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68mo Festival del Film Locarno, “la casa delle immagini”

LOC68-poster-F24-Soletta-FB-jan-880x839Decisamente suggestiva, e dalla valida visionarietà cinematografica, la rappresentazione offerta da Carlo Chatrian, Direttore Artistico del 68mo Festival del Film Locarno (5-15 agosto), volta a visualizzare il grande schermo e la stessa kermesse svizzera come “casa delle immagini”.
L’ispirazione è stata offerta dalla circostanza che lo sfondo offerto da varie abitazioni va ad inserirsi nel nucleo narrativo di molti film in programma, a partire dalla pellicola d’apertura, Ricki and the Flash, diretta da Jonathan Demme, che in Italia uscirà il 10 settembre, col titolo Dove eravamo rimasti. Spazi abitativi al cui interno è possibile ritrovare e condividere sentori affettivi che si ritenevano ormai del tutto perduti, simbolo al tempo stesso di possibili rinascite interiori e di molteplici problematiche, luoghi la cui perdita è possibile da un momento all’altro, per necessità o sulla spinta di ulteriori evenienze. Continua a leggere

68mo Festival di Locarno: la retrospettiva sarà dedicata a Sam Peckinpah

Sam Peckinpah (Movieplayer)

Sam Peckinpah (Movieplayer)

Sarà dedicata al regista Sam Peckinpah (1925–1984) la retrospettiva della 68esima edizione del Festival di Locarno (5- 15 agosto), comprensiva della sua intera opera cinematografica (previste numerose copie restaurate), oltre ad una selezione dei suoi lavori televisivi e delle interpretazioni in qualità di attore.
Curata dal programmatore e storico cinematografico Roberto Turigliatto, la suddetta retrospettiva sarà accompagnata da una pubblicazione di Fernando Ganzo, edita da Capricci, che sarà disponibile nelle versioni francese, inglese e spagnola. Coorganizzatori della rassegna sono la Cinémathèque suisse di Losanna e la Cinémathèque française di Parigi.

Carlo Chatrian

Carlo Chatrian

“Con Sam Peckinpah il Festival omaggia il cinema classico e quello postmoderno, il cinema di genere e il cinema d’autore, il cinema che si fa malgrado tutto e il cinema che è più forte di ogni ingerenza – ha dichiarato Carlo Chatrian, Direttore artistico del Festival -. Ancora una volta la retrospettiva vuole essere tanto un tuffo nell’universo di uno dei più carismatici creatori e un segnale lanciato al presente.
Ai registi che si danno il compito di guardare al futuro, i film di Peckinpah hanno molto da dire, e non solo perché spesso hanno preconizzato l’evoluzione della società. Al contempo lirici e brutali hanno descritto l’uomo e il suo mondo, senza paura di guardarlo diritto negli occhi.”

Skyfall

skyfall-L-9hrSilDopo la resurrezione avvenuta con Casino Royale (Martin Campbell, 2006) e Quantum of Solace (2008, Marc Forster), la saga cinematografica probabilmente più longeva, forte di 23 titoli all’attivo (il primo film, Licenza d’uccidere, Dr. No, Terence Young, risale al’62), mancava però di una regia, e di una scrittura, che, pur attente a quanto ormai entrato nell’immaginario collettivo in tutti questi anni, riuscissero a mantenere la giusta distanza dal mito:in sostanza, uno sguardo al passato prestando attenzione alla realtà attuale, per certi aspetti più ambigua rispetto alla solita contrapposizione buoni/cattivi, immersa in un clima da guerra fredda o nella sua esternazione nostalgica.

