Archivi tag: Maurizio Calvesi

Domani è un altro giorno

(MyMovies)

Roma, oggi. Giuliano (Marco Giallini), noto attore teatrale, estroverso ed aperto alla vita, divorziato e con un figlio studente universitario a Barcellona, vive solo, insieme all’amato cane Pato.
Le sue condizioni di salute non sono delle migliori, il cancro ai polmoni  che lo ha colpito circa un anno addietro non intende regredire, anzi sta per estendersi a tutto il corpo, tanto che il nostro ha ormai preso la decisione di interrompere qualsiasi trattamento ed attendere così il giorno della dipartita. Nulla sembra potergli far cambiare idea, neanche la contrarietà espressa dalla sorella Paola (Anna Ferzetti) o la presenza dell’amico di lunga data Tommaso (Valerio Mastandrea), giunto dal Canada, vincendo la paura dell’aereo, dove vive con la sua famiglia ed insegna robotica all’università; soggiornerà nella Capitale per quattro giorni, tempo bastevole per ritrovare l’intesa di un tempo, quella complicità, anche silente, propria di due caratteri del tutto diversi, Tommaso è piuttosto introverso e alquanto laconico, la capacità  di ridere l’uno dell’altro nel rammentare le loro esperienze passate, provando ad allontanare la tristezza incombente sforzandosi di vivere al meglio il presente, in nome di una fraterna amicizia indelebile a fronte di qualsivoglia avversità, che sarà sublimata da Giuliano in un atto finale da attore consumato … Continua a leggere

Nastri d’Argento 2016, i premi tecnici

show_imgMaurizio Calvesi per la fotografia (Non essere cattivo e Le confessioni), Paki Meduri per la scenografia (Alaska e Suburra), Catia Dottori per i costumi (La pazza gioia), Gianni Vezzosi per il montaggio (Veloce come il vento) e Angelo Bonanni (il sonoro in presa diretta di Non essere cattivo): questi i vincitori dei primi Nastri d’Argento, selezionati nelle cinquine dei candidati 2016 da una giuria speciale del SNGCI, la cui votazione ha anticipato il verdetto che seguirà nelle altre categorie per i Nastri in vista del gran finale del 2 luglio al Teatro Antico di Taormina.
La consegna è avvenuta a Roma, presso il MAXXI, nella serata di martedì 31 maggio, che ha festeggiato candidati e premi speciali insieme al compleanno del Sindacato e dei Nastri, nati nella primavera del 1946.

“Lucio Saffaro. Le forme del pensiero” in onda questa sera su “Rai Storia”

L’identificazione della realtà - Isokrator (opus X), 1955. Courtesy Fondazione Lucio Saffaro, Bologna. Foto di Claudio Toller.

L’identificazione della realtà – Isokrator (opus X), 1955. Courtesy Fondazione Lucio Saffaro, Bologna. Foto di Claudio Toller.

Questa sera, martedì 22 aprile, andrà in onda su Rai Storia, alle ore 21.15 (replica domenica 27, alle ore 17.00), il documentario Lucio Saffaro. Le forme del pensiero (nella versione integrale di 52 minuti), promosso dalla Fondazione Lucio Saffaro e prodotto da RAI Educational-Magazzini Einstein, per la regia di Giosuè Boetto Cohen, da un’idea di Gisella Vismara, con la collaborazione del CINECA.

Presentato in anteprima lo scorso 27 febbraio presso il Museo della Storia di Bologna, Lucio Saffaro. Le forme del pensiero ricostruisce, attraverso le testimonianze di addetti ai lavori e di quanti lo conobbero, la storia di un uomo elegante che in vita fece di tutto per passare inosservato.
I quadri di questo artista, ricercatore, intellettuale, poeta, scrittore e filosofo hanno rappresentato esempi unici, grazie all’ambizione continua di riunire due culture: l’ingegno matematico e la sensibilità pittorica.
All’interno del documentario, oltre ad inediti filmati di famiglia, compaiono: Maddalena Arone di Bertolino, Maurizio Calvesi, Flavio Caroli, Federico Carpi, Claudio Cerritelli, Bruno D’Amore, Michele Emmer, Piergiorgio Odifreddi, Riccardo Sanchini, Luigi Ferdinando Tagliavini, Walter Tega e Gisella Vismara.

