli fu poi d’aiuto nel conferire un particolare tono grottesco e surreale agli interni del film Che? (What?, Roman Polanski, ’72).

untitledrNell’ambito di una quarantennale carriera, comprensiva di lavori televisivi (Specchio segreto, La piovra 5-6-7) e poliedriche incursioni nei generi (come il thriller La tarantola dal ventre nero, ’71, Paolo Cavara, o i poliziotteschi Mark il poliziotto, Stelvio Massi, e La polizia ha le mani legate, Luciano Ercoli, entrambi del ‘75), merita di essere ricordata, fra i tanti lavori, la fotografia di Anonimo veneziano (Enrico Maria Salerno, ’70), particolare impasto di toni ora patinati, ora plumbei, idonei a sottolineare, nell’alternanza delle immagini, l’evidente simbiosi tra la malattia del protagonista (Tony Musante) e la decadenza della città lagunare, oltre l’impossibilità di ricostruire un rapporto con l’ex moglie Valeria (Florinda Bolkan).

imagesGatti conseguì al riguardo un altro Nastro d’Argento, cui si aggiunse, nello stesso anno, ma per la categoria bianco e nero, quello ottenuto per Sierra Maestra (Ansano Giannarelli), quasi un ritorno alle suggestioni visive de La battaglia d’ Algeri.
Gatti, il cui ultimo lavoro cinematografico è risalente al ‘91 (Venere paura, Hirta Solaro) è stato presidente dell’Associazione Italiana dei direttori della fotografia (Aic).

Luigi Magni (1928-2013)

Luigi Magni

Luigi Magni

E’ morto stamane, domenica 27 ottobre, a Roma, sua città natale, Luigi Magni, regista cinematografico e teatrale, sceneggiatore e soggettista. Non sempre, almeno a mio avviso, è stata tenuta nella giusta considerazione la sua abilità nel conciliare la spettacolarità propria di un accurato affresco storico con un ben calibrato senso drammaturgico e in particolare merita attenzione l’indubbia perizia affabulante nel narrare i vari accadimenti a misura di essere umano.
E’ riuscito, infatti, a rendere evidente come gli abusi del potere costituito (ecclesiastico e civile), per quanto circoscritti all’epoca della loro messa in atto, fossero ancora radicati nell’attualità di ogni giorno, una sorta di lascito obbligatorio, all’insegna della sopraffazione espressa dai più forti verso i più deboli.
Non ha poi trascurato di sottolineare, riguardo quest’ultimi, nell’ alternanza fra toni ora bonari ora sarcastici, l’incapacità di mutare l’ordine delle cose facendo forza comune, lasciando spesso l’azione a singoli gruppi o a qualche individuo intento a combattere l’ingiustizia con modi sottili, insinuandosi all’interno della stessa macchina governativa, ed entrambi destinati alla sconfitta o ad un calcolato ripiego.

00410003Quelli descritti sono d’altronde i tratti salienti dell’opera che conferì a Magni la grande popolarità, dopo l’esordio come regista nel ‘68 con la commedia Faustina, ovvero Nell’anno del Signore, ’69, ispirato alla condanna a morte subita dai repubblicani Angelo Targhini e Leonida Montanari nel 1825.
E’ un film in cui risalta tanto un notevole cast (Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Alberto Sordi) quanto, soprattutto, una messa in scena piuttosto partecipe, pregna di un sentito impegno sociale ancor prima che politico, attenta ad evidenziare ogni ingiustizia messa in atto dal potere temporale, una chiesa orfana, in quanto ordine costituito, di qualsivoglia misericordia o comprensione umana (non manca, anche se come vicenda secondaria, un riferimento all’antisemitismo espresso dal clero del tempo), e l’ ignavia popolare nell’assecondare l’andamento dei fatti, quasi senza colpo ferire.

jhjE’ il primo episodio di una ideale trilogia che proseguì con In nome del Papa Re, ’77 (David di Donatello come Miglior Sceneggiatura), film dove risalta ancora di più, anche per la bellissima interpretazione offerta da Manfredi, la prevalenza dell’umanità sugli eventi storici, grazie alla forza espressa da sentimenti quali amore e comprensione, elevati a valori dominanti contro ogni rifiuto di dialogo, almeno chiarificatore se non propriamente conciliante.
La conclusione si ebbe con In nome del popolo sovrano, ’90, ambientato ai tempi della Repubblica Romana, nel 1849, pellicola forse un po’ discontinua nell’impostazione complessiva, anche riguardo le caratterizzazioni dei personaggi, non tutte delineate con eguale vigore, ma sempre vitale nei suoi temi di fondo e nell’ispirazione genuinamente popolare, caratteristica quest’ultima che si ritrova facilmente anche in altri lavori di Magni come, fra gli altri, La Tosca del ’73 (tra gli interpreti, Monica Vitti, Gigi Proietti, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman), l’interessante dittico dedicato all’antica Roma con Scipione detto anche l’Africano, ’71, e Secondo Ponzio Pilato, ’87, o la sua ultima realizzazione per il grande schermo, La carbonara, girato nel ’99.

