Amato o odiato in uguale misura, Nanni Moretti è uno dei più rappresentativi autori cinematografici e film dopo film ha saputo imporsi a livello mondiale, mantenendo ferme quelle caratteristiche di “diversità” proprie della sua produzione, sin dagli esordi, che gli hanno permesso di non farsi inglobare nel consueto sistema distributivo/produttivo. Nel 1973 realizza dei cortometraggi in super8 (La sconfitta, Patè de bourgeois), autoproducendoli con l’aiuto di alcuni amici, superando gli ostacoli della distribuzione proiettandoli in vari cineclub. Nel 1974 realizza ancora un corto, Come parli frate?, parodia dei Promessi sposi, mentre nel 1976 il suo primo lungometraggio, sempre girato in super8, Io sono un autarchico, proiettato al Filmstudio di Roma, ottiene grande successo di pubblico e di critica, tanto da essere successivamente portato a 16mm e quindi distribuito dall’Arci sul territorio nazionale (sempre cineclub o sale d’essai) e trasmesso dal secondo canale Rai.
Il film inizia con la separazione tra Michele (Moretti) e Silvia (Lorenza Codignola), giovane coppia con un figlio: probabile che abbiano vissuto un’esperienza libera e romantica, ma ora non riescono ad assumere il ruolo di genitori, l’uno sostenendo di non poter mantenere la famiglia perchè deve terminare l’università, l’altra rivendicando i suoi spazi. Tra i due il più immaturo appare Michele, che si nasconde dietro un umorismo sprezzante, usando il figlio per far sì che Silvia resti, per poi scoppiare in lacrime una volta che lei se ne andrà. L’uomo pretende ed ottiene che il figlio rimanga con lui:il loro rapporto oscilla tra tenerezza ed affettuosa complicità, ma con l’evidente incapacità di affrontare una vera educazione.
Michele vive da solo, è mantenuto dal padre, non lo vediamo mai studiare, passa le giornate frequentando un gruppo di amici, dissertando con sarcasmo sul cinema italiano ed allestendo con loro uno spettacolo teatrale d’avanguardia, che l’aspirante regista Fabio (F. Traversa) cerca di sottoporre all’attenzione di un noto critico (Beniamino Placido). Lo spettacolo si farà, ma non avrà il successo sperato. Michele rinuncia al figlio, affidandolo alla madre, mentre all’ultima rappresentazione teatrale, dopo un fallito tentativo di dibattito, il gruppo si frantuma ed ognuno prenderà direzioni diverse.
Uscito in un periodo in cui la commedia all’italiana era ormai incartata su sé stessa, Io sono un autarchico è un film dirompente, al limite dell’arroganza, megafono di una generazione, quella del dopo ’68 e degli anni 70, dalla forte connotazione politica, rappresentata criticamente e con toni autoironici, in tutta la sua inconcludenza e scarsa capacità analitica, incapace di costruire qualcosa di valido nella vita, ad iniziare dai rapporti umani, preferendo chiudersi in sé stessi (l’autarchia del titolo si riferisce in particolare alla sfera sentimentale e sessuale), distaccandosi dalla realtà arroccandosi in un fondamentalismo ideologico, fuggendo da tutto e da tutti per disperdersi nei meandri di una presunta superiorità autoassolutoria.





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