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Giornata Mondiale della Terra

“Hai fatto er cielo, hai fatto er mare, quanno te pare sai fa’ pe’ tre. A fa’ la tera c’hai indovinato, chi c’ha azzeccato mejo de te. Hai fatto bene tutto er creato, te sei sbajato solo co’ me, solo co’ me! Qui nun se spiega, Signore Dio, che solo io devo pagà… Che t’è successo? Eri svojato? T’eri stancato de  lavorà. Nun c’era obbligo! Nun te veniva? Si nun te annava lassavi annà…”

“Preci di folla … Confuse voci inascoltate in cielo…L’Onnipotente ama i solisti!”(Barone Scarpia, Vittorio Gassman).

(Il canto dei derelitti, testo di Luigi Magni, musiche di Armando Trovajoli, da La Tosca, 1973, regia e sceneggiatura sempre di Magni; tra gli interpreti, Monica Vitti, Gigi Proietti, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Umberto Orsini)

Roma omaggia “La dolce Vitti”

All’anagrafe fa Maria Luisa Ceciarelli (Roma, 1931), ma tutti noi la conosciamo come Monica Vitti, attrice, teatrale e cinematografica, poliedrica, duttile, capace di passare con disinvoltura dal tragico al comico, sfruttando la sua ironia, ed autoironia, con uno stile invidiabile ed un’eleganza scenica giocata sulla discrezione. Indubbia, poi, la capacità di ammaliare con un semplice sguardo e un candido sorriso, a volte quasi impercettibile, facendo leva su un fascino soavemente naturale, lontano anni luce da un divismo artefatto, magari costruito a tavolino.
A lei è dedicata la mostra inaugurata lo scorso giovedì, 8 marzo, al  Teatro dei Dioscuri al Quirinale, Roma, visitabile fino al 10 giugno prossimo, La dolce Vitti, ideata e realizzata da Istituto Luce Cinecittà, curata da Nevio De Pascalis, Marco Dionisi e Stefano Stefanutto Rosa; nell’esposizione se ne ripercorrono i quarant’anni di attività, grazie ad un percorso espositivo multimediale, il cui sviluppo è, al contempo, cronologico e tematico: dai ruoli drammatici nei film di Michelangelo Antonioni, intervallati da qualche breve sketch brillante, al definitivo ruolo di protagonista della commedia all’italiana, a partire da La ragazza con la pistola, 1968, di Mario Monicelli.
Cuore della mostra sono le oltre 70 fotografie provenienti da importanti archivi pubblici (l’Archivio storico dell’Istituto Luce, quelli dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e del Centro Sperimentale di Cinematografia), e privati (Reporters Associati, Archivio Enrico Appetito), oltre ad altri fondamentali fondi, come quelli personali di Elisabetta Catalano e Umberto Pizzi. Continua a leggere

“Nino!” Una serie d’iniziative per ricordare il grande artista a dieci anni dalla scomparsa

Nino Manfredi (wikipedia)

Nino Manfredi (wikipedia)

A dieci anni dalla scomparsa (4 giugno 2004), tutta una serie di iniziative culturali, inserite all’interno della manifestazione Nino!, presentata nei giorni scorsi a Roma, in Campidoglio, ricorderà la figura di Nino Manfredi, fra i grandi protagonisti della commedia all’italiana, alla cui produzione offrì, dopo una lunga esperienza nel teatro di prosa, nella rivista e nella commedia musicale, affrontando ruoli man mano sempre più rilevanti, il suo talento certo insolito, particolare, capace di portare in scena una recitazione pacata, basata su un umorismo sommesso e controllato, che accentuava i toni malinconici di un attore comunque dotato di un’ istintiva carica di simpatia. Personalmente conservo con gioia e commozione nel mio cuore il ricordo, fra le tante pregevoli interpretazioni (per esempio il ciabattino Cornacchia di Nell’anno del Signore, ’69, o Monsignor Colombo in Nel nome del Papa Re, ’77, entrambi diretti da Luigi Magni), quella di Mastro Geppetto nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (Luigi Comencini, 5 puntate, dall’8 aprile al 6 maggio ‘72). Continua a leggere

