Ultimo film americano di Charlie Chaplin, Limelight ne rappresenta lo struggente e lucido “addio alle scene”, nonostante i due film girati in seguito (Un re a New York e La contessa di Hong Kong). Ciò risulta evidente dalla didascalia iniziale, “Magia delle luci della ribalta, sotto le quali la vecchiaia deve cedere il passo alla giovinezza” e dai toni autobiografici di cui è intrisa l’opera, come la città e l’epoca di ambientazione, la Londra del 1914, quella della sua infanzia.

Un uomo anziano (Chaplin), alticcio, rientra nello stabile dove risiede. Avverte odore di gas provenire da una stanza, sfonda a fatica la porta, e salva una giovane donna (Claire Bloom) da un tentativo di suicidio; chiamato il medico, la sistema nel proprio appartamento, in attesa che si ristabilisca. I due fanno conoscenza, lui , Calvero, è stato in passato un artista famoso di varietà, il cuore malato e un frequente ricorso all’alcool ne hanno segnato il declino, mentre lei, Terry, una infanzia infelice, vorrebbe fare la ballerina, ma una febbre reumatica, e problemi psicosomatici, le impediscono di muovere le gambe.

Il legame si fa sempre più forte, le esortazioni alla gioia di vivere del primo rivolte alla seconda spronano entrambi a vincere ogni paura: Calvero richiamato dal suo agente calca di nuovo le scene, con esiti sconfortanti, mentre Terry, ormai guarita, entra in una compagnia teatrale, protagonista in uno spettacolo in cui riesce a far avere una piccola parte anche al suo mentore, per il quale prova un forte sentimento.

Calvero sa che Terry è in realtà innamorata di un giovane pianista e si fa da parte, unendosi ad un gruppo di suonatori ambulanti; si rincontrano, e lei insiste perché partecipi ad uno spettacolo di beneficenza per “vecchie glorie”: insieme alla sua spalla (Buster Keaton) manda il pubblico in visibilio, ma una piroetta gli è fatale, un attacco di cuore si porta via il grande clown, le cui ultime parole saranno “il cuore e la mente…che enigma”, mentre Terry danza in scena.

Smessi i panni di Charlot, la cui figura riecheggia nei ricordi degli sketch di Calvero e nello splendido duetto finale con Keaton, Chaplin si lascia andare, con piacevolezza e tristezza insieme, al sentimento, creando un’ immediata identificazione con il personaggio che rappresenta: i ricordi del varietà (il suo esordio), i riferimenti alla figura paterna (l’artista che deve ricorrere al bere per vincere il panico), la proiezione della sua paura più profonda, perdere il contatto con il pubblico sino a recitare in una sala vuota.

Chaplin muore insieme a Calvero, sono la stessa persona, le sue riflessioni sull’arte che imita la vita e viceversa, sul senso da attribuirgli, sull’importanza dell’amore e dell’altruismo, pur non trovando risposta che non sia l’oscuro significato di un eterno mistero, rappresentano certamente il suo testamento spirituale. Acta est fabula, lo spettacolo è concluso.

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