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Quel Fenomeno di Jimmy

Luigi Origene Soffrano- Jimmy il Fenomeno

Nel mondo dello spettacolo, e del cinema nello specifico, è facile riscontrare artisti dalla diversa formazione, attori che mettono a frutto il proprio talento, magari perfezionato da anni di studi, calcando le scene con disinvolta bravura e capacità d’immedesimazione nel personaggio di cui si rivestono i panni, così come caratteristi abili nel rendere individuabile una semplice macchietta, o il classico “tipo”, non solo grazie alle consuete sfumature umoristiche o drammatiche, volte a conferire un ben preciso percorso all’interno dell’ impianto narrativo, ma anche in virtù di determinate particolarità fisiche o comportamentali nello svolgersi di una scena, sino all’identificazione totale con il genere cinematografico in cui ci si trovava frequentemente a recitare. Continua a leggere

Box Office 3D-Il film dei film

4444Da tempo non mi succedeva di uscire dal cinema con un forte senso d’imbarazzo, per di più misto a rabbia e sensazione di essere stato offeso nella mia dignità di spettatore, come dopo la visione di Box Office 3D-Il film dei film, ultima regia di Ezio Greggio, a 12 anni di distanza da Svitati (seguente a Killer per caso, ’97 e al suo esordio dietro la macchina da presa, Il silenzio dei prosciutti, ’94). Veramente un brutto film, diretto male ed interpretato peggio, becero amalgama tra goliardia e carnevalata, senza avere la gioiosa spensieratezza dell’una e la dimensione artistica dell’altra, riducendo e stravolgendo il concetto e il senso della parodia in una serie di sketch stantii, dal sapore fortemente televisivo, che, pur volendo concedere l’attenuante della buona fede, non solo con il cinema non c’entrano un bel niente, ma neanche suscitano la benché minima sorpresa o invito al riso.

Fa senso sentire poi citare, tra inverecondia e faccia di tolla, Totò, i mai troppo compianti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia o, andando fuori dall’ Italia, Mel Brooks e gli Zucker: quelle parodie di cui erano interpreti o registi, almeno prima delle varie derive, si facevano forza di una sceneggiatura capace di sfruttare l’integrità narrativa dell’opera originale, sapendone cogliere i lati deboli e traducendoli in valide gag, ovviando alle lacune con studiata improvvisazione e contando sull’affiatamento dell’intero cast, con solidi caratteristi, oltre che di una direzione, per quanto a volte debole o limitata alla stretta funzionalità, prodiga comunque a contenere le derive della volgarità o della grossolanità, pur attingendovi, sempre con misura.

Certo, lo sappiamo tutti, i principi della risata sono la botta in testa e la caduta, così come abbiamo appreso negli anni che ulteriori arricchimenti di una comicità slapstick possono essere il nonsense o il gioco surreale, ma gli sceneggiatori (lo stesso Greggio, Fausto Brizzi, Marco Martani, Rudy De Luca, Steve Haberman) qui non si sforzano minimamente di adattare questa classicità all’inventiva, limitandosi a scimmiottare pedissequamente, nel tentativo d’irridere i più famosi blockbuster americani, tra siparietti autoconclusivi e finti trailer, situazioni già viste, a volte anche volgarotte o fini a se stesse (Viagratar) banalizzando i tempi comici e riducendo la presenza di bravi attori (tra i tanti, Ric, Maurizio Mattoli, Gianfranco Jannuzzo, Gigi Proietti, Enzo Salvi, Biagio Izzo, Antonello Fassari) a semplice comparsata, caratterizzata sempre sul filo dell’ovvio e della coazione a ripetere.

Tra un Gladiator 2 ed un Harry Sfotter e l’età della pensione, dove Anna Falchi si concede l’impossibile, dare il peggio di sé, mischiando e rimischiando, raschiando e accumulando, con qualche blando riferimento alla realtà, vagamente satirico, si arriva ad un finale pretestuosamente e presuntuosamente metacinematografico, appena ravvivato dalla presenza di Gina Lollobrigida, che risalta su tutti, essendo l’unica a non recitare sul serio, e da una battuta decente, ripetuta anche in forma di didascalia, “Viva il cinema”, a risaltare tristemente come la vera, concreta, forma parodica dell’intero film. Da segnalare un 3D francamente inutile, poco importa se sia o meno la prima produzione italiana, visto l’uso pedestre che se ne fa, e, ciliegina sulla torta, l’avergli affidato la preapertura, fuori concorso, della 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, a dimostrazione che non solo Dio esiste, ma estrinseca i suoi favori nelle forme più insolite.