Nino Manfredi, "In nome del Papa Re"

Nino Manfredi, “In nome del Papa Re”

Da non dimenticare l’attività di sceneggiatore sia teatrale (la collaborazione con Garinei e Giovannini per Rugantino, ’62, Il giorno della tartaruga,’64, e Ciao Rudy,’66) che cinematografico, lavorando al riguardo per vari registi, prima e dopo aver esordito dietro la macchina da presa, come Camillo Mastrocinque (La cambiale, ‘59; Il corazziere, ‘60), Pasquale Festa Campanile (Un tentativo sentimentale, ‘63), Alberto Lattuada (La mandragola, ‘65), Mario Monicelli (La ragazza con la pistola, ’69), Nino Manfredi (Per grazia ricevuta, ’71). Ugualmente da ricordare i lavori televisivi, da State buoni se potete, ’84, a La notte di Pasquino, 2002, ancora una volta con Manfredi protagonista, l’ultima realizzazione del regista romano, cui va riconosciuto il merito di aver mantenuto vivo il ricordo del nostro passato, anche durante periodi dominati da confusi e calcolati revisionismi, per farci comprendere meglio il presente. Il mio pensiero finale è che Magni abbia saputo adattare al mutare dei tempi la famosa locuzione Storia maestra di vita, attribuita a Cicerone, nella beffarda consapevolezza che l’unico insegnamento appreso al riguardo dall’umanità nel corso dei secoli venga rappresentato dalla certezza di non voler apprendere alcunché.

L’armata Brancaleone (1966)

9260L’armata Brancaleone, di Mario Monicelli, anche sceneggiatore insieme ad Age & Scarpelli è un film genialmente prorompente nella sua forza diversiva dalla classica “commedia all’italiana”, tanto da divenire fenomeno di costume, visto che ancora oggi si parla di “armata Brancaleone” per indicare qualche sgangherata compagnia volta al compimento di imprese ben al di sopra delle proprie potenzialità.

Un cavaliere arriva in uno sperduto villaggio, appena assaltato dai briganti,e li mette in fuga, ma a sua volta viene assalito da dei ladruncoli che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso; tra quanto sottrattogli, il ricettatore Abacuc (Carlo Pisacane)trova una pergamena che attesta l’investitura del feudo di Aurocastro:occorre convincere qualcuno a sostituirsi al defunto ed unirsi a lui nel prendere possesso delle terre. Fa al caso tal Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), cavaliere male in arnese, che si mette al comando della scalcinata compagnia: lungo il percorso incapperanno in varie avventure: l’incontro con il bizantino Teofilatto (Gian Maria Volontè) ed una compagnia di penitenti capeggiata dal frate Zenone (Enrico Maria Salerno), l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una promessa sposa (Catherine Spaak)…

Pur con qualche slegamento che si delinea man mano nella narrazione, il film è mirabile in primo luogo per l’idioma adoperato dai personaggi, geniale miscuglio di vari dialetti italiani e latino maccheronico, gergo popolano e linguaggio altisonante dai risvolti a dir poco esilaranti, poi per demitizzare il Medioevo dei ricordi scolastici, allontanandosi da un’iconografia oleografica e romantica, offrendone una rilettura certo nuova ed originale, sfruttandone i luoghi comuni e deformandoli giocando sul filo dell’ironia e del grottesco per stemperare il tono estremamente realistico della narrazione, pur in un impatto visivo e scenografico quantomeno originale (vedi i costumi di Piero Gherardi).

Con qualche debito figurativo verso la filmografia giapponese ( La sfida del samurai, Kurosawa, ’61) e attingendo ad una ricca sorgente letteraria (dal Don Chisciotte di Cervantes al Cavaliere inesistente di Calvino, passando per Pulci), si delinea la poetica cara al regista: l’antieroismo, la presa in giro del genere avventuroso, piccoli uomini che divengono protagonisti della Storia, anche loro malgrado, tra cavalieri ben lontani dal mito, straccioni, appestati e morti di fame, protesi al Cielo come speranza ma saldamente attaccati alla terra nella lotta per sopravvivere; indimenticabile l’interpretazione dell’immenso Gassman, tra teatralità e fregolismo, smargiasso e sbruffone, un po’ ronin, il samurai senza padrone, anche nel look, e un po’ Don Chisciotte, fermo seguace di un codice cavalleresco in cui sembra credere solo lui, nonostante la vita gli offra, spesso ed inesorabilmente, il conto; ma tutti gli attori offrono gustose interpretazioni, come il decadente Teofilatto di Volontè e l’invasato frate di Salerno. Da ricordare le musiche di Rustichelli e il riuscito sequel Brancaleone alle crociate, ‘70.