Archivi tag: Renato Castellani

Buon compleanno, Paolo Fiorino!

Paolo Fiorino

Ho avuto modo di conoscere Paolo Fiorino, attore originario di Palmi (RC), qualche anno addietro e da quel primo incontro, una chiacchierata telefonica, sono rimasto colpito dal suo modo di porsi  sempre diretto, sincero, non scevro da una suadente e naturale eleganza.
Ero al corrente, in buona parte, del suo ricco percorso artistico a tutto tondo, comprensivo di cinema, teatro e televisione, senza dimenticare i lavori radiofonici o i fotoromanzi e qualche reclame, mi aveva colpito la sua presenza scenica, ma, una volta che stima ed amicizia reciproche si sono incrementate negli anni, ne ho ammirato anche la profonda sensibilità, come evidenziato dalla dedizione rivolta alla famiglia, la moglie Angela, con la quale ha festeggiato nel 2015 i cinquant’anni di matrimonio, i figli, i nipoti, riuscendo infine, con sacrifici e caparbietà, a coronare un sogno e a conferirgli una dimensione prettamente umana; qualche giorno fa ci siamo sentiti via telefono, ricordando l’importante compleanno, 80 anni, che Fiorino festeggia oggi, mercoledì 16 maggio, così da ripercorrere insieme le tappe salienti della sua carriera. Lo invito subito a tornare indietro nel tempo, Paolo bambino, la sua famiglia, la nascente passione per il mondo dello spettacolo…88x31 Continua a leggere

Chiacchierando con Paolo Fiorino, scorrono i ricordi in una giornata di mezza estate

Paolo Fiorino

Paolo Fiorino

L’appuntamento è fissato alle 9.30, ora d’arrivo alla stazione di Reggio Calabria dell’autobus col quale sono partito di buon mattino dal paesello. Paolo Fiorino mi telefona poco prima dell’orario convenuto, giusto per sincerarsi che non vi siano stati disguidi. Il fluire della memoria mi riporta a qualche anno addietro, quando ebbi modo di conoscere l’attore originario di Palmi (RC) rimanendone piacevolmente affascinato, un po’ per il suo modo di fare piuttosto diretto, sincero, con quell’eleganza nel presentarsi e porsi alle persone da gentiluomo d’altri tempi, un po’ per il ricco percorso artistico, cinematografico nello specifico, da sempre legato a doppio filo, segno di una profonda sensibilità, con la dedizione rivolta alla famiglia, la moglie Angela, con la quale ha festeggiato lo scorso anno cinquant’anni di matrimonio, i figli, i nipoti. La conoscenza si è poi approfondita negli anni, fra stima ed amicizia reciproche e nei mesi estivi, quando Paolo fa ritorno alla città che lo vide ragazzino nel rione di Santa Caterina, riusciamo spesso ad incontrarci per una chiacchierata.
I ricordi sono tanti, emozionanti e vibranti di soddisfazione per essere riuscito, alternando sacrifici e caparbietà, a coronare un sogno, ancora non del tutto compiuto, in quanto vi sono sempre nuove idee e progetti da mettere in atto, altre “piccole, innocenti sortite nella favola antica che nutre il mondo, dove prendono forma, e la mantengono, incantesimi eterni” (dal libro autobiografico Piccole fughe, Pieffe, 1995, scritto da Fiorino insieme a Isabella Serra). Continua a leggere

Torino, al via la mostra “Cinema Neorealista. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra”

20150601105500Ha preso il via ieri, giovedì 4 giugno, per concludersi il prossimo 29 novembre, a Torino, presso il Museo Nazionale del Cinema, all’interno della Mole Antonelliana, la mostra Cinema Neorealista. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra, a cura di Alberto Barbera, con la collaborazione di Grazia Paganelli e Fabio Pezzetti Tonion.
Corrente cinematografica non propriamente organica, il Neorealismo ha comunque offerto un’inedita espressione della nostra cultura, rappresentando all’interno del racconto filmico tanto la perdita quanto il recupero dei valori di una nuova Italia che nasceva dal dolore della guerra, una particolare combinazione fra un’attenta considerazione del contesto storico ed una linea drammaturgica incentrata anche sull’affabulazione narrativa; il percorso espositivo si sviluppa all’interno dell’Aula del Tempio, cuore del Museo Nazionale del Cinema, e presenta una varietà di materiali unica nel suo genere: oltre 180 tra fotografie e documenti, 15 manifesti, 23 monitor che ripropongono sequenze tratte da 55 film intervallate da documenti, interviste e foto, alle quali si affiancano 8 interviste esclusive. Continua a leggere

