Un ricordo di Carlo Vanzina

Carlo Vanzina(TgCom24)

Ci lascia Carlo Vanzina, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore (Roma, 1951), morto oggi, domenica 8 luglio, nella sua città natale.
Insieme al fratello Enrico, sceneggiatore, ha firmato più di sessanta film, soprattutto commedie, pur cimentandosi a volte, con risultati alterni, in diversi generi  (per esempio il thriller nel 1983, Mystère, e nel 1985, Sotto il vestito niente, film quest’ultimo che ebbe anche una sorta d’ideale seguito, Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata, 2011).
Credo vadano riconosciute, tanto a Carlo quanto ad Enrico, figli di Steno (Stefano Vanzina), anche nell’ambito delle realizzazioni più becere e raffazzonate, una non comune capacità d’osservazione delle mutazioni in atto nella società, in particolare a livello di costume, pur rimproverandogli una spesso compiaciuta, e compiacente, messa alla berlina degli italici vizi, all’insegna di un cialtronesco “malcostume mezzo gaudio”, senza esprimere il coraggio di un vero e proprio affondo; evidente, poi, in molti loro titoli (almeno sino al triste subentro delle varie derive triviali ed escatologiche) un’allegra e coinvolgente spontaneità che assumeva la consistenza, pur flebile, di un richiamo  sincero alla genuinità primigenia di un cinema “sanamente” popolare, certo memori di quanto il citato padre fosse stato un  maestro nell’accostare  situazioni comiche tipiche della commedia tradizionale a una pungente e talvolta amara satira di costume.

Quanto testè scritto può valere per il film che vide debuttare Carlo dietro la macchina da presa, Luna di miele in tre, 1976, protagonista Renato Pozzetto, o per titoli quali Arrivano i gatti, Una vacanza bestiale, entrambi del 1980, I fichissimi, 1981, il successivo Eccezzziunale…veramente, lancio sul grande schermo de I Gatti di Vicolo Miracoli (Umberto Smaila, Nini Salerno, Jerry Calà, Franco Oppini) e di Diego Abatantuono, assecondandone la comicità di deriva cabarettistica e televisiva, anche se personalmente il sopra citato mix lo ritengo pienamente compiuto in Sapore di mare, 1983, e il coevo Vacanze di Natale, l’uno giocato, in punta di cipria, sul filone “nostalgia canaglia”, l’altro su una satira sociale un po’ all’acqua di rose ma nel complesso efficace, ambedue ispirati a certo cinema vacanziero nostrano che, soprattutto negli anni’50, ebbe una discreta diffusione (mi sovvengono in mente, fra vari titoli, Racconti d’estate, 1958, Gianni Franciolini e Vacanze d’inverno,  1959, Camillo Mastrocinque).  Nella ricca filmografia, tra lo sfruttamento in salsa sempre più becera e cialtrona del filone feriale, emergono qua e là titoli interessanti, che avrebbero meritato maggiore attenzione sia a livello di regia che di scrittura, ma potenzialmente idonei a dare vita ad opere più strutturate, meglio definite, anche volte ad un certo impegno civile e politico (Tre colonne in cronaca, 1990, con Gian Maria Volontè, tratto dall’omonimo romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti) o attente all’analisi sociale e ai mutamenti di costume (Il pranzo della domenica, 2003); nel corso degli anni le produzioni dei Vanzina Brothers hanno quindi seguito, alternativamente, due strade: film, vacanzieri o farse rimpannucciate, dall’ umorismo grossolano, e commedie intente ad una maggiore caratterizzazione di situazioni ed interpreti.

Carlo ed Enrico Vanzina (Dagospia)

Il tutto sempre senza affondare più di tanto il dito nella piaga, con toni ruffiani e leggeri da buffetto sulla guancia, mantenendo però sullo sfondo la suddetta notevole capacità di osservazione, spesso anticipatoria di vari abusi e costumi, apparentemente romanocentrica, ma estensibile a buona parte del territorio nazionale, per quanto orfani di  una definitiva coerenza, narrativa e visiva,  smarriti tra i rivoli di una meccanicità preordinata della messa in scena.
La vita è una  cosa meravigliosa, 2010, Buona giornata, 2012, Mai Stati Uniti, 2013, Torno indietro e cambio vita, 2015, Non si ruba a casa dei ladri, 2016, Caccia al tesoro, 2017, ultima realizzazione di Carlo, pescando fra tentativi recenti di ritornare ai successi di un tempo, da un lato ne fanno  emergere chiaramente la dichiarata volontà di continuare ad attingere dagli stilemi propri della nostra commedia popolare, dall’altro però evidenziano, pur con una regia curata, attenta alle interpretazioni attoriali e alla condensazione dei tempi comici, come tale richiamo si limiti alla pura resa esteriore di riferimenti e plateali citazioni, mancando a livello di sceneggiatura un opportuno nerbo elaborativo, tale da offrire congrua caratterizzazione all’iter narrativo, contenutistica ancor prima che figurativa, al di là della sin troppo consueta reiterazione di gag e sketch veleggianti verso il già visto, nella totale prevedibilità di battute e situazioni, senza che scatti alcun coinvolgimento.
Il lavoro di Carlo, congiunto, come scritto nel corso dell’articolo, a quello del fratello Enrico, resta in definitiva un valido esempio di cinema poliedrico ed intuitivo, idoneo a conciliare, non senza qualche stridore, leggerezza e riflessione, sbattendo in faccia agli spettatori, spesso e volentieri, gli stilemi, esasperatamente  sguaiati, di una cafonaggine comportamentale non così distante, purtroppo, dalla realtà del vissuto giornaliero.

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