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Tredicesima Festa del Cinema di Roma: il manifesto omaggia Peter Sellers

Peter Sellers ™ Used with permission from The Lynne Unger Children’s Trust.
Photo by Terry O’Neill/Iconic Images/Getty Images

Peter Sellers è il protagonista dell’immagine ufficiale della Festa del Cinema di Roma (tredicesima edizione, dal 18 al 28 ottobre,  Auditorium Parco della Musica). L’attore inglese, apprezzato da un pubblico eterogeneo, che ha ammirato tanto le sue interpretazioni brillanti, intrise di lucida follia, rispettose dei tempi comici ed ispirate all’essenzialità visiva dei tempi del muto, quanto le eccellenti prove in ruoli drammatici, appare ritratto nei panni del suo personaggio più conosciuto, l’ispettore Jacques Clouseau, protagonista della serie La Pantera Rosa (iniziata nel 1963, per la regia di Blake Edwards, The Pink Panther); uno scatto realizzato dal fotografo britannico Terry O’Neill, celebre in tutto il mondo per aver immortalato innumerevoli personalità del mondo della musica e del cinema, dai Beatles ai Rolling Stones, dalla famiglia reale britannica alle star di Hollywood: l’ispettore punta diretto al pubblico e lo rende protagonista dell’evento.
Peter Sellers sarà poi protagonista di una retrospettiva a cura di Mario Sesti, realizzata in collaborazione con l’Ambasciata Britannica e il British Council;
“Sin dal mio primo anno, ho voluto caratterizzare la mia direzione artistica con manifesti che dessero un segno di eleganza, grazia e leggerezza – ha spiegato Antonio Monda– Quest’anno sono felice di aggiungere anche l’ironia, e Peter Sellers, in questo, è stato un maestro. Non è stato soltanto un genio comico, ma un attore grandissimo e versatile, come dimostrano le sue magnifiche interpretazioni per maestri diversissimi quali Stanley Kubrick, Vittorio De Sica, Hal Ashby, Blake Edwards, Alexander Mackendrick e molti altri”.

 

Un ricordo di Burt Reynolds

Burt Reynolds (BBC)

Fisico indubbiamente macho, un volto che sembrava scolpito nella roccia, modi spicci da buon “duro”, appena ammorbiditi da una soffusa ironia, l’attore Burt Reynolds (Burton all’anagrafe, Waycross, Georgia, 1936, padre cherokee e madre italiana),  ci ha lasciato ieri, giovedì 6 settembre; fin dagli esordi è riuscito a delineare un’aura iconica che si è mantenuta stabile fino ai giorni nostri, consegnandola definitivamente  all’immaginario collettivo, nonostante l’alternarsi fra ruoli da più che valido protagonista in film dall’impianto piuttosto solido ad altri da bravo caratterista in realizzazioni caratterizzate da plot deboli e regie non del tutto incisive. Reynolds si dedicò alla recitazione una volta che fu costretto ad abbandonare la carriera sportiva da giocatore di football (professionista) in seguito ad un incidente d’auto, frequentando così l’Hyde Park Playhouse di New York ed iniziando a recitare in teatro e in televisione. Continua a leggere

Debbie Reynolds (1932-2016)

Debbie Reynolds

Debbie Reynolds

Così è la vita, per quanto banale possa sembrare: nel giro di poche ore, quando non di un attimo, quanto hai davanti sparisce alla tua vista portato via da un refolo improvviso, il tempo del canonico battito di ciglia … 24 ore dopo la scomparsa di Carrie Fisher, il mondo del cinema ha quindi pianto anche la scomparsa di sua madre, Debbie Reynolds (Mary Frances Reynolds, El Paso, 1932), morta lo scorso mercoledì, 28 dicembre, a Los Angeles. Di bell’aspetto, sbarazzina e vivace, grazie alle discrete doti canore e di ballerina divenne presto l’interprete ideale di molti musical della Hollywood “dei tempi d’oro”a partire da Three Little Words (Tre piccole parole, 1950, Richard Thorpe), di due anni successivo al suo debutto cinematografico, una piccola parte in  June Bride (Vorrei sposare, Bretaigne Windust), anche se la grande notorietà venne raggiunta dall’attrice con il ruolo di Kathy Selden in  Singin’ in the Rain (Cantando sotto la pioggia, 1952, Stanley Donen e Gene Kelly), cui seguì, per la regia del solo Donen, Give A Girl A Break (Tre ragazze di Broadway). Continua a leggere