Ravenna: “15 fotografi per Anna Magnani”

Anna Magnani

Anna Magnani

E’ stata inaugurata lo scorso venerdì, 6 marzo, a Ravenna, presso Palazzo Rasponi dalle Teste (Piazza Kennedy, 12), la mostra 15 fotografi per Anna Magnani che resterà aperta al pubblico fino a domenica 29 marzo (con orario dalle 14.30 alle 17.30, chiusura il martedì). Una selezione fotografica, composta da trenta pannelli, volta a restituire, grazie a un lungo viaggio nella sua filmografia, la grande capacità interpretativa di una delle più intense attrici che il cinema italiano abbia mai conosciuto, la prima interprete non americana a vincere un Premio Oscar (per La rosa tatuata, The Rose Tattoo, ’55, Daniel Mann), uno di quei felici casi in cui la donna e l’artista hanno dato vita ad un tutt’uno imprescindibile, nella capacità di restare sempre fedele a se stessa e alla propria arte. L’allestimento, a cura di Sergio Toffetti, raccoglie foto provenienti dalla collezione di negativi della Fototeca della Cineteca Nazionale (CSC) e durante l’esposizione sarà possibile assistere alla proiezione di materiali video realizzati specificamente per l’iniziativa ravennate. Continua a leggere

Domenica d’agosto (1950)

Luciano Emmer

Luciano Emmer

Luciano Emmer (1918-2009) è stato tra i più validi registi e sceneggiatori del cinema italiano, la cui produzione meriterebbe un esame più approfondito, in particolare riguardo l’ efficace capacità di visualizzare le genuine emozioni di gente semplice, appartenenti al proletariato urbano e alla piccola borghesia, le cui storie sono generalmente destinate ad intrecciarsi, nella condivisione di attese, bisogni, sentimenti. Non manca nelle sue opere uno sguardo concreto, sospeso fra curiosità e sospetto, rivolto alle novità della società postbellica, anche in termini di mutati valori, nell’evidente antinomia tra un passato sulla via d’essere dimenticato e il nuovo che si fa avanti. Come avvenne per altri registi (il pensiero va a Due soldi di speranza, Renato Castellani, ’52) per definire la sua produzione fu coniato il termine, piuttosto sbrigativo, di neorealismo rosa, in quanto, anche se veniva mantenuto uno stile documentaristico, rivolgendosi più a “volti presi dalla vita” che ad attori professionisti, le problematiche sociali costituivano lo sfondo ai problemi sentimentali delle persone, i quali restavano dominanti.

fswqSenza indulgere in moralismi o vezzi stilistici che non fossero volti alla funzionalità narrativa più pura ed essenziale, evidente richiamo alla formazione documentaristica (attività che, a partire dagli anni Quaranta, in collaborazione con Enrico Gras, si concentrò sulle opere d’arte di pittori quali Giotto, Leonardo, Goya, Picasso), Emmer riuscì a portare sullo schermo, sin dal suo primo film, Domenica d’agosto, i prodromi della commedia di costume, ancora non propriamente “all’italiana”, anche per via di un’ironia un po’ indulgente, ma capace di focalizzare la “banalità del quotidiano”: venivano messe a nudo la complessità e l’ambiguità della vita, sottolineando con humour garbato e sottile l’ “eroismo” della gente comune, di quanti lottano per dare un senso alla propria esistenza.

