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Buon compleanno, Franca Valeri! – Il segno di Venere (1955)

Franca Valeri (Corriere della Sera)

Auguri di un felice compleanno a Franca Valeri (no, non si svela l’età di una signora, ma che cafoni, nonchè ordinari …) la cui sapida arguzia, le sottolineature ironiche di un certo tipo di borghesia milanese tutta snob e birignao o del cattivo gusto un po’ cafonesco di certa Roma, risultano quanto mai attuali e dimostrano l’intuitivo saper guardare lontano di un’attrice che il nostro cinema non sempre ha saputo valorizzare al meglio, autrice di testi teatrali ironici ed intelligenti, così come di sceneggiature cinematografiche profonde e attente alla psicologia dei personaggi, portatrice di una signorilità e di un portamento esemplari, nella vita come nel calcare le scene. Continua a leggere

Ritratti femminili nel cinema italiano tra emancipazione e autodeterminazione

untitledRiporto di seguito la trascrizione del mio intervento d’introduzione e commento relativo alla rassegna cinematografica “Ritratti femminili nel cinema italiano tra emancipazione e autodeterminazione”, che ha avuto luogo nei giorni 11 marzo, 18 marzo e 1° aprile presso l’ex Convento dei Minimi di Roccella Jonica (RC), evento compreso nel cartellone dei Caffè artistico-letterari 2016, organizzati dal Circolo di Lettura dell’ A.R.A.S. – Progetto Cinema e dal Comune della cittadina.
Ad entrambi rivolgo nuovamente da queste pagine i ringraziamenti per la cortese ospitalità, così come rinnovo un caloroso grazie allo staff tecnico e al pubblico presente in sala, sempre piacevolmente attento e partecipe nel corso delle presentazioni e proiezioni dei titoli proposti (Il segno di Venere, La ragazza con la pistola e Scusate se esisto!).

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Roccella Jonica (RC): “Ritratti femminili nel cinema italiano tra emancipazione ed autodeterminazione”

123antonioGrazie a quanti hanno aderito all’invito rivolto a sostenere l’istituzione di un Comitato Promotore inteso a promuovere un Progetto Cinema all’interno del Gruppo di Lettura dell’ARAS di Roccella Jonica, versando una quota associativa di 20 euro, a partire da venerdì 11 marzo prenderanno il via le rassegne cinematografiche de I Caffè Artistico- Letterari 2016.
Appuntamento alle ore 18 presso l’ex Convento dei Minimi di Roccella Jonica (RC) con Ritratti femminili nel cinema italiano, tra emancipazione ed autodeterminazione.
Attraverso la proposizione di tre film, compresi nel genere della “commedia all’italiana”, si è inteso rappresentare altrettante figure di donne nell’ambito di diversi anni, dal 1955 ai giorni nostri, dalla pungente e sarcastica Franca Valeri de Il segno di Venere, per la regia di Dino Risi, qui contrapposta ad una spigliata Sophia Loren, passando per Monica Vitti, siciliana in cerca d’emancipazione ne La ragazza con la pistola (Mario Monicelli, 1968) arriveremo alla forte determinazione espressa da Paola Cortellesi in Scusate se esisto! (Riccardo Milani, 2014). Introduzione e commento a cura di Antonio Falcone, critico cinematografico. Di seguito, il calendario della rassegna. Prossimi incontri ad aprile (Il fascino discreto della vecchia Hollywood) e maggio (L’abbiamo tanto amato. Omaggio ad Ettore Scola). Continua a leggere

“Hasta siempre!”, Claudio Sottocornola celebra dieci anni di lezioni-concerto

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Dieci anni di lezioni-concerto sul territorio sono un traguardo rilevante per un docente-giornalista che ha provato, con successo, a trasferire la canzone pop, rock e d’autore dall’ambito del puro intrattenimento e consumo a quello della formazione, della riflessione critica, della ricerca, condotta in totale libertà da vincoli e manierismi prevalenti nel panorama ormai dominato da talent e mercato di genere. Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia al Liceo scientifico L. Mascheroni e di Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza Università di Bergamo, ha infatti esordito negli anni ’80 come giornalista, recensendo e intervistando i maggiori esponenti della canzone in Italia (Paolo Conte, Ornella Vanoni, Mia Martini, Gianni Morandi, Ivano Fossati, Rita Pavone, Pierangelo Bertoli, Milva). In seguito la sua indagine si è estesa al mondo dello spettacolo in genere, offrendo memorabili ritratti di personaggi quali Nino Manfredi, Carla Fracci, Alberto Lattuada, le Gemelle Kessler, Vittorio Sgarbi, Teo Teocoli, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri. Infine ha maturato la decisione di passare “dall’altra parte del vetro”, è entrato in sala di registrazione dove, a partire dai primi anni ’90, ha studiato, interpretato, mixato brani storici della canzone italiana, e non solo, poi pubblicati nella serie L’appuntamento (tre Cd e un Dvd video). Continua a leggere