Judi Dench

Judi Dench

E’ quanto, a parer mio, è riuscito ad attuare il regista Sam Mendes, ben servito da un’ottima sceneggiatura (Neal Purvis, Robert Wade, John Logan), che con Skyfall ha felicemente imbastito un film d’intrattenimento nel senso classico del termine, coniugando drammaticità shakespeariana e azione. Grazie all’ impiego degli effetti digitali in chiave di semplice ausilio, le molte sequenze altamente spettacolari puntano più sulla plausibilità che la credibilità: un ruolo determinante al riguardo lo gioca, infatti, il buon montaggio, lontano dal ritmo convulso di pellicole similari, non dimenticando il fascino visivo conferito dall’ottima fotografia di Roger Deakins.
Numerose, poi, le strizzatine d’occhio ad autori del passato (da Hitchcock a Kubrick, passando per Peckinpah e Welles), mai compiaciute o insistenti, e alle pellicole dedicate negli anni all’agente segreto inglese al servizio di Sua Maestà, delle quali la scena d’apertura ad Istanbul rappresenta una sorta di summa antologica.

Daniel Craig e Javier Bardem

Daniel Craig e Javier Bardem

James Bond (Daniel Craig) e la collega Eve (Naomie Harris) stanno inseguendo in auto l’autore del furto di un drive contenente le identità segrete dei vari agenti Nato infiltrati nelle organizzazioni terroristiche mondiali.
L’inseguimento prosegue, ad opera del nostro, in moto, attraverso i vicoli e sopra i tetti del Gran Bazar, sino ad arrivare sui vagoni di un treno in corsa, dove 007, intento a scazzottarsi col nemico, viene colpito a morte proprio da Eve, eseguendo l’ordine perentorio datole da M (Judi Dench). Dopo i bei titoli di testa, l’azione si sposta a Londra, il necrologio per Bond è pronto, M viene chiamata a rapporto dal soprintendente Mallory (Ralph Fiennes) che le rinfaccia l’insuccesso della missione, invitandola al pensionamento. Intanto, dopo che la sede dell’MI6 viene distrutta da una bomba e altre identità vengono rese di pubbliche dominio, si scopre chi vi sia dietro tutto questo, un certo Raoul Silva (Javier Bardem), legato tanto ad M che al redivivo Bond da un doppio filo …

Naomie Harris e Craig

Naomie Harris e Craig

Regia e sceneggiatura, complementari come raramente accade, riescono a ridare vita al personaggio mantenendone le caratteristiche essenziali, ottimamente rese da Craig, revisionate nell’ottica dei tempi che cambiano, facendone intuire i tormenti interiori, con la brutalità appena mitigata da uno humour sprezzante. Evidente l’attenzione al rapporto fisicità/umanità in un mondo ormai dominio della tecnologia, come si nota nel bel dialogo all’interno della National Gallery (di fronte al dipinto di William Turner che rappresenta la nave Temeraire, protagonista a Trafalgar, avviata alla demolizione) tra il giovane Q (Ben Whishaw) e Bond, i cui metodi, forse validi un tempo, ora non sono altro che pesante zavorra, retaggio di un passato lontano. D’altronde, gli stessi problemi mondiali hanno origine da una questione personale: il villain è sempre uno psicopatico, ma spinto non dal desiderio di dare vita ad un nuovo ordine universale, bensì da quello di placare le ferite dell’anima, rendendo egoistico scudo tale “necessità”, la stessa messa in campo, con eguale ambiguità, da M e da Bond.

Bèrenice Marlohe

Bèrenice Marlohe

Il ruolo di quest’ultimo, insieme all’inveterato vessillo dell’eterosessualità, verranno messi in discussione proprio da Silva, con l’allestimento di una sottile tortura psicologica, anziché fisica: Bardem è molto bravo nell’assecondare un’entrata teatrale per poi distanziarsene, tra ironia e perfida malvagità. Come già scritto da altri, la vera Bond girl qui è M/Judi Dench, gran bella interpretazione, tra dolente distacco ed esibita ragion di stato; le altre due interpreti femminili, Eve/Naomie Harris e la dark lady Severine/Bérénice Marlohe rivestono un ruolo determinante nella storia, ben al di là dei soliti “numeri sessuali”, presenti, ma appena esibiti o incentrati su ironici sottointesi. In conclusione, Skyfall, al contrario del cocktail preferito da Bond, non solo è adeguatamente agitato, ma anche ben mescolato: il mito muore, resuscita e si attualizza ridivenendo classico, dagli scenari esotici (oltre ad Istanbul, Shangai) al ritorno in servizio attivo dell’altrettanto mitica Aston Martin DB5, senza gadget, esternazioni glamour o trucchi che non siano quelli propri del buon cinema. Bentornato, 007!
Aston Martin DB5