Al via la 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

Vittoria Puccini

Vittoria Puccini

Dopo la preapertura di stasera, con la proiezione, in odor di miracolo, del film di Ezio Greggio Box Office 3D e i festeggiamenti relativi al recente compleanno di Lina Wertmuller, si aprirà ufficialmente domani, mercoledì 31 agosto, madrina l’attrice Vittoria Puccini, la 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, diretta da Marco Mueller e presieduta da Paolo Baratta; la conclusione sabato 10 settembre, quando la Giuria, presidente il regista, produttore e sceneggiatore statunitense Darren Aronofsky, assegnerà i premi ufficiali relativi alle opere in concorso, a partire dal Leone d’Oro per il miglior film.

George Clooney

George Clooney

Dando uno sguardo alle opere in concorso e fuori concorso, relativamente alla sezione principale, ciò che mi sembra risultare a primo acchito è come la presenza delle pellicole americane appaia improntata, in linea di massima, relativamente a tematiche e stile, ad una certa classicità, più che sulla spettacolarizzazione, a partire dal film d’apertura, The Ides of March, regia di George Clooney, tratto dalla pièce teatrale Farragut North di Beau Willimon; riguardo invece il nostro cinema, direi che appare ben rappresentato, tra intimismo (Quando la notte, Cristina Comencini, tratto dal suo omonimo romanzo, con Claudia Pandolfi e Filippo Timi), attenzione critica al reale e al sociale (Terraferma, Emanuele Crialese) e voglia di sperimentare (L’ultimo terrestre, esordio registico del disegnatore ed illustratore Gianni Pacinotti, in arte Gipi), mentre tra le altre opere in gara risaltano titoli quali Carnage, Roman Polanski, Killer Joe, William Friedkin, 4:44 Last Day on Earth, Abel Ferrara, A Dangerous Method, David Cronenberg, Life Without Principle (Dyut Ming Gam), Johnny To.

Nella sezione Fuori concorso, a far compagnia, tra gli altri, a Madonna, W.E., Al Pacino, Wilde Salomè, o a Steven Soderbergh, Contagion, appaiono i nomi di Ermanno Olmi, Il villaggio di cartone, quelli di Francesco Maselli, Carlo Lizzani, Ugo Gregoretti, Nino Russo, Scossa, senza dimenticare l’evento speciale della kermesse, Questa storia qua, documentario su Vasco Rossi, realizzato da Alessandro Paris e Sibylle Righetti, anche se è sempre la sezione Controcampo italiano, equamente suddivisa tra lungometraggi, cortometraggi e documentari, ad offrire il miglior colpo d’occhio sulla situazione del nostro cinema e la sua capacità d’andare incontro a determinate tendenze, se non di anticiparle: qui, tra gli esordi dietro la macchina da presa, oltre a Scialla!, dello sceneggiatore Francesco Bruni e a Il maestro, dell’attrice e produttrice Maria Grazia Cucinotta, rispettivamente lungometraggio e cortometraggio di apertura, ecco Andata e ritorno (work-in-progress) di Donatella Finocchiaro, o titoli certo intriganti, almeno sulla carta, come Pivano Blues – Sulla strada di Nanda, Teresa Marchesi o L’arrivo di Wang, Manetti Bros.

Marco Bellocchio

Marco Bellocchio

Ricordando, infine, l’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera a Marco Bellocchio, in onore del quale verrà proiettato una nuova versione de In nome del padre, ’71, oggetto di un particolare director’s cut, la mia speranza è che al di là delle passerelle sul red carpet, ostentato glamour e le solite, immancabili, polemiche, a vincere più che i migliori, aggettivo che in fondo, cinematograficamente parlando, non vuol dire nulla, siano opere magari imperfette o con qualche squilibrio espresso a vari livelli, ma capaci di trarre forza da questa insolita diversità, esprimendo coraggio, coerenza e determinazione nel portare avanti una semplice idea, invogliando il pubblico a farla propria come a discuterne, contribuendo a conferire alle pellicole una valida dimensione artistica, espressa anche sul campo.

Bubba Smith, gigante buono

Bubba Smith

Bubba Smith

Non so se per molti di voi sia lo stesso, ma per quanto mi riguarda vi sono attori non propriamente o “tecnicamente” tali, spesso presenti nel cast di film non certo d’autore, che rimangono fortemente impressi, spesso più nel cuore che nella mente, per via di una certa naturale simpatia, magari espressa spontaneamente, con gesti o parole, senza particolari mediazioni, per cui quando vengono a mancare è facile restare particolarmente dispiaciuti.