Remo Capitani e Toni Ucci, l’importanza di essere caratteristi

yy45y24Di derivazione teatrale, al cui interno vige una sorta di gerarchia fra primo, secondo e mezzo carattere, la figura del caratterista nell’ambito cinematografico ha man mano assunto ben definite peculiarità, sino a far sì che una semplice macchietta o il classico “tipo” potesse essere individuato non solo grazie alle consuete sfumature umoristiche o drammatiche, volte a conferire un ben preciso percorso all’interno dell’ impianto narrativo, ma anche in virtù di determinate particolarità fisiche o comportamentali nello svolgersi di una scena, sino all’identificazione totale con il genere cinematografico in cui l’attore si trovava frequentemente a recitare.
Una premessa necessaria e al contempo idonea a ricordare due popolari caratteristi del nostro cinema, che ci hanno lasciato nei giorni scorsi, Remo Capitani e Toni Ucci. Continua a leggere

Luigi Magni (1928-2013)

Luigi Magni

Luigi Magni

E’ morto stamane, domenica 27 ottobre, a Roma, sua città natale, Luigi Magni, regista cinematografico e teatrale, sceneggiatore e soggettista. Non sempre, almeno a mio avviso, è stata tenuta nella giusta considerazione la sua abilità nel conciliare la spettacolarità propria di un accurato affresco storico con un ben calibrato senso drammaturgico e in particolare merita attenzione l’indubbia perizia affabulante nel narrare i vari accadimenti a misura di essere umano.
E’ riuscito, infatti, a rendere evidente come gli abusi del potere costituito (ecclesiastico e civile), per quanto circoscritti all’epoca della loro messa in atto, fossero ancora radicati nell’attualità di ogni giorno, una sorta di lascito obbligatorio, all’insegna della sopraffazione espressa dai più forti verso i più deboli.
Non ha poi trascurato di sottolineare, riguardo quest’ultimi, nell’ alternanza fra toni ora bonari ora sarcastici, l’incapacità di mutare l’ordine delle cose facendo forza comune, lasciando spesso l’azione a singoli gruppi o a qualche individuo intento a combattere l’ingiustizia con modi sottili, insinuandosi all’interno della stessa macchina governativa, ed entrambi destinati alla sconfitta o ad un calcolato ripiego.

00410003Quelli descritti sono d’altronde i tratti salienti dell’opera che conferì a Magni la grande popolarità, dopo l’esordio come regista nel ‘68 con la commedia Faustina, ovvero Nell’anno del Signore, ’69, ispirato alla condanna a morte subita dai repubblicani Angelo Targhini e Leonida Montanari nel 1825.
E’ un film in cui risalta tanto un notevole cast (Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Alberto Sordi) quanto, soprattutto, una messa in scena piuttosto partecipe, pregna di un sentito impegno sociale ancor prima che politico, attenta ad evidenziare ogni ingiustizia messa in atto dal potere temporale, una chiesa orfana, in quanto ordine costituito, di qualsivoglia misericordia o comprensione umana (non manca, anche se come vicenda secondaria, un riferimento all’antisemitismo espresso dal clero del tempo), e l’ ignavia popolare nell’assecondare l’andamento dei fatti, quasi senza colpo ferire.

jhjE’ il primo episodio di una ideale trilogia che proseguì con In nome del Papa Re, ’77 (David di Donatello come Miglior Sceneggiatura), film dove risalta ancora di più, anche per la bellissima interpretazione offerta da Manfredi, la prevalenza dell’umanità sugli eventi storici, grazie alla forza espressa da sentimenti quali amore e comprensione, elevati a valori dominanti contro ogni rifiuto di dialogo, almeno chiarificatore se non propriamente conciliante.
La conclusione si ebbe con In nome del popolo sovrano, ’90, ambientato ai tempi della Repubblica Romana, nel 1849, pellicola forse un po’ discontinua nell’impostazione complessiva, anche riguardo le caratterizzazioni dei personaggi, non tutte delineate con eguale vigore, ma sempre vitale nei suoi temi di fondo e nell’ispirazione genuinamente popolare, caratteristica quest’ultima che si ritrova facilmente anche in altri lavori di Magni come, fra gli altri, La Tosca del ’73 (tra gli interpreti, Monica Vitti, Gigi Proietti, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman), l’interessante dittico dedicato all’antica Roma con Scipione detto anche l’Africano, ’71, e Secondo Ponzio Pilato, ’87, o la sua ultima realizzazione per il grande schermo, La carbonara, girato nel ’99.