frfrereNella sua filmografia vi sono titoli come Parigi è sempre Parigi, ’51, film- lancio per Lucia Bosè, racconto di una gita di persone di modesta estrazione sociale alla scoperta dei luoghi comuni sulla “città del peccato”, come veniva vista ai tempi; Le ragazze di Piazza di Spagna, ’52, attenta e minuta osservazione di un mondo femminile in via d’evoluzione; Terza liceo,’54, garbata commedia sull’ultimo anno scolastico di un liceo classico romano, esplorazione degli amori di giovani borghesi; Camilla, la scalata sociale di una famiglia borghese vista con gli occhi semplici e il cuore puro di una domestica; il controverso La ragazza in vetrina, ’61, storia di un minatore italiano che ad Amsterdam si innamora di una prostituta, le cui noie con la censura portarono il regista ad abbandonare momentaneamente il cinema. Emmer, autore anche della sigla del primo Carosello e regista dei relativi sketch volti a reclamizzare i vari prodotti, girò i suoi ultimi film tra il ’90 e il 2003 (Basta, adesso tocca a noi; L’acqua … il fuoco), ancora pregni del suo stile ma ormai lontani dai problemi di un’ Italia profondamente mutata tanto dal punto di vista antropologico che sociale.
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immSceneggiato dallo stesso Emmer (insieme a Franco Brusati, Giulio Macchi, Cesare Zavattini, su soggetto di Sergio Amidei), Domenica d’agosto presenta una struttura narrativa inconsueta per l’epoca, sicuramente innovativa, più episodi sviluppati in parallelo l’uno all’altro destinati ad incrociarsi fra loro, nel tentativo, riuscito in parte, di dar vita ad una commedia corale: Roma, domenica 7 agosto, San Gaetano. Una composita umanità sta per lasciare la capitale, intenta a dirigersi verso il mare di Ostia, con i mezzi più vari. L’autista Cesare Meloni (Andrea Compagnoni) insieme alla moglie Fernanda (Ave Ninchi) e la numerosa famiglia al completo, fra cui la figlia adolescente Marcella (Anna Baldini), stipata nell’asmatica vettura di piazza insieme a masserizie e pietanze; il giovane Enrico (Franco Interlenghi) è pronto ad inforcare la bicicletta insieme ai suoi amici; Alberto (Emilio Cigoli), vedovo, e la sua attuale compagna Ines (Pina Malgarini) stanno invece per salire sul treno, insieme alla figlia di lui, Cristina, da affidare ad una colonia estiva; Luciana (Elvy Lissiak) attende l’arrivo del corteggiatore Roberto (Massimo Serato), che giunge in fuoriserie, lasciando di stucco l’ex fidanzato della donna, Renato (Mario Vitale), disoccupato e con trascorsi da prigioniero di guerra, costretto invece a restare in città, così come il vigile urbano Ercole (Marcello Mastroianni), intento a risolvere i problemi legati all’ormai prossimo matrimonio con la domestica Rosetta (Anna Medici), incinta e in procinto di essere licenziata dalla famiglia presso cui presta servizio. A molti di loro, una volta che la giornata festiva volgerà al termine, il destino riserverà una serie di sorprese, nuove consapevolezze o un ritorno sui propri passi …

Anna Baldini e Franco Interlenghi

Anna Baldini e Franco Interlenghi

Emmer, avvalendosi di uno stile a metà strada fra il documentario e il servizio di cronaca, visualizza un paese che sta per risollevarsi dall’incubo della guerra ed è pronto ad accogliere il nuovo, con tutte le sue implicazioni contraddittorie nel mutamento dei costumi che troveranno terreno fertile nell’ormai vicino boom economico: in un sol colpo s’introducono nel cinema italiano il film d’ambientazione balneare, certo lontano anni luce dalle imitazioni che verranno in seguito, fra casarecci pruriti erotici ed operazioni nostalgia, il suddetto intreccio di più episodi paralleli (piuttosto “agile” il montaggio di Jolanda Benvenuti, che incrementa la già notevole linearità della narrazione) e la commedia di costume innestata su una linea neorealista, come testimonia la scelta degli attori, improntata alla copresenza di volti noti (Ave Ninchi, splendida matrona di borgata, Cigoli, celebre in particolare come doppiatore) ed altri sconosciuti o comunque al loro esordio (Mastroianni, curiosamente doppiato da Alberto Sordi) e in ascesa nel percorso attoriale (Interlenghi, reduce da Sciuscià, ’46, Vittorio de Sica).

Anna Medici e Marcello Mastroianni

Anna Medici e Marcello Mastroianni

Una pellicola ancora oggi fresca e deliziosa, dove la macchina da presa si nota appena, per una naturalezza di ripresa che diviene quasi pudica nel passaggio verso i primi piani, ma capace di rappresentare con estrema efficacia una sorta di sospensione temporale fra un doloroso passato ancora vivo (il riferimento alla prigionia di guerra, il cartello “zona minata” ) e la spensieratezza delle famiglie alla ricerca anche di un solo attimo felice, tra i primi balli moderni, pentolate di pasta, fiaschi di vino e frittate, l’ abbattimento ingenuo e simbolico da parte di Marcella e Enrico della barriera, con tanto di reti metalliche, fra i lidi popolari e quelli borghesi (dove si pranza al ristorante), nel fingersi ricchi per poi riscoprirsi abitanti dello stesso condominio a fine giornata. Non manca uno sguardo impietoso ad un certo modo di fare cinema, immutato negli anni (un attempato nobile in disarmo improvvisato produttore e incline a vagliare le capacità recitative delle fanciulle col tristemente noto “provino”), e un sottofondo musicale che alterna canzoni di Villa e Rondinella ai primi slogan pubblicitari, urlati via radio.