E’ quanto mi è successo nell’apprendere la scomparsa di Charles Aaron Smith, meglio noto con il nome di Bubba Smith, l’imponente sergente Moses Hightower, poche parole, modi spicci e cuore d’oro, della nota saga cinematografica Scuola di polizia (ha preso parte a sei dei sette capitoli girati, dal 1984 al 1989), trovato morto nella sua casa di Los Angeles. Smith, che aveva 66 anni, prima di divenire attore, dividendosi tra varie serie televisive (Charlie’s Angels, Truck Driver, La famiglia Bradford, Sabrina, vita da strega, Otto sotto un tetto, MacGyver) e il grande schermo, a partire dagli anni ’80 (oltre la citata saga, Balle spaziali, Mel Brooks, ’87, Il silenzio dei prosciutti, Ezio Greggio, ’93), è stato un asso del football, ai tempi dell’università e poi professionista in varie squadre (Oakaland Raiders, Houston Oilers, Baltimore Colts, squadra con cui vinse un Super Bowl nel ’71); ultimo film cui ha preso parte, l’horror del 2010 Blood River, Shedrack Anderson III.

Giffoni Film Festival 2011

imagesCAFFT966Dal 12 al 21 luglio prenderà il via, nella consueta location di Giffoni Valle Piana (SA) la 41ma edizione di Giffoni Film Festival, rassegna cinematografica volta al pubblico giovanile, al suo totale coinvolgimento, con una sempre maggiore apertura verso altri paesi e un moltiplicarsi d’eventi ed iniziative; tema scelto quest’anno come connotazione della kermesse, il link, tanto nel significato proprio del web che nella sua portata estensiva di legame volto alla condivisione: esplicativa al riguardo la sezione Verso Sud, focalizzata su Salerno e provincia, con due cortometraggi e un lungometraggio: Il bambino d’inchiostro (il link tra diverse forme d’arte e di racconto), Una fortuna da ricordare (il legame familiare la cui ricchezza e forza va ricordato ogni giorno), Al destino non chiedere quando (una ragazza divisa tra due mondi: è legata alla famiglia adottiva ma viene rapita dalla madre naturale); anche la prevista parte musicale verterà su tale tematica, con artisti provenienti dalle più disparate realtà locali ad intersecarsi con i big della musica nazionale ed internazionale (Marching Jazz Band, Almamegretta, Capone & Bungt Bangt, Co’ Sang, 24 Grana, Foja, Mads Langer Hooverphonic).

I giovanissimi giurati, 3300 in totale, con età tra i 3 e i 23 anni, provenienti da 51 nazioni (si sono aggiunti i rappresentanti di Afghanistan, Qatar, Nigeria, Romania, Russia e Ucraina) e 150 città italiane, dovranno visionare e giudicare le tante pellicole, tra corto e lungometraggi, nell’ambito delle varie sezioni in cui si suddivide la competizione, con tematiche come la diversità e l’incomunicabilità, passando per la ricerca del senso della vera amicizia e finendo col tema della violenza, fisica e psicologica, tra coetanei: Elements+3 (3-5 anni), Elements+6 (6-9 anni), Elements+10 (10-12 anni), Generator+13 (13-15anni), Generator+16 (16-17 anni), Generator +18 (dai 18 anni in poi). Sezioni non competitive sono: Italia 150 (una rassegna di film italiani incentrati sul racconto di rilevanti momenti storici del nostro paese, in collaborazione con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia Cineteca Nazionale), Reload (i migliori film per ragazzi, già usciti nelle sale ed ora riproposti per il pubblico del Festival, con proiezione all’aperto), Parental Control (anche qui film già distribuiti in Italia, una rassegna speciale dedicata a tutti i genitori che frequentano il Festival), Short Links (8 cortometraggi animati per raccontare legami di ogni genere), Right Links (4 corti selezionati in collaborazione con Amnesty International).

Ad inaugurare questa 41esima edizione, preceduta l’11 luglio dalla Maratona di Harry Potter, l’anteprima esclusiva dell’ottavo e ultimo film della saga del maghetto nato dalla penna di J.K. Rowling, Harry Potter e i doni della morte, Parte 2, distribuito dalla Warner, cui ne seguiranno altre nei giorni seguenti (tra cui I pinguini di Mr. Popper, interprete Jim Carrey., sui nostri schermi il 12 agosto, Il signore dello zoo con Kevin James, Almeno tu nell’universo, opera prima del 22enne Andrea Biglione, nelle sale italiane il 26 agosto, Un italiano ad Hollywood, documentario del giornalista Rai Tonino Pinto sulla figura di Dino De Laurentiis, Kung Fu Panda 2, che ha già avuto la sua premiere a Taormina, il trailer ufficiale di Box Office 3d:il film dei film, diretto e interpretato da Ezio Greggio, con Gina Lollobrigida).