Per informazioni: http://www.fondazioneluciosaffaro.it

Forza D’Agrò (ME): “Terre di Cinema-Incontri Internazionali sulla Fotografia Cinematografica” III Edizione

Forza D’Agrò (ME)

Forza D’Agrò (ME)

Si svolgerà dal 1° al 10 settembre, presso il convento agostiniano del borgo medievale di Forza D’Agrò (ME) la III Edizione del Festival Terre di Cinema, punto d’incontro internazionale dedicato alla cultura dell’immagine e all’arte della fotografia cinematografica, patrocinato da AIC – Associazione Italiana Autori della Fotografia Cinematografica (dal 1956 rappresenta i più importanti direttori della fotografia del nostro cinema), su direzione artistica di Vincenzo Condorelli (AIC) e con la presenza costante di Luciano Tovoli (AIC, ASC).
Avvalendosi di molteplici strumenti per promuovere la qualità della fotografia, svelandone ricchezza e complessità, in particolare riguardo il lavoro sul set, la kermesse intende proporre un approccio articolato, così da poter soddisfare le curiosità del grande pubblico e le domande degli appassionati, ma anche le approfondite conoscenze dei più esperti.

Reha Erdem

Reha Erdem

Cuore del Festival, il Cinecampus Internazionale formato dagli allievi di alcune fra le migliori scuole di cinema d’Europa e del Mediterraneo, a partire dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Novità di quest’anno, la previsione di una rassegna competitiva, la New Cinematographers Showcase (2- 6 settembre), volta a presentare le opere di alcuni dei più talentuosi direttori della fotografia internazionali, i quali terranno masterclass tematiche e si contenderanno il premio New Cinematographers Award.
I film selezionati si sono distinti nei più prestigiosi festival internazionali, come, fra i tanti, Jîn, realizzazione di uno dei maggiori registi turchi contemporanei, Reha Erdem, proiettato in anteprima nazionale, e l’opera prima del direttore della fotografia Emil Christov, The Color of the Chameleon, presentata al Festival di Toronto 2012.

Ran Tal

Ran Tal

Altra novità, un focus sulle cinematografie del panorama mondiale, dedicato ad Israele ed organizzato in collaborazione con Pitigliani Kolno’a Festival, il Festival del Cinema Ebraico di Roma.
Il Focus On Israele (1-2 settembre) vedrà, fra gli altri, la presenza di Asaf Sudry, direttore della fotografia di La sposa promessa, film diretto da Rama Burshtein, presentato in anteprima mondiale, in concorso, alla 69ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, dove Hadas Yaron ha vinto la Coppa Volpi per la miglior attrice protagonista.
Altra partecipazione di prestigio sarà quella del direttore della fotografia Daniel Kedem, per l’anteprima italiana di The garden of Eden, documentario del regista Ran Tal.

Giorgia Farina

Giorgia Farina

La sezione Italian New Waves (7-8 settembre) incentrata sulle opere prime italiane, approfondirà uno dei più affascinanti aspetti che caratterizzano il mestiere del direttore della fotografia: la relazione fra la sua figura e quella del regista, degli attori e della troupe.
Tra gli ospiti il regista Toni Trupia, l’attore Francesco Scianna e il direttore della fotografia Arnaldo Catinari (AIC) per Itaker – Vietato agli Italiani, protagonisti dell’incontro con il pubblico che seguirà alla proiezione.
Giorgia Farina, candidata al David di Donatello 2013 come migliore regista esordiente per Amiche da morire, sarà presente con il cast tutto al femminile (Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore), ed il direttore della fotografia Maurizio Calvesi (AIC).

