La Passione di Carlo Mazzacurati è un film in cui risalta, più che il tono autobiografico e metacinematografico, un’estrema libertà di fondo, il non seguire schemi predefiniti,senza alcun compiacimento o autocompiacimento, con una regia sobria e sciolta, attenta ai particolari e alla direzione dei vari protagonisti. Questi risultano tutti efficaci, più il candido Giuseppe Battiston che il loser Silvio Orlando, passando per il guitto Paolo Guzzanti, volutamente sopra le righe, Kasia Smutniak dolcemente malinconica, Cristiana Capotondi supponente divetta, e finendo con i sottilmente perfidi Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Una certa disomogeneità di fondo, qualche imperfezione e contraddizione, si perdonano volentieri in nome dell’estrema sincerità di cui l’intera opera è permeata.
La sceneggiatura a più mani (lo stesso regista, Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello) si incentra sulla figura del 50enne regista Gianni Dubois (Orlando), in pieno vuoto creativo, da cinque anni non dirige un film, con la paura di non riuscire a concepire una storia che possa conciliare le sue esigenze autoriali, la sua libertà artistica, con i mutati e mutevoli gusti del pubblico, ormai assuefatto allo stile delle fiction tv. Infatti il suo agente lo pressa con continue telefonate, per imporgli tale Flaminia Sbarbato (Capotondi) protagonista di una serie televisiva di successo, che vorrebbe fare il grande salto verso il cinema.
Inoltre, è costretto a partire per Fiorano, in Toscana: dal suo appartamento un’infiltrazione d’acqua ha rovinato il dipinto del ‘500 che si trova nella chiesetta sottostante e tutto il paese, dal sindaco (Sandrelli), ad un assessore (Messeri) è contro di lui, tanto che viene minacciato di denuncia alle Belle Arti, con grave danno alla sua immagine di artista impegnato, a meno che non si impegni a mettere in scena, in vista del Venerdì Santo, la Passione di Cristo.
Messo alle strette, Dubois trova conforto, ed ispirazione, nella semplicità di una barista di origine polacca (Smutniak) e nell’aiuto inaspettato di un ex galeotto, Ramiro (Battiston), conosciuto durante un corso di recitazione in carcere, improvvisato attore di strada che l’aiuta a mettere su la compagnia. Cristo sarà interpretato dal meteorologo di una tv locale, con arie da grande attore (Guzzanti).La rappresentazione incontrerà vari inconvenienti, con colpo di scena finale.
Se l’avvio appare volto ad una comicità grottesca e caricaturale, giocando sugli scontri, anche ideologici, tra Dubois, il suo agente, la diva tv, gli amministratori e i cittadini, ad un certo punto l’ umorismo si fa surreale e venato di malinconia, e prende vita, con la messa in scena della Passione, una dolente metafora dello stato attuale del nostro paese, interrogandosi, tra l’altro, sul ruolo che l’ Arte, intesa in senso ampio, possa assumere a livello di potere salvifico.
Risalta così maggiormente lo squallore di un potere ricattatore, che usa la creatività altrui per fini personali e il regista intellettuale che non riesce a comprendere e a descrivere la realtà in cui viviamo, acquista nuova dimensione nella corrispondenza espiatoria con il “povero Cristo”, il buon Emidio che ha sostituto in extremis l’attore principale, fuori parte nell’aspetto esteriore, ma non come purezza di sentimenti, idealismo e coerente, consapevole, volontà di “andare contro”.
Infine, ecco il pubblico che assiste compunto, ma pronto a risa sguaiate al minimo errore o inconveniente, richiamato dall’urlo di uno degli improvvisati attori, che gli fa notare il duro lavoro affrontato. Vi è qualche affinità con La ricotta di Pasolini, ma mentre Stracci, figura Christi, doveva morire “per ricordarci di essere vivo”, qui “nessuno è indispensabile, anche Gesù può essere sostituito”, mettendo in luce la necessità di “un qualcuno” che salga sulla croce, sacrificandosi ed immedesimandosi nei problemi altrui, assumendosi la responsabilità di metterci di fronte alla pericolosa deriva sociale, morale e culturale in atto.





Lascia un commento