Un ricordo di Omar Sharif

Omar Sharif

Omar Sharif

Ci lascia l’attore Omar Sharif (Michael Shalhoub all’anagrafe, Alessandria d’Egitto, 1932), morto oggi, venerdì 10 luglio, in un ospedale del Cairo. Interprete dal notevole fascino e carisma, sguardo penetrante ed un sorriso di quelli che non si dimenticano, da cui scaturiva tanto un fare sornione quanto una prorompente sensualità, in virtù di queste doti riuscì a sopperire ad un’espressività forse non particolarmente incisiva, ma comunque congeniale ai ruoli interpretati, spesso del tutto distanziati dall’etnia d’origine, in particolare una volta affermatosi nel cinema hollywoodiano.
Dopo aver frequentato le scuole inglesi e il British Victoria College a Il Cairo, Sharif esordì sul grande schermo con Ṣirā῾ fī al-wādī (Lotta nella valle, 1954, Youssef Chahine), per poi recitare in numerosi film, spesso diretto dai più importanti registi egiziani, e al fianco della star Faten Hamama, che sarebbe divenuta sua moglie nel 1955. Continua a leggere

James Garner (1928-2014)

James Garner (Wikipedia)

James Garner (Wikipedia)

E’ morto ieri, sabato 19 luglio, nella sua abitazione di Los Angeles, l’attore James Garner (James Scott Baumgarner, Norman, Oklahoma, 1928), noto soprattutto come interprete di serie televisive baciate dal successo (Maverick, 1957-1960; The Rockford Files, Agenzia Rockford, 1974-1980), ma che ha dato molto anche al cinema. Il modo di porsi in scena, infatti, sornione e ricco di spunti umoristici, l’eleganza e la prestanza fisica unite ad una certa sfacciataggine (negli anni contornata efficacemente da toni autoironici), hanno fatto sì che nel corso della sua carriera Garner potesse spaziare fra i vari generi, rivelando una certa duttilità.
Il debutto sul grande schermo, una volta completata la formazione attoriale presso gli Herbert Berghof Studios, risale al 1954 (una semplice apparizione in The Caine Mutiny Court-Martial, Herman Wouk), cui seguirono tutta una serie di ruoli secondari (Soli nell’infinito, Toward the Unknown, 1956, Melvyn LeRoy; Sayonara, 1957, Joshua Logan) e man mano più rilevanti (Darby’s Rangers Commandos, 1958, William A. Wellman), inframmezzati da interpretazioni in serie televisive, come su scritto (la citata Maverick), che ne consacrarono la definitiva affermazione, oltre a conferirgli notorietà presso il grande pubblico. Continua a leggere

Mickey Rooney (1920-2014)

Mickey Rooney (Wikipedia)

Mickey Rooney (Wikipedia)

Ci lascia all’età di 93 anni l’attore americano Mickey Rooney (Joe Yule Jr. all’anagrafe, New York, 1920), morto la scorsa domenica, 6 aprile, nella sua abitazione a North Hollywood (Los Angeles), ex “fanciullo prodigio” il cui eclettismo e la notevole dinamicità, in particolare combinazione con il fisico minuto, fecero sì che, almeno nel periodo di maggior fama, venisse scelto dalle grandi casi di produzione per rappresentare sullo schermo la gioventù statunitense del periodo (gli fu assegnato un Oscar “giovanile” al riguardo, nel’39, condiviso con Deanna Durbin, mentre nell’82 ricevette quello onorario), rappresentando una confluenza cinema- vita certo favorevole alla sua carriera, almeno sino alla fine degli anni Quaranta. Da qui in poi Rooney cercò di smarcarsi dall’immagine sopra descritta, volgendo verso ruoli più intensi, quando non drammatici, ma dovette adattarsi ad interpretazioni di secondo piano, per quanto sempre convincenti riguardo il livello recitativo (basterebbe citare, fra gli altri, The Bold and the Brave, ’56, La soglia dell’inferno, Lewis R. Foster, per il quale ricevette una nomination all’Oscar,o, soprattutto, Baby Face Nelson, ‘57, Faccia d’angelo, Don Siegel, nel ruolo del killer psicopatico Lester Gillis). Continua a leggere

Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s, 1961)

Audrey Hepburn

Audrey Hepburn

Venerdì 14 febbraio farà ritorno al cinema, solo per un giorno, nelle sale aderenti al circuito Nexo Digital, Colazione da Tiffany, in versione restaurata.
La data scelta dà forma d’ironica profezia all’opinione sul film, diretto da Blake Edwards, espressa al tempo da Truman Capote, autore del libro omonimo (’58) che servì allo sceneggiatore George Axelrod come una sorta di traccia, mutandone totalmente il finale: “Il libro era davvero piuttosto amaro. Il film è diventato uno sdolcinato biglietto di San Valentino per New York (…)” (dal libro celebrativo del 50mo anniversario della pellicola, Breakfast at Tiffany’s, 2010, Sarah Gristwood, edito in Italia da Salani).
Nell’occasione, avendo sempre apprezzato in egual misura, pur nella loro diversità, tanto il racconto di Capote quanto il suo adattamento cinematografico, ripubblico una mia recensione, riscritta in alcuni particolari rispetto all’originaria versione del 2010, nel piacere di condividerla con voi lettori.
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4New York, 5th Avenue, prime ore del mattino:un taxi si accosta al marciapiede, accanto alla vetrina di Tiffany, una donna elegantemente vestita scende dall’auto, sorseggiando un caffè e addentando una brioche, con soave grazia.
Da quanto si può intuire attraverso gli spessi occhiali neri, la visione sembra metterla di buon umore. Holly (Audrey Hepburn), questo è il suo nome, vive in un appartamento, i pochi mobili ed una valigia in bella vista fanno intuire uno stile di vita provvisorio.
Intanto nel palazzo arriva un nuovo inquilino, Paul Varjak (George Peppard), scrittore in attesa di migliore fortuna che si fa mantenere da una ricca signora (Patricia Neal). Tanto Paul quanto Holly affrontano la vita con candido disincanto, velato da cinismo nel primo e da una folle e spontanea allegria nella seconda, la quale ha in progetto di sposare un milionario, si fa mantenere da ricchi signori che le offrono cinquanta dollari “per la toilette” (così definisce le sue prestazioni) ed organizza dei party, frequentati dalla New York modaiola del tempo. Ingenuamente, inoltre, la donna fa da tramite per il boss Sally Tomato (Alan Reed), rinchiuso a Sing Sing.

George Peppard, Hepburn e Patricia Neal

George Peppard, Hepburn e Patricia Neal

Inevitabile quindi che fra i due si instauri, con una certa naturalezza, un particolare rapporto di amicizia ed affettuosa complicità, in particolare man mano che vengono fuori alcuni particolari della vita di Holly, ben celati dall’opportuna maschera della spensieratezza e dal paravento di una gaia incoscienza come stile di vita. Malinconia, paura di vivere, sono infatti sempre in agguato e per scacciare le paturnie non basta fare un giro da Tiffany, specie se il passato ritorna nelle vesti del Dottor Golightly (Buddy Ebsen), veterinario di mezza sposato da Holly dopo essere stata accolta in casa sua insieme al fratello: pur dimostrando affetto e riconoscenza, rifiuta di tornare a vivere con lui, rivendicando la sua scelta di appartenere solo a se stessa. Paul, ormai innamorato di questa donna certo forte e vitale ma egualmente fragile e complessa, ne asseconda le bizzarrie, si affranca dallo status di mantenuto e si rimette a scrivere, cercando di fare ordine nella sua vita e in quella di Holly, la quale è ormai sul punto di sposare un milionario brasiliano, che però, una volta scoperti i traffici di Sally Tomato, la lascerà per paura di uno scandalo. Continua a leggere