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Un ricordo di Carlo Vanzina

Carlo Vanzina(TgCom24)

Ci lascia Carlo Vanzina, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore (Roma, 1951), morto oggi, domenica 8 luglio, nella sua città natale.
Insieme al fratello Enrico, sceneggiatore, ha firmato più di sessanta film, soprattutto commedie, pur cimentandosi a volte, con risultati alterni, in diversi generi  (per esempio il thriller nel 1983, Mystère, e nel 1985, Sotto il vestito niente, film quest’ultimo che ebbe anche una sorta d’ideale seguito, Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata, 2011).
Credo vadano riconosciute, tanto a Carlo quanto ad Enrico, figli di Steno (Stefano Vanzina), anche nell’ambito delle realizzazioni più becere e raffazzonate, una non comune capacità d’osservazione delle mutazioni in atto nella società, in particolare a livello di costume, pur rimproverandogli una spesso compiaciuta, e compiacente, messa alla berlina degli italici vizi, all’insegna di un cialtronesco “malcostume mezzo gaudio”, senza esprimere il coraggio di un vero e proprio affondo; evidente, poi, in molti loro titoli (almeno sino al triste subentro delle varie derive triviali ed escatologiche) un’allegra e coinvolgente spontaneità che assumeva la consistenza, pur flebile, di un richiamo  sincero alla genuinità primigenia di un cinema “sanamente” popolare, certo memori di quanto il citato padre fosse stato un  maestro nell’accostare  situazioni comiche tipiche della commedia tradizionale a una pungente e talvolta amara satira di costume. Continua a leggere

Roma, al via la mostra “Steno, l’arte di far ridere. C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora”

Steno

Sarà inaugurata oggi, martedì 11 aprile, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dove potrà essere visitata fino al 4 giugno, la mostra Steno, l’arte di far ridere. C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora, dedicata al regista e sceneggiatore Stefano Vanzina, in arte Steno, in occasione del centenario della nascita (19 gennaio 1917).  Autore tra i più prolifici ed eclettici del panorama italiano, Steno fu maestro nell’accostare nei suoi film situazioni comiche tipiche della commedia tradizionale a una pungente e talvolta amara satira di costume che rifletteva perfettamente l’evoluzione della società italiana alle soglie, durante e dopo il boom economico. Continua a leggere

Estratto di nascita

“Ormai hai 21 anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio”.

Alberto Sordi

Alberto Sordi

La risposta di Nando Mericoni (Alberto Sordi) al secondo pernacchione elargitogli da uno spettatore in sala durante la sua esibizione nei panni di Santi Byron, Gene Kelly de’ noantri , sul palco di un teatro di borgata.
Il film è Un americano a Roma, regia di Steno, Stefano Vanzina, anche tra gli autori della sceneggiatura insieme a Sordi, Lucio Fulci, Ettore Scola, Sandro Continenza. Ancora oggi la battuta, pur se spesso passa in secondo piano rispetto alla scena del “maccarone provocatore”, può considerarsi un piccolo capolavoro d’artificio linguistico per aggirare la censura del tempo.

Mai Stati Uniti

mai-stati-uniti-L-y27okhMai Stati Uniti, l’ultima fatica dei fratelli Vanzina, Carlo ed Enrico, il primo regista e co- sceneggiatore insieme al secondo e ad Edoardo Falcone, rappresenta, per l’ennesima volta, una commedia italiana in cui è evidente lo sforzo d’imbastire qualcosa di più strutturato, dai personaggi meglio definiti, anche riguardo la loro psicologia, ma che non riesce ad andare al di là della solita bastevole gradevolezza d’insieme. Scivola via piatta e anodina, tra sketch ripetitivi o comunque già visti ed uno sguardo al passato incapace di concretizzarsi, dal punto di vista cinematografico, come spunto per proporre finalmente qualcosa di nuovo.

Vincenzo Salemme, Giovanni Vernia, Ricky Memphis

Vincenzo Salemme, Giovanni Vernia, Ricky Memphis

Nel plot narrativo è evidente infatti un richiamo a certe realizzazioni degli anni ’50-’60, l’occhio pudico ed insieme curioso di papà Steno (Stefano Vanzina), per esempio, nell’introdurre le figure dei cinque protagonisti, persone comuni alle prese con una serie di problemi, in un clima di crisi economica: Angela (Ambra Angiolini), aspirante segretaria, schizofrenica farmaco (e psicanalista) dipendente, Antonio (Vincenzo Salemme), cameriere col vizio del gioco e oberato dai debiti, Nino (Ricky Memphis), ex meccanico, divorziato, che cerca di sbarcare il lunario proponendosi come intrattenitore alle feste di compleanno dei bambini, Carmen (Anna Foglietta), precaria attenta all’immagine, piuttosto disinvolta riguardo l’ambito sessuale, ed infine Michele (Giovanni Vernia), Forrest Gump sui generis, appena licenziato dallo zoo dove lavorava. Il loro destino cambierà una volta convocati da un notaio, quando apprenderanno di essere figli dello stesso padre e di aver diritto ad una cospicua eredità, purché ne spargano le ceneri in un posto ben preciso, Arizona, USA…