Nino Manfredi, "In nome del Papa Re"

Nino Manfredi, “In nome del Papa Re”

Da non dimenticare l’attività di sceneggiatore sia teatrale (la collaborazione con Garinei e Giovannini per Rugantino, ’62, Il giorno della tartaruga,’64, e Ciao Rudy,’66) che cinematografico, lavorando al riguardo per vari registi, prima e dopo aver esordito dietro la macchina da presa, come Camillo Mastrocinque (La cambiale, ‘59; Il corazziere, ‘60), Pasquale Festa Campanile (Un tentativo sentimentale, ‘63), Alberto Lattuada (La mandragola, ‘65), Mario Monicelli (La ragazza con la pistola, ’69), Nino Manfredi (Per grazia ricevuta, ’71). Ugualmente da ricordare i lavori televisivi, da State buoni se potete, ’84, a La notte di Pasquino, 2002, ancora una volta con Manfredi protagonista, l’ultima realizzazione del regista romano, cui va riconosciuto il merito di aver mantenuto vivo il ricordo del nostro passato, anche durante periodi dominati da confusi e calcolati revisionismi, per farci comprendere meglio il presente. Il mio pensiero finale è che Magni abbia saputo adattare al mutare dei tempi la famosa locuzione Storia maestra di vita, attribuita a Cicerone, nella beffarda consapevolezza che l’unico insegnamento appreso al riguardo dall’umanità nel corso dei secoli venga rappresentato dalla certezza di non voler apprendere alcunché.

Nastro d’Argento alla carriera per Roberto Herlitzka

Roberto Herlitzka

Roberto Herlitzka

E’ stata annunciata ieri, mercoledì 22 maggio, a Cannes, dal SNGCI (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani), l’assegnazione del Nastro d’Argento alla carriera 2013 per Roberto Herlitzka, attore prevalentemente teatrale, che ha sempre interpretato memorabili ruoli anche sul grande schermo, ritagliandosi al riguardo una posizione ben precisa nell’ambito del cinema di qualità, a partire dal ’73 (La villeggiatura, Marco Leto) sino ad oggi. Herlitzka è nel cast de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, in concorso sulla Croisette, mentre nel 2012 ha offerto ottime prove ne Il rosso e il blu (ruolo per il quale è stato candidato al David di Donatello 2013 come miglior attore protagonista), diretto da Giuseppe Piccioni, e in Bella addormentata, per la regia di Marco Bellocchio, con cui aveva già girato Il sogno della farfalla, ’94, e Buongiorno Notte, 2003, film quest’ultimo dove aveva offerto una splendida interpretazione di Aldo Moro, per la quale gli vennero assegnati il Nastro d’Argento e il David di Donatello come miglior attore.

Forse tra gli autori che lo hanno diretto in questi anni (fra i tanti, Emidio Greco, Lina Wertmüller, Luigi Magni) proprio Bellocchio, almeno a livello di personale sensazione, è stato colui che ha saputo sfruttare meglio il suo particolare modo di porsi dinnanzi alla macchina da presa, elegante, quasi defilato, tra serietà ed una particolare ironia, ma sempre riuscendo a far risaltare incisività e arguzia, accompagnate dall’inconfondibile tono di voce, denso di particolari sfumature. Herlitzka riceverà il Premio a Roma, la sera di giovedì 30 maggio, quando al Museo Maxxi saranno annunciate le candidature ai Nastri d’Argento e verrà festeggiato il Film Nastro dell’anno 2013, Io e te di Bernardo Bertolucci.

Ricordando Monica Vitti: “La ragazza con la pistola” (1968)

rtyuiSe qualcuno dovesse chiedermi quale possa essere la nostra più grande attrice, risponderei senza esitazione Monica Vitti: certo me ne vengono in mente tante altre, tutte con i loro bravi meriti, ma credo che Maria Luisa Ceciarelli, il suo nome all’anagrafe, sia stata la più poliedrica e duttile, capace di passare con disinvoltura dal tragico al comico, sfruttando la sua ironia ed autoironia con uno stile invidiabile ed un’eleganza scenica giocata sulla discrezione, capace di ammaliarti con un semplice sguardo e un candido sorriso, quasi impercettibile a volte, facendo leva su un fascino soavemente naturale, lontano anni luce da un divismo artefatto, magari costruito a tavolino.