Nell’ambito poi della sezione speciale Giffoni Masterclass circa 100 ex-giurati del Festival ed aspiranti attori, registi, scrittori tra i 18 e i 23 anni, saranno impegnati in gruppi, a scrivere, dirigere e montare un cortometraggio; gli ospiti di questa edizione (tra i tanti, Andrej Končalovskij, Michael Brandt, Oliviero Toscani, Paolo Bonolis, Luciana Littizzetto, Martha De Laurentiis, Ascanio Celestini e Willwoosh) terranno delle lezioni che abbracceranno ogni espressione artistica, dal cinema alla tv, dal teatro alla musica; interessante poi lo spazio riservato al teatro, inaugurato dieci anni fa, con la rassegna Il Posto delle Favole, come quello previsto per l’arte contemporanea, la mostra Linkolors.Pictures/Images e la danza, dal 3 al 14 luglio stage, performance, laboratori e formazione con i grandi dell’arte tersicorea, docenti, ballerini e coreografi (Amedeo Amodio, Elisabetta Terabust, Liliana Cosi, Dominich Walsh, Giuseppe Picone, Stefania Figliossi, Hektor Budlla, Nicolò Noto, Andrijasenko Timofeijs, Anbeta e Macario, testimonial di Giffoni-Danza).

Maggiori informazioni su orari ed eventi:www.giffonifilmfestival.it

3D Italian Style

Gina Lollobrigida e Ezio Greggio

Gina Lollobrigida e Ezio Greggio

Aria di novità nell’ambito del cinema italiano, sempre dato per morto o comunque agonizzante, ma in realtà pronto a risorgere dalle sue stesse ceneri, come la mitica araba fenice: dopo la pletora di commedie, vero e proprio fiume in piena, ad assecondare la voglia di divertimento leggero ma non propriamente disimpegnato, lontane, spesso in egual misura, tanto da tracimazioni scatologiche che dai toni fustiganti ed insieme riflessivi di un tempo, improntate, generalmente, ad una bastevole e “sana” gradevolezza senza colpo ferire, si preannuncia tutta una serie di film nostrani volti a sfruttare la sempre osannata, ma mai realmente vincente sul campo, tecnologia della terza dimensione, della visione stereoscopica, però, questa è la lieta novella, con modalità di realizzazione lontane dal concetto di giocattolone spesso farlocco (Avatar a parte, sinora) che ha accompagnato in questi ultime anni numerose produzioni della “fabbrica dei sogni”.

Spulciando tra giornali e web i titoli in programma sono vari e per tutti i gusti: si va da quello che dovrebbe essere il primo film in arrivo, a settembre, Box Office 3D, parodia stile Friedberg e Seltzer (non scomodiamo Mel Brooks, a volte è meglio il buon ricordo di ciò che si è stati che prendere atto di ciò che ora si è) dei vari “filmoni” campioni d’incasso al botteghino, per la regia di Ezio Greggio, interprete Gina Lollobrigida, passando per Who Killed Caligula? di Tinto Brass e Sex 3D di Fausto Brizzi, e in tal caso ci si potrebbe sbizzarrire su quale significato attribuire a termini quali “profondità di campo” o “possibilità di toccare con mano”, ma, celia a parte, la vera cartina di tornasole, ricordando anche gli annunciati Dracula di Dario Argento e Il tesoro di Pompei di Michele Soavi, mi sembra possa essere rappresentata dalla circostanza che Bernardo Bertolucci si appresti a visualizzare il romanzo Io e te di Niccolò Ammaniti con la suddetta tecnica.

Sarebbe infatti, anzi è, il segnale più evidente della riscoperta da parte del nostro cinema della sua capacità di sperimentare, guardando alle produzioni americane non per scimmiottarle pedissequamente, ma per elaborarle e farle proprie, dando nuova linfa vitale al termine “all’italiana”, mai realmente dispregiativo, connotando e caratterizzando i vari generi un po’ come si era fatto negli anni passati (western, giallo, poliziesco, horror), combinando felici intuizioni con l’artigianalità e l’inventiva pronte ad ovviare alla mancanza di mezzi e, soprattutto, fondi.