Luciano Tovoli

Luciano Tovoli

In chiusura, Master of the lights (9-10 settembre), un tributo a Luciano Tovoli (AIC, ASC), Tonino Delli Colli (AIC, ASC) e Franco Delli Colli (AIC), tre maestri della fotografia cinematografica italiana, che hanno segnato con la loro arte la storia del cinema mondiale.
Il primo sarà fra gli ospiti d’onore e presenterà al pubblico Diario di un maestro (’72, diretto da Vittorio De Seta, di cui ha firmato la fotografia), così come Stefano Delli Colli, figlio di Tonino, direttore di Quotidiano Energia, e Laura Delli Colli, presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, figlia di Franco e nipote di Tonino Delli Colli.

Tutte le proiezioni sono gratuite e aperte al pubblico.
Informazioni su incontri, proiezioni, orari: http://terredicinema.com/

Buongiorno papà/Amiche da morire: la sostenibile leggerezza della commedia italiana

buongiorno-papaamiche-da-morire-la-sostenibil-L-9F4DdEVuoi vedere che il nostro cinema è ancora in grado di mettere in scena commedie semplici, garbate, ironiche, legate sì alla realtà ma senza il pretesto di sbatterti in faccia la solita pseudo morale d’accatto buona, nella sua generica autoassoluzione, per il consueto salotto televisivo? Possibile, poi, che si riesca nuovamente a valorizzare le interpretazioni attoriali, concedendo già in fase di scrittura un certo respiro espressivo al di là del loro semplice uso come tramite per propinare gag stantie e volgari o cliché standardizzati per ogni palato?

Giorgia Farina (radiocinema.it)

Giorgia Farina (radiocinema.it)

Sono interrogativi scaturiti dopo la visione di due pellicole italiane, Buongiorno papà e Amiche da morire, che hanno trovato risposte positive, con i dovuti distinguo. Dirette da giovani registi, rispettivamente Edoardo Leo e Giorgia Farina, quest’ultima al suo debutto nei lungometraggi, mentre il primo ha esordito sul grande schermo tre anni orsono (il non disprezzabile Diciotto anni dopo), ambedue fanno affidamento su un valido cast, uno stile di regia semplice, lineare, attento, mai invasivo, ed un buon lavoro di sceneggiatura, dove finalmente l’espressione “a più mani” conferisce il senso di un congruo apporto d’insieme.
Si dà vita, in entrambi i casi, al classico film “medio”, volto al grande pubblico, cui si offre un maturo intrattenimento, l’apprezzabile intento di narrare una storia ed offrirla agli spettatori nell’ intuibile assunto di evitare il facile assioma che leggerezza voglia necessariamente significare inconsistenza.

Edoardo Leo (My Movies)

Edoardo Leo (My Movies)

Peccato che, almeno stando ai dati del botteghino, questi due film non siano stati premiati da un successo di pubblico almeno pari ad altre realizzazioni, commedie che continuano a puntare sul subitaneo effetto comico, il facile coinvolgimento, l’inconsistenza programmatica spesso mascherata da accomodante satira di costume. Fumo negli occhi che ha portato negli anni sia all’incapacità di spaziare fra i vari generi, con le dovute eccezioni, sia ad un’assuefazione omologante, con sistemi più o meno subdoli, tra (auto)compiacimenti e ruffianerie.
A parer mio il male non è la commedia in sé, da sempre, non solo cinematograficamente, una delle nostre vie preferite nel narrare la realtà, ma la scelta delle sue modalità rappresentative, che si è persa negli anni tra i rivoli di vacui richiami al passato e senza il coraggio d’esprimere, pur nel rimando, un’identità ben precisa al di là del facile, ed ovvio, intrattenimento generalizzato.
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buongiorno-papaamiche-da-morire-la-sostenibil-L-ayNzXaBuongiorno papà è incentrato sulla figura del “quasi quarantenne” Andrea (Raoul Bova), fisico atletico, abbronzatura da lampada d’ordinanza, capelli tinti, vestiti ben stirati (ci pensa mamma), un impiego presso un’agenzia cinematografica di product placement, grazie al quale può permettersi spiderino e loft in quel di Sabaudia, quest’ultimo condiviso con l’amico Paolo (Leo), disoccupato, timido, insicuro, incapace di trasformare il suo sogno nel cassetto in realtà (catering ed animazione per le feste dei bambini), oltre ad avere alle spalle infelici trascorsi sentimentali, mentre il coetaneo “fighetto” vola di fiore in fiore, tra serate in discoteca e feste varie. Ad interrompere l’ esistenza “autarchica” di Andrea, dove l’unica responsabilità, lavoro a parte, è il mantenimento ad oltranza della propria persona, ecco il classico fulmine a ciel sereno, l’arrivo della diciassettenne Layla (Rosabell Laurenti Sellers), che sostiene di essere sua figlia, frutto di un’avventura in campeggio, con tanto di nonno al seguito, Enzo (Marco Giallini), hippie restio all’estinzione con un passato da rocker