Il suo recente compleanno e la mostra che le ha dedicato in questi giorni il Festival Internazionale del Film di Roma (Monica e il cinema. L’avventura di una grande attrice ), hanno permesso di ripercorrerne i quarant’anni di attività, dai ruoli drammatici nei film di Michelangelo Antonioni, intervallati da qualche breve sketch brillante, al definitivo ruolo di protagonista della commedia all’italiana, a partire da La ragazza con la pistola, ’68, di Mario Monicelli, un film tutto da riscoprire.

La vicenda ha inizio in un paesino della Sicilia, il rapimento di una donna organizzato da Maccaluso Vincenzo (Carlo Giuffrè), con errore dei suoi bravi, visto che invece della “chiatta” Concetta gli hanno portato la cugina Assunta… Ma tant’è, ormai il fatto è combinato e per di più la fanciulla non sembra poi tanto restia alle profferte amorose, dopo aver sguainato un coltello e opposto lieve resistenza (“niente sento, fredda come il mammo sono …”). Al mattino, però, Vincenzo è sparito, Assunta è accolta dai paesani come “disonorata”, il fidanzato demanda la vendetta ai maschi della famiglia, che non ci sono, per cui toccherà proprio a lei, con tanto di pistola in borsetta, inseguire il traditore, partito per l’Inghilterra. Dopo tante peripezie, incontri vari, tra i quali un medico novello pigmalione (Stanley Baker), la rivalsa della nostra eroina, man mano sempre più integrata nella realtà inglese, sarà efficace e risolutiva…

L’evidente ispirazione ai quadri grotteschi, esasperati ed esasperanti, delineati da Pietro Germi in Sedotta e abbandonata, ’63, nella comune intenzione di cavalcare funzionalmente i luoghi comuni propri della condizione del Sud, dall’arretratezza culturale sino ai granitici concetti di rispetto ed onore, non inficiano più di tanto la validità complessiva della pellicola, sia nella costruzione, con qualche scricchiolo soprattutto nella seconda parte, quando vira verso il sentimentale, sia nell’ assunto che si viene a visualizzare. Il tutto, grazie all’abile mano di Monicelli e alla caratterizzazione offerta dalla Vitti, che vediamo trasformarsi gradualmente anche nell’aspetto fisico e nel modo di vestire, partendo dall’iniziale treccia corvina e mise in nero per arrivare ai capelli rossi e alle minigonne, sulla cui figura è infatti incentrata la sceneggiatura di Rodolfo Sonego e Luigi Magni.

La bella Monica ci regala un valido ritratto di donna combattuta tra atavismo e modernità, al centro di un percorso formativo e di emancipazione, conquistando quest’ultima, guarda caso, lontano dagli italici confini, sapendo cogliere i vari fermenti di novità tipici di un ambiente sociale in totale trasformazione, facendoli propri nell’affermazione definitiva della sua personalità ed autonomia, ovviamente non comprese e bistrattate dal redivivo Vincenzo, il quale non può fare altro che masticare amaro e consolarsi con uno stanco e maschilista refrain (“bottana eri e bottana sei rimasta”).

Da ricordare, infine, infine i toni pop espressi dai titoli di testa e di coda, come dalla colonna sonora di Peppino De Luca, la bella fotografia di Carlo Di Palma, dai toni cangianti, più luminosi, man mano che l’azione si sposta verso il Regno Unito e la presenza di grandi caratteristi come Stefano Satta Flores e Tiberio Murgia; La ragazza con la pistola ottenne nel ’69 la nomination all’ Oscar come Miglior Film Straniero, il David di Donatello per la miglior produzione (Gianni Hetch Lucari), mentre alla Vitti fu conferito il Nastro D’Argento e il Premio al Festival di S. Sebastiano come miglior attrice ed uguale riconoscimento ai David di Donatello, ex aequo con Gina Lollobrigida (Buonasera Mrs. Campbell, Melvin Frank).