Rutger Hauer (1944-2019): non solo “replicante”

Rutger Hauer (quotidiano.net)

In questa estate foriera di notizie infauste riguardo il mondo dello spettacolo e della cultura in genere, occorre purtroppo aggiungervi quella relativa alla scomparsa dell’attore olandese Rutger Hauer (Breukelen, 1944), morto lo scorso 19 luglio a Beetsterzwaag, Paesi Bassi, anche se la notizia è stata data dal suo agente solo ieri. Interprete piuttosto versatile, sguardo perturbante quale miccia accesa di una deflagrante miscela d’inquietudine ed aggressività, Hauer ha dato il meglio di sé quando è stato diretto da registi che hanno saputo valorizzare quella introspezione che gli era propria, ed il pensiero corre soprattutto all’intensità dolente offerta nel ruolo di Andreas Kartack ne La leggenda del santo bevitore (Ermanno Olmi, 1988, dal racconto omonimo di Joseph Roth), ancora prima dell’interpretazione, altrettanto vibrante e sentita, ormai divenuta iconica nell’immaginario collettivo,  del replicante Roy Batty in Blade Runner, 1982, regia di Ridley Scott, dal romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream Of Electric Sheep?, 1968, pubblicato in Italia di volta in volta con tre differenti titoli ( Il cacciatore di androidi, Blade Runner, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), di cui rimarranno scolpite nel fotogramma le ultime parole  rivolte al poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) che gli sta dando la caccia: “Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo! Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia… È tempo di morire…

(Il cinefilo di turno)

I genitori di Hauer erano attori drammatici, ma il giovane non appariva intenzionato a seguire le orme di famiglia, preferendo assecondare il suo spirito d’avventura imbarcandosi, a soli 15 anni, su una nave mercantile, anche se causa daltonismo dovette presto rimettere i piedi sulla terraferma, dove, dopo varie espulsioni dalle scuole, anche di recitazione, si ingegnò in vari mestieri per sbarcare il lunario, come la guida alpina in Svizzera, per poi tornare in patria sul finire degli anni ’60 e riprendere, concludendoli con successo, gli studi d’arte drammatica, cimentandosi quindi col teatro sperimentale e debuttando infine in televisione nel 1969, la parte di un cavaliere medievale nella serie in 15 episodi Floris. Una volta conosciuto il regista Paul Verhoeven, iniziò a farsi notare sul grande schermo con alcuni titoli da questi diretti, a partire  da Turks Fruit (Fiore di carne, 1973, tratto da un romanzo di Jan Wolkers, 1969), continuando con Keetje Tippel (Kitty Tippel… quelle notti passate sulla strada, 1973, da un libro di Neel Doff), Soldaat van Oranje (Soldato d’orange, 1979, ancora adattamento di un romanzo, Soldaat van Oranje ’40-’45, Erik Hazelhoff Roelfzema) ed infine Spetters (1979). Grazie alle interpretazioni in questi ed altri film, Hauer acquisì notorietà in Europa, varcandone presto i confini per approdare ad Hollywood, dove recitò con Sylvester Stallone in Nighthawks (I falchi della notte, 1981, Bruce Malmuth) e subito dopo nel citato Blade Runner, che gli diede definitiva affermazione attoriale.

(IMDb)

Da qui in poi la filmografia del nostro iniziò a farsi piuttosto “ingombrante”: tralasciando titoli non sempre degni delle sue capacità interpretative, si possono certo ricordare, a testimonianza di una pregevole duttilità, Osterman Weekend (Sam Peckinpah, 1983), Ladyhawke (Richard Donner, 1985), The Hitcher (1986, Robert Harmon), il già menzionato la Leggenda del santo bevitore, vincitore del Leone d’Oro alla 45ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Blind Fury (Furia cieca, 1989, Phillip Noyce), The Blood of Heroes (Giochi di morte, 1989, David Webb Peoples), Wedlock (Sotto massima sorveglianza, 1991, Lewis Teague), Simon Magus (1999, Ben Hopkins); col passare degli anni i ruoli si fecero purtroppo sempre più risicati, parti minori ancora in film di non particolare rilievo (con qualche eccezione, ad esempio il Bill Earle di Batman Begins, Christopher Nolan, 2005, o il sacrestano de Il villaggio di cartone, Olmi, 2011) ), ma, forse, parafrasando quanto sosteneva Norma Desmond (Gloria Swanson) in Sunset Boulevard (Viale del tramonto, Billy Wilder, 1950), Haeur è sempre rimasto un grande, mentre il cinema, fatte salve le consuete eccezioni, vivaddio tuttora presenti, diveniva sempre più piccolo.

 


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