Raoul Bova

Raoul Bova

Sceneggiato dallo stesso Leo, insieme a Massimiliano Bruno e Herbert Simone Paragnani, il film delinea un impianto narrativo non certo originale, debitore di alcune pellicole d’oltreoceano (About a Boy, 2002, Paul e Chris Weitz, Somewhere, 2010, Sofia Coppola, per esempio), ma che offre lo spunto al regista di fare leva su un’ironia basata sulla naturale presenza dei vari personaggi in scena, sulle diverse modalità comportamentali messe in atto nel fronteggiare le problematiche e conseguenti responsabilità che la vita gli ha messo innanzi, per di più nell’ambito di una realtà dove appare ormai sfalsato qualsiasi “classico” parametro di riferimento. Ecco che un’adolescente come Layla (ben resa tra broncio ed ostinazione dalla Sellers), pur in fase di crescita ed “assestamento” (la mamma è morta da poco), ha già le idee ben chiare in testa, ma non sa come dare loro forma concreta se intorno a lei ci sono un padre adulto solo all’anagrafe, il suo amico candido disadattato, un nonno da parte di madre prigioniero di un’era che non tornerà più (se non in forma di tragicomico sonnambulismo) e i due nonni paterni (Paola Tiziana Cruciani e Mattia Sbragia) in via di risolvere una normale crisi di mezz’età con il divorzio, dopo anni di matrimonio.

Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers, Edoardo Leo

Marco Giallini, Rosabell Laurenti Sellers, Edoardo Leo

Si visualizza quindi sullo schermo un’efficace coralità, ogni attore ha il suo spazio e concreta capacità di caratterizzazione (su tutti prevale Giallini, Bova a volte stride nel passaggio dai toni ironici a quelli più seri) nel disinnescare un certo disincanto esistenziale comune ai singoli personaggi, ma di matrice diversa. Fondamentale l’apporto dato da Nicole Grimaudo/Lorenza, l’insegnante di scienze motorie di Layla, che insieme a quest’ultima avrà la sua parte nella crescita definitiva di Andrea.
Peccato per alcuni vuoti che si vengono a creare, colmati dalla solita musica “a palla”, invasiva e debordante, o varie insistenze visive nel caratterizzare i momenti drammatici (l’immancabile pioggia a scroscio dopo un alterco tra padre e figlia), che evidenzia una certa difficoltà nella loro gestione, ovviandovi spesso con un sentimentalismo ai limiti della sopportabilità e pericolosamente vicino ai confini della fiction televisiva. Siamo comunque, fortunatamente, lontani dal “carino” d’ordinanza, perché l’espressione, spesso abusata, “valida gradevolezza complessiva” trova in tal caso concreta ragion d’essere, con qualche valido spunto di riflessione (oltre a quello della crescita/confronto, il tema della pubblicità da sempre presente anche nei film autoriali) che lascia ben sperare per il futuro.
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buongiorno-papaamiche-da-morire-la-sostenibil-L-sVvF5LAmiche da morire, sceneggiato dalla regista Farina insieme al’immancabile Fabio Bonifacci, evidenzia la ritrovata capacità della nostra commedia di mischiare le carte in tavola, tra note di costume viranti al grottesco e tocchi ben congegnati di matrice noir, senza dimenticare un po’ di caustico cinismo nel caratterizzare un sense of humour d’ispirazione anglosassone.
Siamo quindi di fronte ad una black comedy per nulla scontata, piacevole, divertente, che può contare su una buona scrittura ed una regia “agile” e concreta, capaci entrambe di porre piacevolmente in inganno gli spettatori con un avvio tutto particolare, volto a sottolineare, apparentemente con toni compiaciuti ed insistiti, i soliti luoghi comuni sul Meridione d’Italia. In una non precisata isola siciliana (in realtà il film è girato in Puglia) ecco sfilare sotto il sole rovente (bella la fotografia di Maurizio Calvesi) l’immancabile processione del santo patrono, tra vecchietti al bar e beghine in fila a mormorare litanie aventi come oggetto non certo la volta celeste ma le terrene, e più interessanti, vicende del luogo, che vedono al centro dell’attenzione tre chiacchierate figure femminili, ognuna per motivi diversi.