Maurizio Mattioli

Maurizio Mattioli

Nuoce al film in primo luogo un certo squilibrio tra voglia di riflessione (il tema della famiglia, la rilevanza dei suoi valori) e risata: quest’ultima nasce più per simpatia verso gli attori presi singolarmente che per la rilevanza di battute o situazioni, in un apparato sin troppo citazionista (Antonio/Salemme che viene battuto a carte da un bambino, come in un episodio de L’oro di Napoli, ’54, Vittorio De Sica, o il rapporto di Nino/Memphis col figlio, ripreso da Il giovedì,’63, Dino Risi, già richiamato dai Vanzina in Un’estate al mare, 2008), falsamente ingenuo (un casino scambiato da Antonio e Nino per l’abitazione di un gommista, il solito “no spik inglish”, tra equivoci verbali, e gestuali, con le addette ai lavori) e, a volte, inutilmente movimentato (la comparsata di Maurizio Mattioli, trucido in trasferta).

Ambra Angiolini e Anna Foglietta

Ambra Angiolini e Anna Foglietta

L’intenzione di una connotazione corale, poi, rimane sulla carta, perché non sempre si viene a creare un vero e proprio amalgama tra le varie interpretazioni, in particolare quando i fratelli inizieranno a conoscersi e il loro rapporto si farà più complice ed intenso. Peccato, soprattutto per i due personaggi femminili, sin troppo stereotipati, tra Ambra schizzata d’ordinanza e Foglietta “prigioniera coatta”, che solo tra le righe lasciano intuire un loro probabile miglior sfruttamento, mentre del tutto spaesato appare Vernia, il cui parodiare continuamente Travis/De Niro di Taxi Driver meriterebbe di essere annoverato tra i reati perseguibili penalmente, con la recidiva della coazione a ripetere.

Carlo ed Enrico Vanzina

Carlo ed Enrico Vanzina

Resta la sensazione che i Vanzina Brothers, una volta accantonate sia la facile risata, spesso becera e cialtrona, sia la compiaciuta e compiacente messa alla berlina degli italici vizi, non riescano a dare una definitiva coerenza, narrativa e visiva, alla loro capacità di osservazione delle mutazioni in atto nella società, a livello di costume in particolare.
Smarriti tra i rivoli di una meccanicità preordinata della messa in scena, i due hanno da tempo perso quel minimo di allegra spontaneità propria di alcune loro pellicole (almeno sino al triste subentro di varie derive triviali e scatologiche), in certo qual modo lungimiranti nella loro pur superficiale descrizione del reale. Un onesto richiamo alla genuinità di un cinema “sanamente” popolare, che sembra difficile possano recuperare, in particolare nei confronti delle nuove generazioni.

Ex-Amici come prima!

78Ebbene sì, ci sono cascato ancora una volta… Da quando, nel corso di questi ultimi anni, i fratelli Vanzina, Carlo ed Enrico, si sono allontanati dalla solita pletora di film “vacanzieri”, per cercare di dar vita a commedie più strutturate e dai personaggi meglio definiti, forse memori dell’eredità paterna (Steno, Stefano Vanzina), con risultati comunque altalenanti quando non discutibili, ho sempre sperato che, accantonate sia la facile risata, spesso becera e cialtrona, sia la compiaciuta e compiacente messa alla berlina degli italici vizi, la loro non comune capacità di osservazione delle mutazioni in atto nella società, a livello di costume in particolare, riuscisse man mano a trovare non solo uno stile ben definito, ma, soprattutto, il coraggio del vero affondo.

E invece, eccomi qui, a poche ore di distanza dalla visione di Ex-Amici come prima! a dare cronaca della mia ennesima delusione: ricevuto il testimone, in odore di commercialmente calcolato spin-off, da Fausto Brizzi (Ex, 2008), i due Vanzina, entrambi sceneggiatori con Carlo in solitaria alla regia, ne riprendono la traccia da commedia corale, con più personaggi a dar vita a varie vicende sentimentali. Marco (Enrico Brignano), appena convolato a nozze con Floriana (Teresa Mannino), incontra casualmente Consuelo (Liz Solari) e riaffiorano i ricordi di un amore a suo tempo idealizzato; Max (Alessandro Gassman), in procinto di separarsi dalla moglie, ha un incontro-scontro con Sandra (Anna Foglietta), foriero di non poche sorprese; Fabio (Ricky Memphis), lasciato dalla sua compagna, è in preda alla depressione più nera, tanto da tentare il suicidio e trovare poi conforto prima sul lettino dello psicanalista e poi tra le braccia di Valentina (Gabriella Pession), anche lei infelice “ex”; Antonio (Vincenzo Salemme), novello deputato europeo asfissiato dalla moglie Nunzia (Tosca D’Aquino) desiderosa di riscatto sociale, incontra, durante il volo per Bruxelles, Olga (Natasha Stefanenko), pure lei in politica, e scatta la scintilla fatale, portatrice di importanti cambiamenti nella vita di entrambi; infine c’è Paolo (Paolo Ruffini), cazzeggiante single, ma non per molto.