Ave Ninchi

Ave Ninchi

Un affresco prezioso, un documento d’epoca sempre valido, una delle pellicole italiane passate che prediligo maggiormente, e qui subentra il cinefilo al critico cinematografico, proprio per il suo cristallizzare un’ Italia genuina e ruspante, consapevole delle tante difficoltà ma capace di fare leva sulla consapevolezza delle proprie forze più autentiche e su una coscienza ancora pura, in attesa d’affrontare un percorso che nel corso degli anni, fra pacche sulla spalla autoassolutorie, demandare ciecamente ad altri il proprio destino, smarrimento d’identità, perdita di memoria e ideali pronto uso, la porterà a raggiungere più di un traguardo, ma sempre in bilico tra evoluzione ed involuzione, ciò che poteva divenire e ciò che è diventata.

Paolo Fiorino: cinema, famiglia e un sogno da realizzare

Paolo Fiorino è il Sig. Lorè, in "Un matrimonio", di Pupi Avati

Paolo Fiorino è il Sig. Lorè, in “Un matrimonio”, di Pupi Avati

Paolo Fiorino (Palmi, RC, 1938), oltre che un attore la cui biografia artistica risulta a dir poco entusiasmante, scorrendo la quale risaltano tanto estrema compiutezza quanto una notevole ecletticità (Paolo Fiorino, la felice realtà di un sogno) è un uomo profondamente sensibile, particolarmente dedito alla famiglia, infatti è riuscito ad intrecciare la propria vita con un percorso cinematografico, ed artistico in generale, sempre in divenire, con parecchie cose ancora da esprimere, come testimoniato da un suo sogno nel cassetto… Ma non voglio anticipare nulla, vi lascio all’intervista che Fiorino mi ha gentilmente rilasciato nei giorni scorsi a Reggio Calabria, città dove torna spesso, in particolare durante i mesi estivi, evidenziando un forte legame con la sua terra d’origine, la quale non ha mancato, e non manca, d’omaggiarlo con numerosi premi, ricevuti nel corso di questi anni: l’ultimo riconoscimento porta la data del 26 agosto, durante la serata La moda incontra il cinema, omaggio a Paolo Fiorino, presso la sede della Camera Regionale della Moda Calabria, a Laureana di Borrello (RC).

"Un matrimonio" : Fiorino e Micaela Ramazzotti

“Un matrimonio” : Fiorino e Micaela Ramazzotti

Iniziamo parlando di come sia nata in lei la passione per la recitazione, che l’ha spinta a lasciare la Calabria, recarsi a Roma per frequentare l’ Accademia d’ Arte Drammatica Alessandro Fersen, esordendo infine sul grande schermo nel ’58, nel film Perfide ma belle di Giorgio Simonelli.

"Un matrimonio" : Fiorino e il regista del film, Pupi Avati

“Un matrimonio” : Fiorino e il regista del film, Pupi Avati

“Ho iniziato a sentirmi attore sui banchi di scuola, in quarta elementare, assente il maestro, recitavo ai miei compagni le poesie di Leopardi, del Carducci, di Foscolo…
In realtà a quell’età non sapevo neanche cosa significasse essere attore, il suo porsi sula scena… Quando mi recavo al cinema ed assistevo ai vari film tipici degli anni ’50, che vedevano protagonista Amedeo Nazzari (Catene, Tormento, I figli di nessuno, L’angelo bianco), nella mia innocenza di bambino pensavo fossero semplici immagini, non che sullo schermo potessero apparire persone vere… Nel leggere i cineromanzi, un giorno notai un annuncio, una casa di produzione cercava volti nuovi, mi feci fare una serie di istantanee da uno dei tanti fotografi di strada e gliele inviai: avevo dodici- tredici anni, prima mi fecero recapitare dei libri per studiare recitazione, poi mi chiamarono per un provino, ma non se ne fece nulla perché la casa di produzione fallì. A 17 anni, nella primavera del ’56, lasciai il Rione S. Caterina di Reggio Calabria, dove con la mia famiglia mi ero trasferito dalla natia Palmi durante la guerra, una città che al tempo appariva stretta per il mio dna d’artista, e partii per Roma, dove trovai lavoro come barista, così da potermi permettere la frequenza delle lezioni di recitazione (200 lire, un’ora) e poi esordire nel film da lei citato, di Giorgio Simonelli, nel ruolo di uno scassinatore”.