Claudia Gerini, Sabrina Impacciatore, Cristiana Capotondi

Claudia Gerini, Sabrina Impacciatore, Cristiana Capotondi

Gilda (Claudia Gerini) “forestiera” dedita professionalmente all’amor profano, Olivia (Cristiana Capotondi), eterea fanciulla casa e chiesa, sposata con l’aitante pescatore Rocco (Tommaso Ramenghi) e madrina della celebrazione religiosa in corso, Crocetta (Sabrina Impacciatore), nomen omen, che detiene la fama di iettatrice, causa fuga improvvisa e “violenta” degli uomini che hanno provato ad avvicinarla: queste tre donne, complici un presunto tradimento ed un improvviso colpo di pistola, si troveranno unite a fronteggiare pregiudizi e dicerie in nome di una forte solidarietà che diverrà anche percorso d’autodeterminazione e presa di coscienza delle proprie potenzialità, spesso soffocate, oltre che dalle solite malelingue (splendida la raffigurazione del “clan del pettegolezzo”, che vede al centro Marina Confalone), dagli uomini (ma anche dalle donne, come la madre di Crocetta, Lucia Sardo) che hanno incontrato durante il cammino, individui incapaci di guardare oltre le apparenze, mariti che hanno approfittato della loro ingenuità e ora trasformati in eccedenza di produzione della locale tonnara, maschilisti per i quali denaro è potere, granitici misogini come l’ispettore Nico Malachia (Vinicio Marchioni), capaci d’intuire la verità ma non di dimostrarla.

Vinicio Marchioni

Vinicio Marchioni

Per quanto l’inizio appaia un po’ lento, l’esplosione del suddetto colpo di pistola conferisce l’identità definitiva al film, accompagnando l’evoluzione delle protagoniste, quanto mai affiatate ed efficaci nella personalizzazione di tre figure proprie della nostra tradizione, non solo cinematografica. Se Gerini è una piacevole conferma, Capotondi crea un valido contrasto tra il suo candore da Biancaneve e la trasformazione in lady killer, reso efficace da dialoghi e battute al vetriolo (“gli posso lasciare un fiore?” alla visione del marito ormai “tonnato” o la maschera di bellezza dopo le revolverate, perché “sparare mi secca la pelle”). La vera sorpresa è Impacciatore, deliziosa nella sua evoluzione sexy pur mantenendo l’atavico ritornello “ho timore”, memore certo della Monica Vitti de La ragazza con la pistola, ’69, Mario Monicelli, i cui stilemi, come quelli del Pietro Germi di Sedotta e abbandonata, ‘63, sono evidenti nel corso della narrazione, vedi l’impiego funzionale dei citati luoghi comuni, la stolidità di Malachia (a volte vagamente macchiettista) o le varie uscite delle pettegole e il confronto in stile resa dei conti western con le giovani “dissolute”. Farina ha poi il coraggio tutto da premiare, di portare avanti l’idea di un “delitto senza castigo”, con un finale lungi dall’essere accomodante o consolatorio, anzi ideale complemento dell’assunto proprio di tutto il film, un percorso d’emancipazione giocato su intelligenza e furbizia nel contraccambiare ingratitudine e arcaici pregiudizi.