Inutile girarci intorno, tergiversare su quale possa essere l’episodio più riuscito o l’attore a risultare più bravo: il film, purtroppo, scivola via piatto ed incolore sin dall’inizio, senza acquisire alcuna identità, al di fuori di una certa eleganza di ripresa e “morbidezza” nel raccordo tra le varie storie e personaggi, mettendo in atto un abile palleggio tra i vari generi, dalla pochade alla commedia sofisticata. Tutto ciò, però, non riesce a mutarne le sorti, così come le cinefile strizzatine d’occhio sparse qua e là, in particolare a pellicole d’oltreoceano, o la satira piuttosto blanda sulla nostra (triste) situazione politica, costruita ad hoc più per issare la vela verso il vento (leggero) di un paventato cambiamento che per lasciare il segno di una benvenuta e profonda staffilata, all’insegna del solito “malcostume mezzo gaudio” d’italica tradizione, l’unico, vero, riferimento al nostro paese, altrimenti fotografato, ripreso e caratterizzato come una sorta di “mondo al di là dello specchio”. Ex fidanzati, ex mariti, ex politici mangioni, ex single: nel novero manca una categoria e mi faccio carico di aggiungerla personalmente, quella degli spettatori, almeno quanti ormai stanchi, logoro gioco complice, di essere assecondati sino all’assuefazione piuttosto che stimolati.

La vita è una cosa meravigliosa

dweNegli ultimi anni i fratelli Vanzina, Carlo ed Enrico, hanno seguito alternativamente due strade: film vacanzieri, dall’ umorismo becero e cialtrone, compiacente e compiaciuta messa alla berlina degli italici vizi, e commedie meglio definite e strutturate, sempre sullo stesso tema, memori della lezione paterna (Steno, Stefano Vanzina), con maggiore caratterizzazione degli interpreti, ma senza mai affondare il dito nella piaga, con toni ruffiani e leggeri da buffetto sulla guancia; sullo sfondo, una capacità di osservazione notevole, spesso anticipatoria di vari abusi e costumi, apparentemente romanocentrica, ma estensibile a buona parte del territorio nazionale.

E’ quanto si riscontra ne La vita è una cosa meravigliosa, con Carlo alla regia e sceneggiatore insieme ad Enrico: dopo un avvio straniante ma convincente, volto a dimostrare come anche gli immigrati si siano ben presto assuefatti alla nostra realtà tutta lustrini ed apparenza, la trama verte sulle intercettazioni telefoniche messe in atto dalla Polizia per tenere sotto controllo politici, uomini d’affari o ai vertici amministrativi, coinvolti in traffici sospetti nella Capitale; tra i poliziotti incaricati vi è Cesare (Enrico Brignano), che proprio grazie ad un’intercettazione scopre come la sua ragazza sia coinvolta in un giro di escort e quindi destinato ad un altro servizio, un furgone-spia sotto la villa di Antonio (Vincenzo Salemme), presidente di un importante gruppo bancario, con moglie e figlia incapaci di qualsiasi gesto d’affetto. Antonio riceve ogni giorno nel suo ufficio politici ed imprenditori, che lo pressano con richieste di finanziamento per attuare i loro intrallazzi, come il titolare di una clinica privata, amico dello stimato chirurgo Claudio (Gigi Proietti), sposato con Elena (Nancy Brilli), e con un figlio che pensa più a feste e scommesse che alla laurea in Medicina, sperando sulle raccomandazioni paterne. Altre vicende verranno ad incastrarsi nel nucleo narrativo, come l’amore tra Cesare e la bella Laura (Luisa Ranieri)…

Sospeso tra racconto corale e pochade, il film convince per le valide prove interpretative di tutti i protagonisti in generale, e di Salemme e Proietti in particolare: il primo capace di un notevole uso della mimica e di abili giochi di sguardi, il secondo esprime al meglio le sue doti istrioniche; anche Brignano offre una riuscita interpretazione, dai toni soffusi, un misto di malinconia ed autoironia, come la Ranieri. Purtroppo la sceneggiatura, tra sketch divertenti ed una scena dal vago sapore felliniano (un gruppo di giovani reduci da una festa, all’alba), non riesce a creare un valido amalgama tra i vari personaggi, in particolare quelli secondari, e, pur descrivendo alla perfezione un ambiente romano che i Vanzina conoscono bene, non è mai veramente incisiva ed efficace, perdendosi nei rivoli di un generico “volemose bene”, non potendo fustigare quella realtà di cui si è comunque figli, in un gioco complice che coinvolge anche gli spettatori.

Finale melenso e “falso”, per quanto apparentemente in tono da favola provocatrice, tra un “buon ritiro” in Africa e la preparazione della passata di pomodoro in campagna; visto che ormai siamo tutti disonesti, incapaci di una rettitudine morale, dalle piccole cose a quelle più grandi, solo la vita in una realtà incontaminata ci salverebbe: non serve una pur simpatica autoassoluzione a smuovere le nostre coscienze, la pacca sulla spalla quando si è sull’orlo del precipizio potrebbe rivelarsi deleteria.