Come vede oggi il mondo del cinema nel nostro paese, cosa è cambiato, in bene e in male, nella proposizione delle varie realizzazioni cinematografiche? Non nota anche lei una certa restrizione rispetto al passato, tanto nella varietà che nella qualità?

paolo-fiorino-cinema-famiglia-e-un-sogno-da-r-L-JCFtQ0“Negli anni ’50 e ’60, prima d’iniziare un film era già pronta la distribuzione, dopo due – tre mesi di lavoro la pellicola andava al montaggio ed era pronta per uscire nelle sale, oggi invece la distribuzione spesso latita ed altrettanto spesso si sprecano i soldi: negli anni in cui ho esordito, se il regista vedeva in te del talento, un volto da valorizzare, lo proponeva al produttore, mentre ora è tutto in mano ai casting, sono loro a scegliere gli attori, spesso inseriti in una sorta di clan, di famiglia, e a proporli al regista, il quale può trovarsi di fronte alla macchina da presa, me lo lasci dire, dei veri e propri cani …”

Cosa consiglierebbe allora, in base alla sua esperienza, ai tanti giovani che vorrebbero accostarsi al mondo del cinema, in qualità d’attori?

“Se un giovane nutre della vera passione per il cinema, la tv, insomma per il mondo dello spettacolo in genere, in primo luogo è opportuno abbia una buona base culturale, un diploma, se non quando una laurea, poi ritengo necessario frequenti un’ accademia molto seria, quali possono essere certamente la Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico o il Centro Sperimentale di Cinematografia. Vi sono anche tante scuole di cinema sparse per l’Italia, ma non sempre sono affidabili e spesso lasciano il tempo che trovano.
Costanza e sacrificio, insieme alla passione, rimangono però i requisiti essenziali su cui fare affidamento”.

La sua carriera d’attore è stata certamente a tutto tondo, come si suole dire, ha offerto delle belle interpretazioni al cinema e in televisione, ha preso parte a delle trasmissioni radiofoniche ed è stato impegnato in produzioni teatrali: tra queste esperienze quale ha amato, e ama tuttora, di più o comunque le ha dato maggiore soddisfazione?

“L’esperienza teatrale è certo quella che ho amato di più, ma per forza di cosa l’ho dovuta trascurare: nella vita non si può ottenere tutto, occorre mettere in atto delle scelte, o la famiglia o il grande successo, il teatro ti rende girovago, ti porta lontano dagli affetti familiari … Ecco, io ho scelto di mettere la famiglia al primo posto, dapprima i miei figli ed ora che questi sono ormai grandi, i miei nipotini” .

Tra i tanti registi con cui ha potuto lavorare, ve ne sarà certo qualcuno col quale si è trovato più a suo agio, che abbia maggiormente valorizzato le sue capacità interpretative e magari al riguardo avrà ancora un sogno nel cassetto…