Aspirante vedovo

1Per quanto regista (Massimo Venier) e sceneggiatori (lo stesso Venier, insieme ad Ugo Chiti e Michele Pellegrini, con la collaborazione di Piero Guerrera) di Aspirante vedovo si siano prodigati nell’esternare che “non è un remake” (excusatio non petita, accusatio manifesta), dopo aver visto il film l’operazione ricalco dell’originale (Il vedovo, ’59, Dino Risi, protagonisti Alberto Sordi e Franca Valeri), nel tentativo di adeguamento ai tempi odierni, si è palesata in modo del tutto evidente e, volenti o nolenti, ne giustifica il confronto. Non è certo il caso di stracciarsi le vesti per lesa maestà cinematografica, perché, come insegna la storia del cinema, qualsiasi film può essere oggetto di un rifacimento, ma l’ obiettività chiede di valutare se quest’ultimo, al di là del rispetto della trama originaria, sia in grado d’apportare qualcosa di veramente inedito, per esempio un approfondimento inerente la psicologia dei personaggi, o l’interpretazione offerta dal regista.

Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto

Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto

Aspirante vedovo avrebbe potuto elargire, soprattutto in fase di scrittura, un po’ di autentico coraggio, rivolto a sezionare chirurgicamente col bisturi della satira i vari bubboni presenti nella nostra attualità, invece di risolvere il tutto lasciando che scorrano battute, non sempre felici, gettate là senza neanche tanta convinzione, giusto per offrire il destro al solito lavacro di coscienza collettivo atto ad offrire momentanea purificazione, fra una riflessione forzata e una risatina a denti stretti.
Risi metteva in scena le contraddizioni di un’Italia in preda all’euforia del boom economico, dove l’elemento affettivo dei rapporti umani iniziava ad essere oggetto di mercificazione, mediando fra la satira di costume e lo humour nero di scuola britannica. Riusciva, inoltre, a contrapporre una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale (riproposizione dell’antica arte d’arrangiarsi), ad una mentalità freddamente industriale, non certo inferiore nelle “doti” espresse, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto al tempo, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza economica.

Alessandro Besentini e De Luigi

Alessandro Besentini e De Luigi

Venier e compagnia, invece di cogliere l’attualità del plot originario e dare vita ad una prosecuzione del suddetto contrasto ai giorni nostri, con tutti i mutamenti “evolutivi” del caso, vedi il Monopoli messo in atto fra “furbetti del quartierino” e i grossi squali della finanza e dell’imprenditoria, hanno reso i personaggi semplici figurine di cartone, che si stagliano su un fondale in apparenza reale, la crisi economica, ma finto nella sua ricostruzione alla bisogna, ovvero fornire spunto alle interpretazioni di Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto.
Il primo, nei panni dell’imprenditore Alberto Nardi, in costante fallimento finanziario per un misto d’inabilità gestionale e tronfia sicumera, non riesce a delineare il ritratto di uomo moralmente meschino, vittima della sua stessa megalomania ed incapace di scendere a patti con i propri limiti ed errori, e tende, ancora una volta, ad offrire la consueta caratterizzazione da giuggiolone sciamannato, comprensiva della solita faccina da cartone animato, fra espressioni ora buffe, ora contrite. Queste si pongono a metà strada fra i cavalli di battaglia dell’attore, il bimbetto scoperto con le mani nella marmellata e il ragazzone redarguito dalla madre per aver sbagliato detersivo nel lavare la camicia (il riferimento a un noto spot di cui il nostro è protagonista non è puramente casuale). Continua a leggere

