Domani è un altro giorno

(MyMovies)

Roma, oggi. Giuliano (Marco Giallini), noto attore teatrale, estroverso ed aperto alla vita, divorziato e con un figlio studente universitario a Barcellona, vive solo, insieme all’amato cane Pato.
Le sue condizioni di salute non sono delle migliori, il cancro ai polmoni  che lo ha colpito circa un anno addietro non intende regredire, anzi sta per estendersi a tutto il corpo, tanto che il nostro ha ormai preso la decisione di interrompere qualsiasi trattamento ed attendere così il giorno della dipartita. Nulla sembra potergli far cambiare idea, neanche la contrarietà espressa dalla sorella Paola (Anna Ferzetti) o la presenza dell’amico di lunga data Tommaso (Valerio Mastandrea), giunto dal Canada, vincendo la paura dell’aereo, dove vive con la sua famiglia ed insegna robotica all’università; soggiornerà nella Capitale per quattro giorni, tempo bastevole per ritrovare l’intesa di un tempo, quella complicità, anche silente, propria di due caratteri del tutto diversi, Tommaso è piuttosto introverso e alquanto laconico, la capacità  di ridere l’uno dell’altro nel rammentare le loro esperienze passate, provando ad allontanare la tristezza incombente sforzandosi di vivere al meglio il presente, in nome di una fraterna amicizia indelebile a fronte di qualsivoglia avversità, che sarà sublimata da Giuliano in un atto finale da attore consumato …

Nike, Marco Giallini, Valerio Mastandrea (Filmitalia)

Remake del film spagnolo Truman diretto nel 2016 da Cesc Gay, Domani è un altro giorno, sceneggiato da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo per la regia di Simone Spada, ne rispecchia pedissequamente l’impianto narrativo (pochissime le differenze, vedi la razza del cane, qui un Bovaro del Bernese* in luogo dell’originario Bullmastiff, che era anche un po’ più protagonista) adeguandolo comunque al nostro contesto sociale, affidandosi precipuamente, oltre che su uno stile di regia piuttosto diretto ed essenziale, sull’alchimia propria del duo Giallini-Mastandrea, amici anche nella vita reale; viene dunque messa in scena un’umana commedia sullo sfondo di una Roma autunnale e sonnacchiosa, fotografata da Maurizio Calvesi mantenendosi distante dal consueto effetto cartolina (lo stesso vale per Barcellona, trionfo invece di energica vitalità), che tende a farsi tutt’uno con i due protagonisti, i quali affrontano la vita nella sua totalità, facendo fronte alla consueta scomposta alternanza di felicità ed ambasce.

Anna Ferzetti (Movieplayer)

Il loro atteggiamento al riguardo vede rincorrersi le note del disincanto e dell’ironia, combinate ad un cinismo “pratico”, stemperato  tra amarezza e qualche rimpianto: il non essere riuscito a coltivare a pieno gli affetti, familiari e non solo, di Giuliano, il quale nella sua irruenza corsara non sempre  ha lasciato felici ricordi in quanti gli sono stati vicini, o la passività esistenziale di Tommaso, che si risolve nella mesta e tormentata acquiescenza degli accadimenti, subiti più che propriamente accettati. Regia e sceneggiatura, di concerto, evitano le trappole della facile commozione ricattatoria che il tema della malattia spesso, per non scrivere sempre, porta con sé, puntando piuttosto, come del resto l’opera originale, sul tema dell’amicizia virile (i pochi personaggi femminili, come la Paola resa con incisiva naturalezza da Anna Ferzetti, restano infatti in secondo piano), sottolineando dunque con accorti movimenti di macchina (campo e controcampo o ripresi insieme nell’inquadratura) le rispettive reazioni di Tommaso e Giuliano nel fronteggiare gli avvenimenti che li vedranno coinvolti, evidenziandone le differenti indoli caratteriali così come delineate con spontanea efficacia dai due protagonisti.

Ottimo Giallini,  che aggiunge al consueto personaggio stropicciato e levigato dai marosi dell’esistenza, in apparenza strafottente oltre misura, inedite sfumature malinconiche se non dolenti (gli improvvisi pianti, che intende gestire rigorosamente in solitaria, o amare constatazioni espresse come un sordo borbottio) ed  altrettanto bravo Mastandrea, i cui sguardi manifestano un dolore a stento trattenuto, nell’incapacità di abbandonarsi alle emozioni.
Una regia sensibile e misurata quella di Simone Spada, che sa mettersi al servizio dell’iter narrativo e valorizzare le interpretazioni attoriali, offrendo anche sequenze dal forte impatto metaforico senza cedere alla spettacolarità emozionale, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, per esempio quella della discoteca, sulle note di Can’t Take My Eyes Off You, una volta che Giuliano, di ritorno dall’incontro col figlio a Barcellona, intende trascorrere la notte ad ubriacarsi, gioioso inno alla vita, nella consapevolezza di essere ormai prossimo a lasciare la scena. Altre sequenze riescono poi ad  essere particolarmente realistiche e toccanti, come l’addio in aeroporto, sempre giocando più sul togliere che nell’aggiungere, sguardi, silenzi, poche parole, l’accettazione consapevole di quanto può succedere nella vita di ognuno, perdersi, ritrovarsi, riscoprirsi sempre legati l’un l’altro, comprendere scelte diverse da quelle che sarebbero state le proprie.

Ciò che però nuoce a  Domani è un altro giorno è, anche se la storia in sé tenda ad assumere portata universale, il suo essere un’opera derivata: per chi abbia visto il citato originale, come lo scrivente, appare inevitabile mettere in atto il classico gioco delle differenze, cercando di individuare, e non rinvenendolo compiutamente, qualcosa di nuovo nella resa complessiva, mentre  coloro che ne siano all’oscuro potrebbero avvertire la sensazione di un  lavoro portato a termine con fin troppa diligenza e misura, non sempre del tutto empatico. Probabilmente il meritorio lavoro di regia e scrittura avrebbe meritato una più incisiva caratterizzazione del soggetto, meno da “usato sicuro”, così da offrire al nostro cinema un valido punto d’incontro tra l’ormai standardizzata commedia ridanciana “pronto cuoci” ed opere d’impronta autoriale, una giovevole medietà alla Steno, citando colui che fra i nostri registi si è dimostrato particolarmente incline a creare un ideale ponte tra popolarità e compiutezza cinematografica nel conciliare risata e riflessione con calviniana leggerezza.

*Interpretato da Nike, femmina di 5 anni


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