paolo-fiorino-cinema-famiglia-e-un-sogno-da-r-L-XZpAyS “Come lei ben saprà, ho avuto modo di lavorare con molti grandi registi, stranieri (Gangs of New York, 2001, Martin Scorsese, nel ruolo di Smart Man) e italiani quali, tra i tanti, Pupi Avati, con il quale ho appena terminato di girare il film tv Un matrimonio, e Federico Fellini (Prova d’orchestra, ’79, Intervista, ’83): a proposito di quest’ultimo autore ho da raccontare un aneddoto curioso, mi rifiutai di lavorare con lui ne La dolce vita, perché pretendeva mi ossigenassi i capelli per interpretare un paparazzo … Capirà, considerando i tempi, le mie origini, metti insieme il timore d’essere deriso ed anche le tecniche dell’epoca per apparire biondo platino… Ma oggi se un regista mi chiedesse di farmi rosso per una parte non avrei problemi, basterebbe uno shampoo… Tornando alla sua domanda, considerando che ho preso parte anche a varie realizzazioni televisive, dagli sceneggiati Rai di un tempo alle attuali fiction, ricordo con piacere registi come Renato Castellani, che ne Il furto della Gioconda (‘78) mi ha dato la possibilità d’esprimermi in presa diretta e, soprattutto, Davide Montemurri, col quale ho girato molti sceneggiati (da Il barone e il servitore, ’78, ad Accadde a Zurigo, ’80), il quale si è sempre imposto per avermi nel cast e ha saputo far sì che riuscissi ad esprimermi al meglio delle mie capacità. Un sogno nel cassetto c’è, un’idea che accarezzo ormai da un po’ di anni: mi piacerebbe che dal libro autobiografico Piccole fughe (Edizioni Pieffe, ’95), scritto insieme a Isabella Serra, e dal quale è stato già tratto un cortometraggio, Attimi di fuga, 2007, per la regia di Umberto Innocenzi, venisse derivata una fiction, tutto è pronto, sceneggiatura, cast, in parte, e casa di produzione, speriamo bene, anche perché verrebbe girata tra Palmi e Reggio Calabria, i luoghi che mi videro bambino e ai quali sono tuttora legato.”
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L’introduzione di quest’articolo “adattata alla bisogna” insieme all’ articolo cui il link fa riferimento, nel gennaio 2013 è stato impiegata da una pagina Facebook “A scenza i Riggiu”, senza alcuna citazione della fonte. Prelevate quello che c***o volete, ma almeno avvisatemi o citate la fonte, grazie. Pare che il Codice Civile lo definisca “diritto d’autore”. Cari saluti.

Due soldi di speranza (1951)

DuesoldidisperanzaAl Festival di Cannes del 1952 vinse il Gran premio della giuria, ex aequo con Otello di Orson Welles, Due soldi di speranza di Renato Castellani, un film che rappresenta una tappa importante per il cinema italiano, dando origine ad una nuova corrente che all’epoca, con intenti dispregiativi, venne definita “neorealismo rosa”. Si rimproverava, infatti, agli autori di far leva più sul privato delle persone che sul sociale, affrancandosi dall’impegno civile e politico del neorealismo propriamente detto, pur se veniva mantenuto uno stile documentaristico, affidandosi sempre a volti presi dalla vita e non ad attori professionisti.

Castellani, con Sotto il sole di Roma (1948 ) e con E’ primavera (1952 ), aveva tentato di dar vita ad una commedia neorealista, ma soltanto con Due soldi di speranza riuscì a darvi concreta realizzazione. Su soggetto suo e di E.M. Margadonna, avvalendosi di Titina De Filippo alla sceneggiatura e per la revisione dei dialoghi, ambientò in un piccolo paese campano la storia del contrastato amore tra Antonio Catalano ( Vincenzo Musolino ), unico sostegno di una numerosa famiglia cui cerca di provvedere con ogni tipo di lavoro, e Carmela Artù ( Maria Fiore), figlia del pirotecnico del paese, contrario alla loro unione. Dopo alterne e movimentate vicende e vani tentativi di convincere il padre, compresa la classica fuga dal paese, Antonio, con un moto di orgoglio prenderà con sé Carmela per recarsi in chiesa e sposarla, tra la gioia di tutti i compaesani.

Sullo sfondo di quello che a prima vista potrebbe sembrare niente altro che un ameno e folcloristico bozzetto, risaltano prepotentemente le innovative ed illuminanti figure dei due protagonisti: Carmela è l’emblema e il prototipo cinematografico di un nuovo tipo di donna, dalle molteplici sfumature, fiera nella sua bellezza e nel suo aggressivo anticonformismo, ma sempre fondamentalmente onesta, che verrà ripreso e sviluppato negli anni seguenti (come “La Bersagliera” interpretata da G. Lollobrigida in Pane, amore e fantasia); Antonio è ben lontano dalla solita figura del meridionale rassegnato al suo triste destino, arrabattandosi in tanti mestieri, non scoraggiandosi mai, invocando solo in ultima analisi l’intervento salvifico della divina Provvidenza (“Se Dio vuole che continuiamo a vivere, dovrà pur darci da mangiare, se no che ci ha messo a fare al mondo?”, grida nella scena finale), simboleggiando, in definitiva, un Sud che dovrebbe darsi da fare per abbandonare il suo tragico fatalismo. Dietro la bucolica, arcadica facciata che rende il film genuino e godibile con la sua spontanea allegria, vi è sempre e comunque rappresentato, con abile tratteggio, un meridione cui sono estranei politica e lotta di classe, pronto veramente a lottare soltanto per risolvere le più elementari questioni quotidiane.