Aston Martin DB5

Rango

er2Sbalzato dal suo terrario nel bel mezzo del deserto del Mojave, California, causa una brusca frenata dell’auto dei suoi proprietari, un camaleonte istrionico con frequenti crisi d’identità giunge, dopo l’incontro con un armadillo “vecchio saggio” e un avventuroso peregrinare, con l’aiuto della lucertola Borlotta, in una cittadina del West, Dirt, dalla popolazione alquanto variegata, composta da rettili, anfibi, roditori e pennuti.Il suo innato senso attoriale rende il luogo lo scenario ideale per calarsi in un nuovo ruolo, il temibile pistolero Rango, millantando incredibili avventure; nominato sceriffo dal sindaco della città, una vecchia testuggine, per meriti sul campo (l’uccisione di un falco, in realtà fortuita), il nostro improvvisato eroe avrà il suo bel da fare, in primo luogo risolvere il problema principale della prolungata carenza idrica e, una volta venutone a capo, affrontare il terribile killer Jake Sonagli…

Esordio nel settore dell’animazione sia per il regista Gore Verbinski (la trilogia de I pirati dei Caraibi) che per l’Industrial Light & Magic, volta sinora alla realizzazione di effetti speciali, Rango è in primo luogo una curata e scatenata visualizzazione di un’estrema libertà espressiva, dove l’eccentricità delle mirabilie visive, mai fine a sé stessa, si ammanta di toni surreali e poetici, oltre che ironici (le stupende civette un po’ mariachi un po’ coro greco, che introducono o sottolineano vari passaggi della storia, per esempio), e di meditazioni esistenziali sulla presa di coscienza di un’identità, sino a rendersi protagonisti più che della Storia, della propria storia, intesa come cammino di crescita e di realizzazione.

Da un punto di vista formale siamo di fronte ad un vero e proprio western, estremamente curato nella fotografia, nella scenografia e nella caratterizzazione di ogni personaggio, grazie ad una valida sceneggiatura (John Logan), capace di omaggiare tanto il mito della frontiera che cantarne la sua progressiva decadenza, citando Ford, Hawks, Peckinpah e i nostri “spaghetti”, ad iniziare dalla colonna sonora, passando per Leone (i primi piani frontali, certe inquadrature) e arrivando al Django di Corbucci (Dirt ricorda non poco il fangoso paese fantasma del film) o al Ringo di Tessari: non a caso “Rango”, oltre che una derivazione dalla città di Durango, può risultare come una curiosa fusione dei nomi dei due gringos; tra continui rimandi cinefili (oltre quanto già scritto, Chinatown di Polanski, Apocalypse Now di Coppola, Paura e delirio a Las Vegas, ma il gioco potrebbe continuare) non manca poi l’apparizione dello “Spirito del West”, nelle fattezze di Clint Eastwood, che si muove su di una caddie car, a bordo della quale luccicano le statuette degli Oscar.

Realizzato con la tecnica definita da Verbinski emotion capture, contrapposta alla consueta motion capture, facendo dapprima recitare gli attori “reali” e poi ricalcandovi sopra i vari personaggi, con una procedura di doppiaggio che ha previsto la presenza di tutti i protagonisti sul set contemporaneamente (la voce del camaleonte in originale è di Johnny Deep), Rango pecca di qualche lungaggine di troppo verso il finale, che sembra momentaneamente spegnere i fuochi d’artificio iniziali e i vari colpi di scena che si sono susseguiti spettacolarmente sino almeno a metà pellicola. Resta però l’indubbio merito, tra un colpo al cerchio (la pregevolezza visiva) ed uno alla botte (le citate meditazioni esistenziali, i rimandi filmici), sfruttando abilmente le due dimensioni “classiche” dell’emozione e dell’empatia, di affascinare i più piccini come di coinvolgere in pieno il pubblico più adulto, rendendo forse superflua, nell’ambito del cinema d’animazione, la necessità di uno spartiacque tra i due mondi.