La serie tv Sex and the City, non mi ha mai veramente entusiasmato: ne apprezzavo la valida sceneggiatura, tra scene godibili e battute brillanti, e soprattutto l’iniziale tentativo di dar voce e sostanza ad una nuova identità femminile, che, alle soglie del nuovo millennio, faceva tesoro delle giuste istanze e rivendicazioni del movimento femminista degli anni’70, allontanandosi però dai consueti stereotipi, rivalutando la propria libertà, in particolare a livello sessuale, elevando la condizione di single a legittima scelta di vita.

Nei momenti vuoti si può sempre fare affidamento sull’’amicizia, la complicità tra donne, vista con il giusto tocco d’ironia, così come la compensazione dello shopping compulsivo: peccato che tutti questi elementi nel corso della serie abbiano finito per cristallizzarsi in una trita esposizione di luoghi comuni e in un egocentrismo a volte patetico e superficiale, con un’ ostentazione del glamour metropolitano, caratteristiche salienti della prima trasposizione cinematografica, ampliate, purtroppo, in questo inutile, eccessivo, anche nella durata (146 minuti, francamente troppi), Sex and the City 2.

Sempre sceneggiato e diretto da Michael Patrick King, il film parte dalla monotona routine da donna sposata di Carrie (Sarah Jessica Parker), alle prese con la pigrizia di Big (Chris Noth), tutto divano e tv a schermo piatto, mentre Miranda (Cynthia Nixon) è concentrata sul lavoro, preoccupata dalla predominanza dei maschi nello studio legale, trascurando la famiglia.

Charlotte (Kristin Davis) è alle prese con le sue bambine, quella più piccola sempre frignante, mentre Samantha ( Kim Cattrall), l’unica single, è totalmente dedita ad un programma a base di creme ed ormoni che possano rallentare l’imminente menopausa. Grazie a lei, invitata da uno sceicco in Medio Oriente, le quattro “ragazze”volano insieme ad Abu Dhabi, una vacanza che le aiuterà a ritrovare loro stesse.

Megaproduzione infarcita di ovvietà e trivialità spesso gratuite, che pretende addirittura di trattare il tema dell’emancipazione della donna islamica, con trovate di dubbio gusto che attingono a vacui clichè con razzismo e pregiudizio che vanno a braccetto, il film rischia di far sembrare i nostrani Vacanze a… film d’essai per cultori della settima arte, con un regista, di certo più avvezzo al piccolo schermo, che riesce a dar vita solo a pompose riprese, sin troppo ambiziose, o ad insistiti primi piani, forse per ricordarci che gli attori sono lì e comunque fanno la loro parte, visto che di approfondimenti psicologici dei personaggi, a meno di non far passare per tali banalizzazioni da salotto televisivo, non vi è traccia, come di battute veramente divertenti, se non qualcuna sparsa qua e là, e dal livello imbarazzante.

In una Abu Dhabi ricostruita in Marocco dal tocco esotico-kitsch stile Las Vegas, dopo inutili comparsate di lusso(Miley Cirus, Liza Minnelli, Penelope Cruz), ciò che resta è un arido deserto, vacuamente scintillante, alla vana ricerca di un’oasi dove ci si possa riparare da tanto scempio ed abbeverarsi alla fonte della vera eleganza e della fine ironia: quella spropositatamente citata (Accadde una notte) delle vecchie ma fascinose commedie in bianco e nero della “Hollywood che fu”, dove “la guerra dei sessi” e l’unica, “piccola”, differenza tra uomini e donne venivano abilmente, in egual misura, satireggiate ed esaltate.

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