Il vedovo (1959)

il-vedovo-1959-L-NIWWDZMilano. Il commendatore Alberto Nardi (A. Sordi), proprietario di una fabbrica d’ascensori che non naviga in floride acque, vive al’ombra (e sulle spalle) della consorte Elvira (Franca Valeri), abile invece nell’amministrare il proprio consistente patrimonio e gestirlo in varie attività, oltre a godere di un certo prestigio imprenditoriale.
Stanca di rimediare agli errori del marito (l’affetto coniugale è monetizzato in 70 milioni, elargiti in cinque anni di matrimonio), la donna rifiuta la firma che consentirebbe al suo “cretinetti” di ottenere il finanziamento dalla banca, utile per avere un po’ di respiro, oberato com’è da cambiali e scadenze, visto che il gioco dell’imprenditore navigato prevede anche il mantenimento dell’amante Gioia (Leonora Ruffo) e relativa famiglia (la madre e due sorelle).
Sopraggiunge in tempo utile un incidente ferroviario in cui è coinvolta l’amata Elvira, data per morta, per cui, soffocando il dolore, il nostro ora può pensare in grande, ma il destino gioca strani scherzi e non ammette intermediari …

Alberto Sordi e Franca Valeri

Alberto Sordi e Franca Valeri

Diretto da Dino Risi, anche sceneggiatore ( insieme a Rodolfo Sonego, Fabio Carpi, Dino Verde e Sandro Continenza), Il vedovo è un film che rappresenta l’incontro, nell’ambito della commedia all’italiana, tra un’attenta, graffiante, satira di costume e l’ humour nero, cinico sino al midollo, di derivazione britannica, una mediazione non sempre riuscita in tutto l’arco della narrazione, lambendo i confini della farsa, ma complessivamente valida, vuoi per l’abile regia, vuoi per le ottime interpretazioni attoriali, proprie di tutto il cast.
Risi concretizza la sua capacità, espressa a livello antropologico, di rappresentare le contraddizioni dell’Italia in preda all’euforia del boom economico, dove l’elemento affettivo dei rapporti umani inizia ad essere oggetto di mercificazione, alla stregua di qualsiasi bene materiale.
Viene quindi rappresentata la contrapposizione tra una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale, riproposizione dell’ antica arte d’arrangiarsi, ed una mentalità freddamente industriale, che non le è da meno, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza finanziaria.

Sordi e Leonora Ruffo

Sordi e Leonora Ruffo

Il regista asseconda toni grotteschi e caricaturali, ora pessimistici, ora sarcastici, ben sostenuto da Sordi, abile nel rappresentare la figura di un uomo moralmente meschino, vittima della sua megalomania ed incapace di venire a patti con se stesso, riconoscendo i propri limiti ed errori.
E’ una figura maschile certo debole, a cui fanno buona compagnia il marchese Stucchi, collaboratore affettuosamente servile, già all’epoca figura di gentiluomo d’altri tempi, in lotta tra moralità e sopravvivenza (un pregevole Livio Lorenzon), lo zio (Nando Bruno), il primo finanziatore, che gli fa d’ autista, per finire con l’inetto ingegnere tedesco Fritzmayer (Enzo Petito), tutti messi in ombra ben presto dalle interpreti femminili. La splendida Elvira/Valeri, occhi gelidi e ghigno beffardo, personalità da vendere e gran senso pratico, Gioia/Ruffo, amante in carriera la cui apparente ingenuità è integrata a dovere dalla scaltra avvedutezza della madre (Nanda Primavera), sono personaggi che denotano una notevole attenzione nella definizione delle loro diverse caratteristiche, già in fase di scrittura, intuizione concreta capace di offrire sapidi ritratti, andando al di là delle consuete caratterizzazioni.

Sordi e Livio Lorenzon

Sordi e Livio Lorenzon

Difficile dimenticare, o non apprezzare ancora oggi, varie scene (il piano sequenza iniziale, la narrazione del sogno di Alberto a Stucchi, la morte della moglie, cui fa da efficace contraltare il cinico finale; il ritorno della “morta” al grido di “cosa fai, cretinetti, parli da solo?”, interrompendo i sogni del “vedovo”) o battute che lasciano il segno (tra le tante, la risposta del commendatore all’invito di piangere come utile sfogo dopo la ferale notizia, “magari, non ci riesco”; “per carità signora, diciamo che è stato il destino”, rivolta da Stucchi ad Elvira, che lo ringrazia per averle fatto perdere il treno poi deragliato), sino a quella che chiude il film mentre sopraggiunge il valido motivo musicale del maestro Armando Trovajoli, che ci ha lasciato nei giorni scorsi.

il-vedovo-1959-L-UyB088Pur con qualche lungaggine e il suddetto stridore tra due diversi tipi di comicità, Il vedovo è una valida testimonianza della capacità che aveva la nostra commedia di descrivere la realtà, sperimentando diversi linguaggi cinematografici, spesso prendendo spunto da un episodio di cronaca (il caso Fenaroli) su cui imbastire una valida sceneggiatura, potendo poi fare affidamento su un’accorta direzione nella messa in scena.
Non gli si può poi negare una certa attualità, immaginando la vicenda ai giorni nostri, e del resto ne è in cantiere un remake, in uscita ad ottobre, per la regia di Massimo Venier, con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto protagonisti principali, che dal titolo, Aspirante vedovo, sembra però già voler prendere le distanze dall’originale o, comunque, evitare confronti, i quali saranno, volenti o nolenti, inevitabili. Aspettiamo e vediamo.

Mariangela Melato (1941-2013)

Mariangela Melato

Mariangela Melato

Certe notizie ti lasciano basito, controlli e ricontrolli tutte le fonti possibili e poi non puoi fare a meno d’arrenderti alla verità: Mariangela Melato, grande attrice teatrale e cinematografica, tra le mie preferite, poliedrica, ironica ed autoironica come poche (al momento mi vengono in mente solo Franca Valeri, Monica Vitti e Lella Costa), non è più tra noi … Sì, lo so, rischio la retorica, ma la commozione ha preso il sopravvento …

Ne ricorderò allora, brevemente, i trascorsi artistici, gli studi di pittura all’Accademia di Brera, i lavori come disegnatrice di manifesti e vetrinista, così da poter pagare i corsi di recitazione tenuti da Esperia Sperani, per poi debuttare nel ’60 in Binario cieco di Terron, rappresentato al Teatro Stabile di Bolzano, una volta entrata nella compagnia di Fantasio Piccoli. Da qui in poi il teatro divenne la sua emanazione naturale, tra eleganza innata e quella voce così particolare a creare un raffinato, apparente, distacco, e troverà conferma man mano in altre rappresentazioni (Settimo ruba un po’ meno e La colpa è sempre del diavolo, nel biennio ‘63-‘65, di e con Dario Fo o L’Orlando Furioso di Luca Ronconi, ‘68), arrivando sino ai giorni nostri, con caratterizzazioni sempre di grande impegno ed impatto scenico.

mariangela-melato-1941-2013-L-3FcMfmIl cinema si accorse di lei a partire dal ’70 (Thomas e gli indemoniati, Pupi Avati) e come sul palcoscenico (Alleluia brava gente ’71, Garinei e Giovannini) riuscì a spaziare da ruoli prettamente drammatici (dall’ Elio Petri di La classe operaia va in paradiso, ‘71, e Todo modo, ‘76, a Figlio mio, infinitamente caro, ‘85, Valentino Orsini, passando per vari titoli), ad altri soffusi di toni ironici, venati anche da una certa malinconia.
Certamente fu Lina Wertmüller, ad avviso di chi scrive, l’autrice capace di sfruttare al meglio questa sua alternanza, tradizionalmente propria del grande teatro, tra riso e toni più sfumati, che riusciva anche ad assecondare, sempre con l’abituale eleganza, il tipico senso del grottesco della regista.

mariangela-melato-1941-2013-L-h3PFy5Difficile dimenticare in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, ’74, il duetto tra la sciura Raffaella e il marinaio Gennarino Carunchio (Giancarlo Giannini), siculo e, in aggiunta, comunista, trovatisi soli su un’isola deserta, con il secondo, sorta di novello Spartaco, a mettere in atto una sua personale rivendicazione sociale e a porre fine, almeno per il tempo della forzata convivenza, ad ogni differenza di classe, giusto per citare almeno un titolo rappresentativo della sua vasta filmografia (da ricordare Mimì metallurgico ferito nell’onore, ‘72, e Film d’amore e d’anarchia ,’73, sempre della Wertmülller, Oggetti smarriti, ‘79, e Segreti segreti, ‘85, di Giuseppe Bertolucci), senza appesantire col solito freddo elenco in odor di coccodrillo, che comprenderebbe anche una serie di titoli televisivi, ad ulteriore dimostrazione della grande duttilità.

Mi fermo qui, lascio, a me stesso e a voi che leggete, l’emozione del ricordo, magari andando con la mente a qualche scena delle pellicole citate, cui aggiungo un unico, ma rilevante, rammarico, sempre nell’ottica di una felice smentita: attrici capaci di prenderne il testimone al momento nel nostro panorama culturale generale non se ne vedono. Non è uno sguardo retrivo, ma, forse, una dolorosa constatazione, perché fascino “naturale” ed eleganza, scenica ma non solo, suonano di questi tempi come parole lontane, maledettamente lontane.
Ciao Mariangela, grazie.